Dopo il referendum costituzionale: le responsabilità di Renzi e la ricostruzione della sinistra

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Oggi tocca sentire frasi come “Chi ha votato No ha fatto cadere il governo!”, “Sarete contenti!”, “Rimpiangerete Renzi!”. A metà tra il rancore politico e la profezia di fra’ Cristoforo.

Non è così. Non ho votato per far cadere il governo, ho votato contro una riforma costituzionale fatta male, che ci saremmo tenuti per decenni. A far cadere il governo è stato lo stesso Renzi, che aveva scelto consapevolmente di personalizzare il referendum sulla riforma costituzionale. Che tale avrebbe dovuto rimanere. In un referendum il cittadino ha il sacrosanto diritto di esprimere la sua opinione solo e soltanto sulla questione in esame senza dover sottostare a ricatti politici, per una buona volta. È scorretto verso gli elettori, oltre che miope dal punto di vista strategico (e si è visto), mettere i cittadini nella condizione di dover esprimere un voto politico anziché dare un parere sul merito della questione. Per i voti (e i ricatti) politici ci sono le elezioni politiche, che Renzi a suo tempo non aveva affrontato. Inutile e dannoso volerlo fare ora. Dannoso per tutti, perché la caduta di un governo non è mai una cosa positiva. E no, ora non sto certo esultando.

Per quanto riguarda il rimpiangere o meno Renzi, dipenderà ovviamente da chi salirà al governo dopo di lui. Mi fa orrore l’eventualità di un governo di destra, leghista e populista. Ma se così sarà, anche quella responsabilità andrà addebitata sul conto di Renzi, travolto dal suo personalismo. Una volta perso il referendum, non aveva alternative alle dimissioni: o si dimetteva o perdeva la faccia e prestava il fianco a chi – come lui, ma dalla parte avversa – aveva cavalcato la sovrapposizione tra il referendum e il voto politico (con la differenza che all’opposizione di destra faceva molto comodo questa personalizzazione del referendum: non aveva nulla da perdere e tutto da guadagnare).

Renzi ha chiuso il suo governo con un gesto che nessun altro, nella recente storia politica italiana, aveva mai avuto il coraggio di compiere: le dimissioni. Ma più che un gesto nobile è stato un beau geste dovuto, proprio perché non aveva alternative. Si era messo all’angolo lui stesso. Gli riconosco l’onestà e la coerenza con cui ha accettato il verdetto e si è assunto le sue responsabilità, ma non basta per riabilitare ai miei occhi il suo governo. Un governo che ha fatto cattive leggi in tutti gli ambiti che più mi stavano a cuore: il Jobs Act, la Buona scuola, le unioni civili. Un governo che ha fatto tutto ciò che un governo di sinistra non dovrebbe fare.

Oggi si apre l’ennesima crisi politica degli ultimi anni – altra responsabilità che va ascritta al premier uscente – e Renzi chiede di tornare alle urne con la stessa legge elettorale che fino a ieri diceva di voler cambiare prima di subito. Questo sarebbe il vostro grande statista?

A tutti noi fa paura l’idea di un governo leghista e populista. E allora rimbocchiamoci le maniche fin d’ora per ricostruire una vera sinistra, che da troppo tempo manca alla politica di questo paese. Per troppi anni ci è toccato votare ed essere governati senza sentirci rappresentati da nessuno, per troppi anni siamo stati messi nella condizione di dover scegliere tra partiti minoritari che sarebbero rimasti fuori dal Parlamento e il classico “minore dei mali”. Per troppi anni abbiamo dovuto constatare il progressivo scollamento tra la sinistra e il cosiddetto Paese reale, fino ad avere un Partito Democratico (in coalizione con Alfano, va detto) che di sinistra ha fatto poco o nulla. Dopo la Brexit e Trump la deriva populista sembra inarrestabile. E invece no: in Austria i verdi di Van der Bellen hanno dato una bella mazzata all’estrema destra di Hofer.

Segno che c’è ancora spazio per la buona politica.

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Dopo il referendum costituzionale: le responsabilità di Renzi e la ricostruzione della sinistra

Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT

Ultimamente ho scritto poco, per un senso di stanchezza e sconforto che forse mi perdonerete. E ne sono successe di cose nelle ultime settimane! Per recuperare almeno parzialmente, lasciatemi iniziare con una breve parentesi irlandese.

