Imparare insegnando il proprio lavoro. Uno splendido week-end catanese

 

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Mentre gli studenti dell’Accademia sudano su un editing, la prof.ssa Fedezic

Lo scorso week-end ho tenuto due lezioni di editoria scolastica all’Accademia delle Editorie di Catania. Dieci ore di lezione, inframmezzate da una generosa dose di arancini, granite e brioche.

È stata una bellissima esperienza, utile e arricchente anche per me, oltre che (mi auguro) per gli studenti. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con una classe molto attenta e partecipe: tante domande sui vari aspetti di questo particolare settore dell’editoria e sulle figure professionali coinvolte, ottime riflessioni sulle implicazioni del nostro lavoro nell’insegnamento a scuola. Vederli così interessati è stato davvero bello, mi ha dato il senso di quello che stavo facendo.

Insegnare significa non solo cercare di trasmettere un insieme di conoscenze e competenze ma anche confrontarsi con altri, mettersi in discussione, vedere le cose da una prospettiva diversa. Se poi l’oggetto dell’insegnamento è il tuo stesso lavoro, hai la preziosa opportunità di spezzare gli automatismi acquisiti che segui ogni giorno senza farti troppe domande, di fermarti a riflettere sul tuo ruolo e sul tuo modo di lavorare (che non è l’unico possibile e non è necessariamente il migliore), di sistematizzare le nozioni e le competenze che hai maturato nel corso degli anni.

Ho anche potuto apprezzare le differenze tra la Fedezic insegnante di oggi e quella di 4 anni fa che si presentò per la prima volta all’Accademia delle Editorie. Nel corso di questi 4 anni sono cresciuta, ho maturato esperienza non solo nel mio lavoro ma anche nella comunicazione con gli studenti: gli incontri nelle scuole medie e superiori insieme al Gruppo Scuola di Arcigay Milano mi hanno insegnato tantissimo.

Momenti come quello di Catania, all’insegna del confronto e della condivisione, mi danno la conferma che siamo il risultato dell’intreccio di tutte le esperienze che viviamo, e che tutto quello che ho fatto negli ultimi anni ha avuto e ha un senso: il percorso professionale, l’attività di volontariato in Arcigay, le amicizie e le relazioni che ho coltivato. Tout se tient.

Non mi resta che ringraziare i promotori dell’Accademia delle Editorie per l’ospitalità e l’ottima organizzazione e rivolgere un grande in bocca al lupo alle studentesse e agli studenti che hanno partecipato alle lezioni per il loro futuro professionale.

Infine, grazie di cuore alle colleghe e ai colleghi che mi hanno fornito i materiali da mostrare in classe come esempi e per le prove di editing. Il nostro è sempre un lavoro di squadra: dentro e fuori dalle redazioni.

Imparare insegnando il proprio lavoro. Uno splendido week-end catanese

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo

Stop bullying

Il caso e gli incastri scolastici hanno voluto che proprio ieri, a distanza di 3 anni dal suicidio del ragazzo con i pantaloni rosa, tenessimo un incontro del Gruppo Scuola di Arcigay Milano in due classi terze di scuola media.

Negli ultimi giorni ho pensato molto a questa coincidenza, pur non parlandone con gli studenti: non era il caso di appesantire l’atmosfera serena e gioviale in classe affrontando un tema angosciante come il suicidio. Tanto più che l’incontro di ieri non verteva sul bullismo, ma su altri argomenti correlati. Insieme agli studenti, infatti, abbiamo discusso di inclusione ed esclusione, di stereotipi e pregiudizi, della differenza tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale. In modo che non confondano più questi tre piani e che abbiano le parole giuste e neutre per parlarne, per evitare aggettivi pericolosi che nascondono giudizi di valore, per esempio il binomio normale-anormale. I nostri tredicenni hanno fatto domande, hanno espresso liberamente i loro pensieri, hanno discusso con noi e tra loro.

Sono passati 3 anni dal suicidio di Andrea. E in questi 3 anni gli atti di bullismo a scuola, le aggressioni omofobe per strada, i suicidi di adolescenti lasciati colpevolmente soli da parte degli adulti non sono certo scomparsi. Anzi.

Ricordo su due piedi, per il solo 2015: una ragazza lesbica uccisa dal padre, aggressioni omofobe a Torino, Genova, Polignano. A fine settembre, nel siracusano, un ragazzo di 16 anni si è tolto la vita.