Nei giorni scorsi si è molto parlato dello storico referendum con cui la stragrande maggioranza degli irlandesi ha detto yes al matrimonio egualitario. L’Irlanda, che nella nostra testa – in modo automatico e forse un po’ stereotipato – associamo subito all’aggettivo “cattolicissima”, come se il sintagma fosse scolpito nel marmo, ci ha sorpresi tutti scoprendosi anche laica e democratica e diventando il primo paese al mondo a istituire il matrimonio egualitario per via referendaria. Il referendum ha avuto alcuni grandi meriti: 1) ha dimostrato chiaramente che su questi temi la società è molto più avanti della politica, 2) ha mostrato alla Chiesa che un cattolicesimo rispettoso dei diritti LGBT è possibile, 3) ha rilanciato il dibattito anche da noi, smascherando ulteriormente il ritardo dell’Italia e il gioco al ribasso di Renzi sulle unioni civili. Nonostante questi indubbi meriti, resto del parere che i diritti civili non debbano dipendere dalla pancia e dalle lune di una maggioranza di cittadini. Trovo anzi inquietante che una maggioranza sia legittimata a pronunciarsi sui diritti, e quindi sulla vita, di una minoranza. I diritti dovrebbero essere tutelati per via politica, non referendaria. Chiusa la parentesi irlandese.

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Stanchi e frustrati di dover festeggiare periodicamente l’approvazione del matrimonio egualitario all’estero, torniamo alle tristi vicende italiche. Eh sì, perché noi, per quanto si possa essere felici per gli amici irlandesi, ci saremmo anche un po’ rotti di festeggiare le conquiste civili degli altri: vogliamo uguali diritti qui, nel nostro paese! E invece qui siamo ancora al Medioevo, al vuoto legislativo, a un dibattito pubblico inquinato da stereotipi e insulti.

Come sapete, a maggio il ddl Cirinnà sulle unioni civili è approdato alla commissione Giustizia del Senato. Nel tentativo di ostacolarne l’iter, i catto-talebani di destra hanno presentato 4300 emendamenti, la maggior parte dei quali assurdi e pretestuosi. D’altra parte, quando non si hanno ragioni valide per negare i diritti a una minoranza, occorre lavorare di fantasia. Leggiamo, per esempio, uno dei tanti emendamenti presentati dal caro Giovanardi:

Sostituire il comma 1 con il seguente: «Due persone dello stesso sesso costituiscono un’amicizia civilmente rilevante quando dichiarano di voler (esclusivamente per interessi altamente meritevoli di riconoscimento da parte dell’ordinamento nazionale) fondare tale unione a mezzo reciproca raccomandata con ricevuta di ritorno in plico, ovvero a mezzo posta elettronica (eventualmente certificata) inviata per conoscenza all’Ufficiale di Stato Civile della residenza di entrambi i concubini».

All’indomani del referendum irlandese, molti esponenti della destra italica non hanno mancato di esprimere il loro illuminante commento. Giorgia Meloni: “”No al matrimonio tra persone dello stesso sesso: sarebbe una spesa enorme per lo Stato e una inaccettabile apertura alle adozioni gay”. Renato Brunetta“L’unico legame che deve essere destinatario delle risorse del welfare deve essere quello della famiglia”. Entrambi sembrano dimenticare che anche i cittadini omosessuali contribuiscono al welfare del paese, oltre che agli stipendi dei politici.

Una delle argomentazioni che sentiamo spesso ripetere dalla destra omofoba contro il matrimonio egualitario e le unioni civili è proprio di natura fiscale. Sostengono che le pensioni di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbero troppo per il sistema pensionistico italiano. Oltre a essere falso – e lo spiego oltre – questo ragionamento è anche profondamente scorretto da un punto di vista etico: i diritti civili sono una questione di uguaglianza sociale, e da un punto di vista etico è scorretto pretendere che siano proporzionali al loro costo per lo Stato. La loro concessione non può dipendere da una logica di convenienza economica (convenienza che, ovviamente, va a tutto vantaggio dello Stato e a discapito dei cittadini LGBT). In altre parole, i diritti civili non hanno prezzo.

Se io vi proponessi: “Aboliamo il diritto di matrimonio degli ebrei, perché le loro pensioni di reversibilità costano troppo!” – questa frase non vi farebbe rabbrividire? Applicando la stessa logica di convenienza economica, perché allora non negare il diritto di matrimonio agli etero visto che, per ovvie ragioni, le loro pensioni di reversibilità costano molto di più? Oppure ai corrotti, ai delinquenti, ai mafiosi: se dobbiamo farne una questione economica e non di uguaglianza, mettiamoci anche un pizzico di “meritocrazia”. E invece no: in Italia possono sposarsi tutti, anche i corrotti, gli evasori, gli assassini, i violentatori, i mafiosi. Ma gli omosessuali no.

A marzo, intervenendo nel distorto dibattito pubblico sulle unioni civili, Alfano l’ha sparata grossa: la pensione di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbe 40 miliardi di euro. Falso! Le pensioni di reversibilità delle sole coppie etero (che sono circa 14 milioni) ammontano infatti a 37,8 miliardi (dato del 2013). La cifra sparata da Alfano, quindi, non è assolutamente verosimile.

Altre volte, invece, gli oppositori del matrimonio egualitario tendono a sminuire i pochi dati esistenti riguardo alle coppie omosex conviventi in Italia, affermando che la questione riguarderebbe solo poche persone: ne conseguirebbe, quindi, che i diritti LGBT non possono essere una priorità per la politica italiana. Alfano e i suoi sodali si mettano d’accordo una buona volta: siamo troppi o siamo troppo pochi?

Ma torniamo alla questione delle pensioni di reversibilità. Quante sono, in Italia, le coppie omosessuali conviventi? Non lo sappiamo di preciso, perché molti ancora preferiscono non dichiararsi nei censimenti. Secondo l’Istat, nel 2011 le coppie conviventi dello stesso sesso erano solo 7513. Un dato certamente sottostimato.

Per fare una stima di quanto potrebbero costare le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali, è necessario quindi operare delle proporzioni a partire dai dati di paesi che hanno una struttura demografica simile alla nostra. È quanto ha fatto un’indagine di Termometropolitico.it, pubblicata a gennaio, che purtroppo – come spesso succede – non ha avuto eco sui media italiani.

Calcolando la stessa proporzione francese, ovvero di 1,331 coppie ogni 1000 abitanti, da noi ce ne dovrebbero esere circa 78 mila quindi più dieci volte la proporzione attuale.

Se attualmente a fronte di 14 milioni di coppie [eterosessuali] si produce un esborso per lo Stato di 37,8 miliardi annui, aggiungendone altre 78 mila si dovrebbero calcolare proporzionalmente 210 milioni di € in più, sempre annui.

Si tratta di un costo esiguo effettivamente, e si devono considerare altri fattori:

i matrimoni stanno diminuendo, vi saranno quindi sempre meno vedovi e vedove;

l’età media si alza, e quella degli uomini più di quella delle donne, chi rimarrà vedovo lo farà più tardi e vi rimarrà per meno tempo;

– le coppie gay essendo costituite da persone dello steso sesso non sarebbero comunque influenzate dal gap di vita media tra i coniugi, quindi una durata anche qui minore della vedovanza.

Sono considerazioni che portano a credere che se vi deve essere una correzione ai dati sulla reversibilità sia per etero sia per gay per il futuro è comunque più probabile sia al ribasso.

Qualche settimana fa, in occasione dell’inizio della discussione parlamentare sul ddl Cirinnà, il sito articolo29.it ha pubblicato un’indagine dell’INPS sulle pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali.

Nello studio dell’INPS si rileva, difatti, come nel primo anno di entrata in vigore della legge, 2016, l’onere per lo Stato sarebbe pari a soli 100.000 euro, che diverrebbero 500.000 nel 2017 sino a raggiungere i 6 milioni di euro nel 2025. Dunque importi assolutamente risibili per il bilancio dello Stato.
L’INPS ha calcolato tali oneri con riferimento non al numero di coppie gay e lesbiche stimate in Italia dall’Istat (che sarebbero solo 7.500, cifra ritenuta sottostimata), ma approssimandosi al numero di coppie che hanno celebrato unioni civili in Germania nel primo decennio dall’entrata vigore dell’analoga legge i i vigente (ben 35.000 unioni civili). Si tratta, peraltro, di una previsione probabilmente eccessiva se si tiene conto che quel paese ha una volta e mezza gli abitanti dell’Italia.