Anche in questo caso alcuni dicono che fosse gay, altri no. Ma non è questo il punto. L’omofobia può farti male lo stesso, che tu sia gay o solo percepito come tale. E se non ti senti sostenuto da qualcuno, in primis genitori e insegnanti, se non hai le spalle abbastanza larghe (e 16 anni è molto probabile che tu non le abbia ancora), l’omofobia può stritolarti. Il punto non è il tuo orientamento sessuale.

Qual è il punto lo spiega benissimo questo brano di Michela Marzano, tratto dal suo ultimo libro Papà, mamma e gender (Utet, 2015).

Vi lascio con le parole della filosofa romana, perché io non saprei dirlo meglio. E anche perché, dopo 4 ore filate in una scuola media, di parole ne ho già usate tante.

“Non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio!” Era scritto sulla lavagna della classe e si riferiva a Andrea. Un ragazzo romano che aveva appena quindici anni quando, il 20 novembre del 2012, si è suicidato, legandosi una sciarpa al collo dentro casa. A distanza di quasi tre anni, la Procura ha chiesto l’archiviazione del caso. Pare che nel dossier non ci fossero elementi corroboranti per incriminare gli insegnanti per omessa vigilanza, nonostante nessuno avesse parlato ai genitori di Andrea di quella famosa scritta. Pare che nessuno sapesse esattamente cosa fosse successo. Forse una pena d’amore. Forse altro. Fatto sta che qualcuno l’aveva veramente scritta quella frase. Quel “frocio” era veramente sulla lavagna. Quel “non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa” pure. E allora? Non è vero che Andrea amava il rosa e lo smalto per le unghie? Non è vero che aveva un atteggiamento e un aspetto ritenuti poco virili?

Ma, evidentemente, il problema è proprio questo. Fidarsi delle apparenze e giudicare. Pensare di sapere sempre tutto e illudersi di non essere mai dalla parte del torto. Dove sta scritto infatti che un bambino debba per forza amare l’azzurro e avere atteggiamenti virili? Da quando in qua i colori hanno un sesso e amare il rosa, per un ragazzo, sarebbe sinonimo di omosessualità?

In realtà non esiste alcun legame tra orientamento sessuale e sesso. E il fatto che si continui a credere che esista è la conseguenza della rigida codificazione dei ruoli di genere. Come se, per definizione, un uomo dovesse essere sempre aggressivo, violento e insensibile, lasciando alla donna caratteristiche come la gentilezza, l’empatia o la compassione. Mentre la differenza, rimettendo in discussione quello che si riconosce o che si pensa di sapere, continua a far paura. Proprio come nel caso di Andrea. Additato e sbeffeggiato solo perché non corrispondeva ai canoni della virilità.

Era omosessuale? Forse sì. Forse no. Il punto non è questo. Avrebbe anche potuto essere un ragazzo a disagio nel proprio corpo maschile e convinto di essere una donna. Oppure anche solo un ragazzo originale ed eccentrico.  La vera questione è che era trattato come un “frocio”. Quello che resta ancora oggi, in Italia più che altrove, l’insulto per eccellenza. Perché un uomo, un uomo vero, certe cose non le pensa. Un uomo, un uomo vero, non si comporta come una “femminuccia”.

I bambini e gli adolescenti possono essere crudeli, ormai lo sappiamo bene. Anche quando tutto comincia un po’ per gioco. Quando il bulletto di turno vuol sentirsi più forte degli altri e cerca di attirare l’attenzione generale prendendo in giro un compagno o una compagna. Quando gli amici lo seguono per divertirsi anche loro. Anche se poi le vittime delle angherie non si divertono affatto. Anzi. Pian piano si allontanano dal gruppo e si isolano. Perché nessuno le protegge. Nessuno interviene. Come se, nonostante tutti i discorsi sull’uguaglianza e contro le discriminazioni, gli adulti fossero ancora incapaci di capire che solo insegnando l’accettazione dell’alterità si possono proteggere veramente tutte e tutti. 

Quando si è piccoli, non ci si può ancora proteggere da soli. Non si hanno gli strumenti. Non se ne ha la capacità. Soprattutto se nessuno ci fa capire che non c’è niente di male a non essere come gli altri. Ma questo, appunto, è il compito degli adulti. Sono loro che dovrebbero decostruire gli stereotipi di genere, spiegare che l’orientamento sessuale non dipende dal sesso e insegnare che ci sono tanti modi diversi per diventare uomini o donne. 

E ora provate ancora a dirci che quello che facciamo nelle scuole è sbagliato. Provate ancora a dirci che insegnare il rispetto per tutti è scandaloso, è “gender”, confonde le idee ai giovani. Noi siamo convinti, invece, che sia il modo migliore per chiarir loro le idee su tanti argomenti e per far sì che in futuro questi atti di bullismo e suicidi di adolescenti non si verifichino mai più.

Portare avanti il nostro impegno nell’educazione dei giovani è il modo migliore per ricordare Andrea, Alessia, Aleandro. E tanti altri come loro, morti di omofobia.

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo

5 libri LGBT per un autunno arcobaleno

Non ci sono più scuse. Le vacanze sono lontane e la scuola è ricominciata: è tempo di vincere la pigrizia (lo dico soprattutto a me stessa) e di tornare a studiare, imparare, aggiornarsi. Per riprendere le battaglie civili con sempre maggiore convinzione ed entusiasmo.

Che siate volontari di qualche associazione LGBT o semplici cittadini desiderosi di approfondire queste tematiche, ecco 5 libri usciti nell’ultimo anno che possono fare al caso vostro. Libri che magari vi siete persi nei mesi scorsi e che non avete ancora recuperato (sotto l’ombrellone, si sa, ci si butta sui romanzi). Per vostra maggiore comodità li ho suddivisi in 3 macro-argomenti.

BULLISMO OMOFOBICO

Ian Rivers, Bullismo omofobico. Conoscerlo per combatterlo, il Saggiatore

Ian Rivers, Bullismo omofobico

Partiamo forte. Questo è senz’altro il libro più denso e impegnativo fra quelli che vi propongo oggi, ma si tratta di un volume fondamentale per insegnanti, educatori e attivisti LGBT che operano nelle scuole.

Ian Rivers, psicologo e ricercatore a Londra, presenta i risultati degli studi empirici e teorici degli ultimi vent’anni sul bullismo omofobico. Il saggio di Rivers fa emergere chiaramente le specificità del bullismo omofobico (tra cui la difficoltà, per la vittima, di chiedere l’aiuto degli adulti per paura di richiamare l’attenzione sulla propria sessualità) e le conseguenze a lungo termine sulle vittime (depressione, dispersione scolastica, disturbo post-traumatico da stress, maggiore frequenza dei comportamenti autolesionistici e dei suicidi).

L’autore, inoltre, rende conto della sua esperienza nelle scuole al fianco di studenti, genitori e docenti, focalizzandosi anche sulle responsabilità degli insegnanti nell’affrontare l’omofobia nei contesti scolastici. Molto interessanti e preziosi gli esempi di attività forniti dall’autore, suddivisi per fasce di età.

L’edizione italiana del libro, curata da Vittorio Lingiardi, è chiusa da un importante documento dell’Associazione Italiana di PsicologiaSulla rilevanza scientifica degli studi di genere e orientamento sessuale e sulla loro diffusione nei contesti scolastici italiani. In questo recentissimo pronunciamento (2015) l’AIP fa piazza pulita delle deliranti critiche contro l’educazione alle differenze di genere e di orientamento sessuale nelle scuole, sottolinea l’importanza dei gender studies (che sono stati decisivi per lo studio e il depotenziamento del sessismo, dell’omofobia e degli stereotipi di genere) e puntualizza l'”inconsistenza scientifica” della fantomatica teoria del gender. Infine l’AIP, ricordando anche le policy dell’UNICEF e dell’UNESCO, auspica la promozione dell’educazione sessuale nelle scuole italiane e la messa in atto di strategie preventive contro il bullismo omofobico e la discriminazione di genere, al fine di “favorire una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni”.

Dario Accolla, Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile, Villaggio Maori Edizioni

Dario Accolla, Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile

Sullo stesso argomento vi consiglio anche il bel saggio di Dario Accolla, che sceglie di inquadrare l’omofobia e il bullismo omofobico da una prospettiva linguistica anziché psicologica.

L’autore – insegnante, oltre che blogger e attivista – parte da un assunto decisivo. Poiché il linguaggio è lo strumento primario di costruzione del diverso, uno strumento potente in grado di creare e perpetuare lo stigma, per studiare le origini dell’omofobia e le dinamiche del bullismo è necessario analizzare in che modo il linguaggio opera proprio in uno dei luoghi principali di costruzione dell’identità, cioè la scuola. Accolla si focalizza quindi sul linguaggio giovanile e presenta i risultati raccolti per mezzo di un questionario anonimo somministrato a giovani tra i 13 e i 20 anni. Infine, l’autore offre una panoramica delle iniziative di contrasto all’omofobia messi in atto nelle scuole italiane.

Al centro del saggio di Accolla vi è l’importanza della parola. Il libro dell’autore catanese sembra rivolgersi proprio a noi, attivisti LGBT che dialoghiamo con studenti e insegnanti: ci conferma la bontà del nostro operato e ci conforta nella nostra convinzione della necessità di insegnare ai giovani a parlare bene per pensare bene. Mi capita spesso, infatti, durante gli incontri nelle scuole, di riflettere insieme agli studenti sull’importanza delle parole: e ogni volta mi rendo conto di come sia fondamentale, per contrastare lo stereotipo e la discriminazione, dar loro parole limpide e neutre, scevre da giudizi di valore – per esempio, parole come “omosessuale” ed “eterosessuale”, “transgender” e “cisgender”, anziché “normale” e “anormale”.

MATRIMONIO EGUALITARIO

Sebastiano Mauri, Il giorno più felice della mia vita, Rizzoli

mauri il giorno

Con semplicità e ironia Sebastiano Mauri smonta uno dopo l’altro i falsi argomenti contro il matrimonio egualitario: la tradizione, la natura, la religione e ovviamente i pregiudizi sull’omogenitorialità. Lo fa citando studi scientifici, ma mantenendo sempre un tono leggero e una scrittura accessibile. Un libro alla portata di tutti, da leggere e far leggere. Anche nelle scuole, perché:

Con ogni probabilità, ancora oggi, in Italia, un bambino che si sente “diverso” dai suoi compagni sprecherà un’indicibile quantità di tempo ed energie a soffrire, nascondersi e mentire.

E non è solo lo spreco di una vita, è anche uno spreco per la società.

Si può controllare la razza della propria prole, influenzarne la religione, il credo politico, i valori, ma non si può scegliere quale sarà il suo orientamento affettivo.

Nessuno è immune dalla possibilità che sua figlia o suo figlio, crescendo, amino delle persone dello stesso sesso. Nessuno può escludere che un giorno sia un membro della propria famiglia a essere vittima di questa discriminazione.

Il libro, inoltre, ripercorre la battaglia per il matrimonio egualitario in Argentina (seconda patria dell’autore), quando l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Bergoglio, con toni apocalittici, mobilitò il clero e i fedeli cattolici contro una legge che avrebbe semplicemente garantito una maggiore uguaglianza sociale. Fortunatamente la guerra santa invocata dal futuro papa fallì, e dal 2010 le coppie omosessuali argentine hanno gli stessi diritti di quelle etero.

Sebastiano Mauri, infine, ci spiega perché le unioni civili sono da considerarsi una sorta di apartheid giuridico: “Se ci si accorge di un’ingiustizia e la si corregge a metà, la si sta perpetuando”.

Nicla Vassallo, “Il matrimonio omosessuale è contro natura” FALSO!, Laterza

Nicla Vassallo, Il matrimonio omosessuale è contro natura FALSO!

Anche la filosofa Nicla Vassallo demolisce i pregiudizi contro il matrimonio egualitario, ma lo fa utilizzando gli strumenti della filosofia. Un libro forse un po’ meno accessibile rispetto al precedente, ma senz’altro molto interessante.

DIRITTI LGBT NEL MONDO

Frédéric Martel, Global gay, Feltrinelli

Frédéric Martel, Global gay

Un’indagine durata più di cinque anni, in quattro continenti (manca all’appello soltanto l’Oceania). Centinaia di persone intervistate, decine di città visitate. E locali, bar, sedi di associazioni. L’idea di fondo di questo libro è – come suggerisce il titolo – la globalizzazione della questione LGBT: ormai non più soltanto in Occidente, ma a livello mondiale i diritti LGBT stanno diventando sempre più una questione di diritti umani, e rappresentano una cartina di tornasole per valutare la modernità e lo stato di salute della democrazia dei vari paesi del mondo. Martel, inoltre, si interroga su come la politica e la società civile dei paesi occidentali possano dare il proprio sostegno ai cittadini LGBT in quei paesi che ancora puniscono l’omosessualità con il carcere e perfino la morte.

Un libro ricco, piacevole e ben scritto, che per di più vi farà venire voglia di viaggiare e scoprire luoghi vicini e lontani.

5 libri LGBT per un autunno arcobaleno

Il video di ProVita diffonde odio e falsità: ma mentire non è peccato?

L’associazione ProVita – sempre molto attiva nel cercare di rovinare quella altrui – ha lanciato una petizione contro l’insegnamento della fantomatica “teoria del gender” nelle scuole. Di questa assurda e inesistente teoria ho già parlato qui, elencando le falsità dei cattotalebani sulla comunità LGBT.

La petizione è accompagnata da un video – francamente brutto, oltre che menzognero – che in pochi secondi riesce a mettere in fila uno dopo l’altro una serie di stereotipi su omosessuali e transessuali. Un giovane uomo, intento a cazzeggiare davanti alla TV, viene bruscamente interrotto dall’arrivo della moglie e del figlio, sconvolto – a quanto pare – dalla lezione “gender” a cui ha assistito a scuola. L’uomo, di colpo tramutatosi in un attento educatore della prole, chiede spiegazioni alla donna e lei – ravanando nella borsa per un tempo interminabile, forse alla ricerca di quei neuroni che devono esserle caduti da qualche parte – dà inizio alla sagra dello stereotipo e della menzogna. Ma per un buon cattolico mentire non dovrebbe essere peccato?

Il video lo trovate qui, ma personalmente ne sconsiglio la visione ai deboli di stomaco.

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A questo ennesimo exploit omofobo dei cattotalebani, le associazioni LGBT – soprattutto quelle che operano attivamente nelle scuole – hanno il dovere di rispondere subito e in modo fermo.

Tutte queste falsità, tutto quest’odio vanno contrastati. Senza se e senza ma. La “teoria del gender” non esiste: è stata inventata dalle associazioni omofobe (Manif Homophobie pour tous, Sentinelle in piedi ecc.) per contrastare i progetti educativi in cui si parla di omosessualità, bullismo omofobico, rispetto per le differenze. E sì, anche di sessualità, ma sempre in modo consono al contesto e all’età degli studenti: non parliamo di sesso alle elementari (anzi, non ci entriamo neanche alle elementari!), come non parliamo di sesso alle medie, a meno che non siano gli studenti a fare domande specifiche. Capita invece di parlarne nelle scuole superiori, ricordando sempre l’importanza di usare il preservativo.

Non andiamo certo a dire ai bambini che possono fare sesso fin da piccoli, come invece insinua lo scandaloso video di ProVita, e non mostriamo loro immagini che possano turbarli. Spieghiamo loro, invece, che sì, “tutti gli orientamenti sessuali vanno bene”: e questa è l’unica cosa vera che viene detta nel video. Perché mai un orientamento o l’altro non dovrebbero andar bene, visto che sono tutti varianti naturali della sessualità umana?

È sufficiente dire ai vostri figli che anche i gay esistono per sconvolgervi? Perché dovete sapere che i bambini non restano affatto sconvolti quando scoprono le diversità, che siano differenze etniche o di orientamento sessuale: è quando iniziano a diventare più grandi, quando hanno ormai introiettato i falsi stereotipi della vostra cattiva educazione e il vostro pessimo esempio, che diventano intolleranti. Piccoli omofobi crescono: non ci nascono.

Volete crescerli così i vostri figli, dicendo loro che solo l’eterosessualità è moralmente accettabile? E se fossero omosessuali, volete farne dei repressi pieni di sensi di colpa e tic nevrotici? Bene, fatelo pure: ma non pretendete di imporre la vostra visione del mondo limitata e distorta nella scuola pubblica! Vivete e crepate da omofobi ma lasciateci vivere liberi di essere quello che siamo.

E se volete negare questa libertà ai vostri figli, sappiate che state facendo solo il loro male.

Tra l’altro, uno studio ha dimostrato che gli omofobi vivono circa due anni meno rispetto alle persone “normali” (perché si sa: l’omofobia non esiste in natura, esiste solo nella specie umana, quindi non è normale). Non so se sia vero o meno, ma un po’ ci spero.

Il video di ProVita diffonde odio e falsità: ma mentire non è peccato?

I nostri cuori contro la vostra ipocrisia

uguali diritti
Foto di Alice Redaelli

Nel nostro Paese lesbiche, gay e transessuali sono senza diritti da sempre. Sono più di 24.000 i giorni senza diritti a partire dall’introduzione della Costituzione del 1948. Oggi, però, mentre quasi tutte le democrazie occidentali hanno ormai introdotto leggi anti-omofobia e sulle unioni civili, se non addirittura il matrimonio egualitario, ci troviamo letteralmente sotto attacco. Non solo siamo tenuti al guinzaglio delle promesse elettorali del centrosinistra, ma una parte della destra – quella più devota e triviale – sta conducendo una battaglia contro di noi, diffondendo menzogne e distorcendo la realtà. Nella più completa mala fede e supportata dall’ignoranza del popolo bue.

Sabato pomeriggio una folla pacifica, colorata e determinata ha riempito piazza Einaudi a Milano. C’è chi dice ottimisticamente 5.000 manifestanti, c’è chi dice “quattro pirla”. Il numero più credibile mi sembra 2.000 persone. Forse le associazioni se ne aspettavano un po’ di più, ma sappiamo quanto sia difficile coinvolgere la comunità LGBT al di fuori del Pride, e questo è oggettivamente uno dei nostri problemi. Duemila persone nel freddo del gennaio milanese, però, non sono poche. È stata una bella giornata, molte le adesioni da parte di associazioni e partiti locali. È stato bello ritrovare in piazza tanti amici e amiche accomunati dalla voglia di farsi sentire e di controbattere ai cattotalebani.

A poche decine di metri di distanza, nel palazzo della Regione, nell’auditorium intestato al gay Giovanni Testori, si teneva il convegno omofobo voluto da Regione Lombardia con il pretesto di “difendere la famiglia tradizionale”. Ma difenderla da chi?

Forse sarebbe meglio se i bambini li difendessero non dai gay, ma dai loro stessi amici ciellini. E invece che fanno? Invitano tra gli spettatori, seduto proprio dietro al padrone di casa Maroni, don Inzoli, indagato per pedofilia e costretto dal papa a ritirarsi a vita privata. La solita ipocrisia e mala fede dei bigotti.

don inzoli convegno
Don Inzoli al convegno omofobo di Regione Lombardia

Come si è svolto il convegno? Ovviamente nel più pieno rispetto di quella libertà di espressione che gli organizzatori reclamavano quando si trattava di difendere il convegno stesso. Eccone un esempio: uno studente universitario viene dileggiato dal moderatore, insultato, sommerso di fischi e ululati, manco fossimo allo stadio, e infine strattonato e portato via dal palco dopo una domanda “scomoda”. La domanda, che nella sua semplicità ha messo con le spalle al muro la platea, era questa:

Nessuno di voi sa se suo figlio è o non è eterosessuale. In quale maniera pensate di attuare il comandamento dell’amore, quando le terapie riparative sono state condannate…?

E poi la censura. Il microfono viene spento, il ragazzo allontanato.

Dov’è finito quindi il diritto di espressione? Il nostro, per lo meno, dov’è finito? Perché il vostro mi sembra sano e salvo e fin troppo tutelato. Ha pure il cappello della Regione, il logo di Expo sul bavero dei cappotto. È solo il vostro diritto di espressione da difendere e sbandierare? Il vostro malinteso diritto di sparare cazzate sui gay? A quanto pare sì. L’ha fatto capire anche il papa, con le sue parole di pochi giorni fa.

Se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno! Ma è normale! Non si può provocare. Non si può insultare la fede degli altri. Non si può prendere in giro la fede.

Quel “non si può provocare” sembra sottintendere un ulteriore passaggio logico: “quelli di Charlie Hebdo se la sono cercata”. Ricorda tanto il ritornello di chi giustifica la violenza sulle donne: se vai in giro con la minigonna, te la cerchi. Te la meriti la violenza. Sei tu che mi provochi. Quindi non si insulta la fede altrui, ma i gay sì! È legittimo insultarli e diffondere cazzate anti-scientifiche. 

papa francesco

Nella stessa giornata di sabato, la mattina, si è svolto in una scuola milanese un incontro sui diritti LGBT con contraddittorio. Cosa significa “con contraddittorio”? E perché non sottoponiamo a contraddittorio anche i diritti degli eterosessuali? Significa che, durante una cogestione in un liceo, due sentinelle in piedi (chissà se si saranno sedute almeno durante l’incontro) sono andate a presentare le loro cazzate anti-scientifiche dibattendo con i miei colleghi del Gruppo Scuola di Arcigay Milano. Fortunatamente gli studenti si sono dimostrati più avanti rispetto a quei tristi figuri. Segno che spesso il male lo fanno gli adulti, a volte proprio gli insegnanti, cercando di instillare stereotipi negativi nelle giovani menti.

Sempre nella giornata di sabato si è saputo che, dopo Ignazio Marino a Roma, anche il nostro sindaco Giuliano Pisapia è indagato per la trascrizione dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero. Una vicenda assurda e kafkiana che testimonia ancora una volta quanto siano agguerrite le forze retrograde che combattono contro i nostri diritti. Cioè contro una parte della società che lavora, paga le tasse tanto quanto gli eterosessuali, e che non ha mai risposto con “il pugno del papa” a tutti gli insulti che ha ricevuto da 24.000 giorni a questa parte. Forse sarebbe il caso di iniziare?

I nostri cuori contro la vostra ipocrisia

Le trite menzogne dei nuovi paladini della libertà

liberta di espressione

Mentre il mondo occidentale si interroga sulla salvaguardia dei valori democratici e della laicità delle istituzioni dopo gli attentati di Parigi, in Italia assistiamo al solito teatrino dell’ipocrisia. I catto-leghisti si scoprono paladini di Charlie Hebdo e con il pretesto della libertà di espressione, anzi manipolandola a proprio uso e consumo, cercano di mettere a tacere chi è diverso da loro: musulmani, immigrati, omosessuali.
Proprio in questi giorni la querelle sul convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia ci ha dato modo di ascoltare per l’ennesima volta le menzogne che la destra bigotta va ripetendo sulla comunità LGBT. Distorsioni della realtà operate in mala fede da parte dei politici e diffuse dai media al popolo bue.
Passiamone in rassegna alcune tra le più recenti e cerchiamo di fare chiarezza.

La teoria del gender

Già da diversi mesi i bigotti stanno agitando questo spauracchio.Ma la teoria del gender non esiste: si tratta di un orribile ibrido linguistico inventato ad hoc per infangare l’operato delle associazioni LGBT nelle scuole, distorcendo vergognosamente la realtà. Vi basterà una breve ricerca su Internet per rendervene conto: gli unici a parlare di “teoria del gender” sono siti cattolici e di destra, mentre gli articoli di altre fonti sono tutti volti a smascherare questo falso ideologico. Forse i nostri ignorantissimi bigotti si confondono con i gender studies che nacquero negli anni ’70 in ambito sociologico, politico, antropologico, letterario? Peccato che fossero tutt’altra cosa!

L’accusa dei catto-leghisti è chiara: voi gay andate nelle scuole per convertire gli adolescenti. La verità è ben diversa. A differenza dei bigotti, gay e lesbiche sanno benissimo che non è possibile cambiare l’orientamento sessuale di una persona: e anche se fosse possibile, non è affatto questo lo scopo degli incontri LGBT nelle scuole. Le associazioni LGBT che operano nelle scuole, per esempio il Gruppo Scuola di Arcigay Milano di cui faccio parte da qualche anno, non svolgono “lezioni di teoria del gender”, come si è permessa di dire l’assessora lombarda Cristina Cappellini durante la conferenza stampa in cui è stato presentato il famoso convegno sulla famiglia tradizionale. Addirittura la nostra eroina ha affermato che lo scopo di tali lezioni sarebbe quello di “annullare le identità sessuali”. Farneticazioni di una persona che non conosce l’argomento di cui parla e che anzi tenta in ogni modo di distorcerlo e strumentalizzarlo.

Di cosa parlano quindi i volontari LGBT nelle scuole?

Di bullismo (omofobico, ma non solo), di rispetto per le diversità, di stereotipi (non soltanto sui gay: i nostri studenti sono troppo spesso imbevuti di stereotipi sulle donne), di pregiudizi e discriminazioni. Non si intende quindi “cancellare le differenze tra i sessi”: si fanno anzi riflettere i ragazzi e le ragazze sulle differenze di trattamento che ancora oggi, purtroppo, la nostra società riserva ai maschi e alle femmine. Si riflette, quindi, sulle norme sociali che determinano uno status di privilegio per i maschi a discapito delle femmine. Rispondiamo inoltre alle domande dei ragazzi sulla sessualità e sulle malattie sessualmente trasmissibili: e siamo contenti e fieri di farlo, visto che i nostri adolescenti sono tra i più ignoranti in Europa riguardo alle tematiche sessuali. Organizziamo anche incontri specifici sull’Omocausto, un argomento troppo spesso taciuto nelle nostre scuole.

Che cosa vi fa paura, quindi, di questi incontri? Cosa mai potremmo insegnare agli adolescenti se non il rispetto verso tutte le differenze e l’importanza della parità tra i sessi?

Vi ricordate l’ondata di laboratori multiculturali, a volte un po’ buonisti e naïf, che negli anni ’90 spuntavano come funghi nelle nostre scuole? Io me li ricordo, ero alle medie. Al di là del buonismo e delle semplificazioni (si parlava di “cultura africana” in barba all’infinità di etnie che popolano quel vastissimo continente), qual era lo scopo di quegli incontri? Prepararci alla convivenza pacifica tra diversi, insegnarci a cogliere l’umanità di ognuno al di là delle apparenti differenze. Non so dire se tali laboratori abbiano funzionato: ho qualche dubbio, vista la quantità di cerebrolesi xenofobi che ci sono in giro. Ma nessuno oggi si sognerebbe di vietare un incontro sull’integrazione e sul multiculturalismo della nostra società, né di difendere una presunta libertà di espressione quando essa sfocia nel razzismo. Lo stesso vorremmo che capissero i bigotti, che continuano a distorcere la realtà dei fatti e a gridare allo scandalo per degli incontri a scuola che sono tutt’altro che scandalosi.

Il ddl Scalfarotto sull’omotransfobia limita la libertà di espressione

È stato proprio questo il pretesto per la nascita delle Sentinelle in piedi. Eh sì, perché a questa gente sta molto a cuore la libertà di espressione. Ma solo la sua, quando si tratta di insultare immigrati e gay.

E comunque non è proprio questo il caso, potete smetterla di preoccuparvi. Il ddl Scalfarotto, che tra l’altro è ancora fermo alla Camera, non introduce un reato di opinione: chi si schiera contro il matrimonio egualitario non rischia il carcere, come invece paventano i soliti bigotti dal naso lungo. L’emendamento Verini, infatti, spiega che le norme della legge Mancino sono norme penali che non riguardano i conflitti sulle opinioni.

La cosa grave, però, è che il ddl Scalfarotto sembra legittimare l’omotransfobia in alcuni ambiti: “non costituiscono atti di discriminazione le condotte delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto”. Come dire: se insulti un gay da solo la legge ti punisce, se invece lo fai all’interno di un’organizzazione, la legge chiude un occhio. Una vera manna per tutti quei personaggi che devono la loro notorietà non ai propri meriti politici bensì alle proprie reiterate esternazioni omofobe.

Si tratta quindi di un disegno di legge confuso, che nel tentativo di salvare capra e cavoli ha finito per attirarsi le critiche di tutti: della comunità LGBT, che non si vede abbastanza tutelata, e dei nostri incontentabili catto-leghisti, che temono di vedersi negato il “diritto di insulto”.

I gay non vogliono sposarsi

Questa fa proprio ridere. E perché mai allora sprechiamo tutte quelle energie e quella voce a ogni Pride, a ogni manifestazione, per chiedere uguali diritti, compresi il diritto al matrimonio e all’adozione? Massimiliano Romeo dovrà almeno spiegarci quali e quanti gay conosce, per poter generalizzare la sua affermazione a tutti.

E avanti così. Se non trovi argomentazioni valide e vere per negare i diritti a una parte della cittadinanza, vai di fantasia!

Chiudo con un invito a partecipare al presidio contro il convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia con lo scippo del logo di Expo 2015. Qualche giorno fa il segretario del Bureau international des expositions, Vicente Gonzalez Loscertales, ha condannato l’uso del logo Expo in relazione a un evento omofobo e discriminatorio, usando parole forti e parlando perfino di “abuso”. Ma Maroni non ci sente: il logo del prestigioso evento internazionale è ancora là, a certificare la colossale figuraccia del nostro Paese.

L’appuntamento è per sabato 17 gennaio, alle 14, in piazza Einaudi, Milano. Purtroppo la Questura, per ragioni imperscrutabili, ha spostato la manifestazione da piazza Città di Lombardia, dove sorge il palazzo della Regione, a piazza Einaudi, più nascosta. Ma noi saremo tantissimi, riempiremo la piazza e le vie circostanti. Pacifici sì, ma incazzati e determinati!

Le trite menzogne dei nuovi paladini della libertà