I due studi non giungono agli stessi risultati, ma dimostrano che la spesa pubblica per le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali sarebbe esigua, ben lontana dalle cifre sbandierate come uno spauracchio dalla destra.

È ormai evidente come l’argomentazione della destra riguardo ai costi per lo Stato sia falsa e strumentale. L’augurio è che nella discussione parlamentare sul ddl Cirinnà tali menzogne vengano sbugiardate e ignorate.

Se vogliamo diventare un paese civile, è necessario che il dibattito pubblico non venga inquinato da sparate “alla Alfano” e che sia i politici sia i media la smettano di dare risalto ad affermazioni infondate e pretestuose. C’è quindi da chiedersi come mai i grandi quotidiani e le TV sistematicamente non diano notizia degli studi che abbiamo appena citato, né di dati significativi provenienti da paesi a noi vicini (come per esempio la Francia, di cui abbiamo parlato un mesetto fa).

Da ultimo, occorre sottolineare come l’Unione europea si sia già espressa sulla questione delle pensioni di reversibilità, affermando che un istituto giuridico (matrimonio o unione civile) che regolamenti e tuteli le coppie e che non preveda l’estensione delle pensioni di reversibilità anche alle coppie omosex sia da considerare discriminatorio. Nel ddl Cirinnà, quindi, non è possibile espungere il diritto alla pensione di reversibilità: parafrasando il nostro premier, “ce lo chiede l’Europa” (peccato che in materia di diritti LGBT Matteo Renzi si guardi bene dal sottolinearlo).

La ragione per cui Ilga Europe, nel suo ultimo rapporto, ha posizionato l’Italia in fondo alla classifica dei paesi più civili in materia di diritti LGBT (persino al di sotto di alcuni paesi dell’Est) è proprio questa: il totale vuoto normativo in materia di matrimoni e unioni civili. Per non parlare della mancanza di una legge seria contro l’omofobia (e il ddl Scalfarotto, che giace ancora in Parlamento, non lo è). È ben triste dover constatare che oggi, nel 2015, cinque secoli dopo la fine del Medioevo, in materia di diritti e rispetto per le persone LGBT l’Italia si trovi più vicina a paesi in cui l’omosessualità è reato piuttosto che a quelli che, insieme al nostro, hanno fondato e alimentato il progetto europeista.

I cittadini LGBT pagano le stesse tasse dei cittadini eterosessuali, contribuendo non solo ai lauti stipendi dei politici ma anche alle pensioni di reversibilità e agli sgravi fiscali riservati soltanto alle coppie etero (le stesse coppie etero che si separano sempre di più e si sposano in chiesa sempre meno, a dimostrazione – se ce ne fosse ancora bisogno – di come la famiglia cambi nel corso del tempo). Allo stesso tempo, i cittadini LGBT sono privati di diritti civili fondamentali, la concessione dei quali non lederebbe nessuno e anzi permetterebbe alle coppie omosessuali di vivere con maggiore serenità e molti meno patemi.

Eppure la base su cui si fonda – o si dovrebbe fondare – la nostra Repubblica laica e democratica è: uguali diritti, uguali doveri. Un po’ provocatoriamente – ma solo fino a un certo punto – potremmo dire: Abbiamo meno diritti? Ebbene, allora pagheremo meno tasse. Semplice e lineare.

Perché mai dovremmo continuare a contribuire alla res publica nella stessa misura dei cittadini etero, se lo Stato ci riconosce meno diritti? In fondo, se siamo considerati “diversi” e se tale diversità può giustificare una palese differenza di trattamento, allora che lo sia in tutti gli aspetti del vivere comune. Considerarci “uguali” solo quando fa comodo allo Stato, cioè quando c’è da incassare le nostre tasse, è solo una nuova e subdola forma di sfruttamento.

Uguali diritti, uguali doveri, dicevamo. Ma per noi cittadini LGBT la bilancia dei diritti e dei doveri pende nettamente dalla parte di questi ultimi. Forse è davvero il momento di riequilibrare i due bracci della bilancia: semplicemente smettendo di pagare le tasse a uno Stato omofobo. Forse l’unico modo per farsi sentire è adottare una strenua disobbedienza fiscale, vale a dire boicottare uno Stato che ci nega diritti fondamentali. Proprio come abbiamo fatto prima con Barilla e poi con D&G.

Vi lascio con questa provocazione. Per fortuna tra poco arriva il Pride!

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Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT