Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

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Immagine tratta da vanityfair.it

Vi ricordate Marta e Daniela, le due mamme che stanno lottando per il riconoscimento del loro piccolo Ruben da parte dello Stato italiano ?

Le due donne si sono sposate in Spagna, dove vige lo ius sanguinis: per questa ragione il loro bambino, nato a Barcellona, non può automaticamente ottenere la cittadinanza spagnola. Senza un certificato di nascita regolarmente registrato in Italia, Ruben risulta apolide, e di conseguenza non può accedere ai diritti basilari che hanno tutti gli altri bambini: passaporto, assistenza sanitaria, sussidi garantiti dallo Stato spagnolo ai genitori e ai loro figli.

Il certificato di nascita di Ruben era stato concesso e trascritto a ottobre dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che sul documento aveva anche indicato come genitori entrambe le madri, e successivamente annullato dal prefetto Gerarda Pantalone.

Oggi una delle due mamme, Marta Loi, ha parlato alla conferenza TEDxSSC, organizzata dalla Scuola Superiore di Catania, e ha raccontato la vicenda di Ruben e la battaglia che insieme alla moglie Daniela sta portando avanti per il riconoscimento di pieni diritti per il loro bambino. Il pubblico catanese, evidentemente commosso, le ha tributato un lungo applauso.

Ecco le parole di Marta.

Sono qui per raccontarvi le storie di tre bambini. Il primo è Donato, che nacque nel Duecento in una situazione di povertà. A quell’epoca le famiglie abbandonavano i figli malati, perché non avevano i mezzi per curarli e per paura che contagiassero gli altri. Per noi tutto questo è assurdo: oggi abbiamo la consapevolezza che tutti i bambini devono essere protetti.

La seconda storia è quella di Oliver Twist, che tutti conoscete. Durante la rivoluzione industriale, quando migliaia di bambini erano impiegati nelle fabbriche con turni massacranti, la Gran Bretagna decise di vietare il lavoro minorile (ma solo per i bambini sotto i 9 anni) nel 1883.

Queste prime due storie dimostrano l’evoluzione della nostra società. La tutela dei bambini non è sempre stata scontata come lo è oggi: è stata una conquista storica. In passato, per esempio, i bambini non venivano educati dai loro genitori, ma da altre persone. Una tappa fondamentale fu il secondo dopoguerra: dopo la seconda guerra mondiale, infatti, si rese necessario tutelare i bambini, molti dei quali erano rimasti orfani.

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, ratificata nel 1989, afferma che tutti i bambini devono essere amati e protetti, che tutti i bambini sono uguali e che non devono essere discriminati. Afferma, inoltre, che devono avere un nome e una nazionalità.

La terza storia è quella di Ruben, nato il 3 agosto del 2015. Per alcuni mesi Ruben non ha potuto godere di tutti i suoi diritti: non ha avuto un documento di identità, né l’assistenza sanitaria. Non è stato possibile assegnargli un pediatra, e inoltre è rimasto bloccato in terra spagnola.

Ruben è nato a Barcellona da una donna italiana ed è quindi italiano. Daniela ed io viviamo in Spagna da 7 anni. Ci siamo conosciute, frequentate e innamorate. Dopo qualche anno abbiamo deciso di avere un figlio. Una scelta non facile, ma ci siamo informate per bene e abbiamo fatto ricorso all’inseminazione artificiale in una struttura pubblica spagnola.

Durante la gravidanza di Daniela, abbiamo deciso di sposarci per garantire a nostro figlio pieni diritti. Alla nascita, Ruben è stato registrato presso il Comune di Barcellona con i nostri due cognomi. La trascrizione in Italia – obbligatoria perché Ruben è italiano – non è stata possibile. L’ostacolo è stato il secondo cognome, il mio. È quindi iniziata la nostra battaglia: il certificato di nascita di Ruben, che gli riconosceva due madri legali, è stato trascritto all’Anagrafe di Napoli e poi parzialmente annullato venti giorni dopo.

Oggi io non ho diritti e doveri verso Ruben, e lui non può godere di pieni diritti. Non posso, per esempio, accompagnarlo a scuola e – se si ammalasse – il medico curante non sarebbe tenuto a parlarmi della sua situazione sanitaria.

Sono qui per parlare di diritti dei bambini. Dobbiamo tutelare tutti i bambini – come Donato, Oliver e Ruben. La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia afferma che tutti i bambini devono essere tutelati senza alcuna eccezione o discriminazione.

Il nostro compito è quindi di garantire piene tutele e diritti a tutti i bambini: italiani e stranieri, ricchi e poveri, e anche ai figli delle coppie omogenitoriali.

Il caso di Ruben dimostra quanto grave e insostenibile sia, per le famiglie omogenitoriali, il mancato riconoscimento da parte del nostro Paese e quali pesanti ripercussioni esso abbia sulle vite quotidiane di migliaia di persone.

La speranza è che questo sia davvero l’ultimo Natale senza diritti per le famiglie omogenitoriali italiane e per i loro figli, e che nel 2016 la politica intervenga finalmente a colmare il vuoto legislativo che le penalizza.

Reflussi di coscienza vi augura buone feste e vi dà appuntamento a gennaio!

 

 

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Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

Sui temi LGBT qualsiasi opinione è lecita?

In un articolo apparso oggi su Avvenire, il comico Giacomo Poretti – ormai facente parte di quella schiera di vip che si rifà una vita e un’immagine sbandierando la propria conversione all’ultracattolicesimo – dice la sua sull’omogenitorialità. Di questi tempi, se vuoi farti pubblicità davanti a un pubblico conservatore e cattolico, non c’è niente di meglio che sparare idiozie sui temi LGBT, e poco importa se nello stesso articolo dimostri di non saperne nulla: i tuoi lettori bigotti ne sanno meno di te. Anzi, pendono dalle tue labbra, si bevono le tue affermazioni melense, false e antiscientifiche sulla famiglia e non brillano certo per senso critico (qualche mese fa uno studio di Cognitive Science ha dimostrato che i bambini esposti alla religione hanno maggiori difficoltà a distinguere tra realtà e finzione).

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Ne è uscito uno sketch comico che non fa ridere per nulla. Il bravo catechista Poretti, infatti, non solo ripropone la solita sfilza di stereotipi e falsità sulla necessità di avere un padre e una madre (come se essere eterosessuali fosse una condizione necessaria e sufficiente per essere buoni genitori), ma si lancia anche in un ardito e offensivo paragone tra omogenitorialità e OGM. Facendo quindi confusione – non si sa se volutamente o meno – fra tecniche che non hanno nulla in comune: da una parte la manipolazione genetica, dall’altra l’inseminazione artificiale e la gestazione per altri. Temi di cui il comico dimostra di non sapere nulla.

Il gran finale Poretti lo dedica a un altro spauracchio che agita gli animi dei cattolici: la scomparsa del padre. E immagina la possibile domanda da parte di un figlio: “Papi, ma quando si sposano due uomini, a chi tocca buttare la spazzatura?” Eccolo, il vero terrore dei cattolici: la ridiscussione dei ruoli – che loro vorrebbero immutabili, scolpiti nella pietra: la madre lava, stira, cucina, fa la spesa, va ai colloqui con gli insegnanti e il padre si limita a buttare la spazzatura –, l’evoluzione dei rapporti tra uomo e donna, la ridefinizione di ciò che è maschile e di ciò che è femminile (ancora oggi, nella nostra Italia maschilista, il ferro da stiro e il mattarello sono oggetti tipicamente femminili, lo stetoscopio e il pallone da calcio sono oggetti maschili: e così, secondo loro, dev’essere in saecula saeculorum). Agitando lo spettro della scomparsa del padre, non fanno altro che ribadire la sottomissione della madre. Qualcuno dovrebbe spiegare a Poretti, Miriano e compagnia pregante che all’interno delle coppie omosessuali la divisione dei compiti, che per forza di cose non dipende dal sesso biologico, risulta di solito più equa e armonica perché maggiormente corrispondente alle competenze e alle prefenze di ciascun partner. Invece di dipingerci come il diavolo, forse potrebbero prenderci a esempio. Sia mai che imparino qualcosa di utile per rinsaldare l’armonia all’interno delle loro famiglie “tradizionali”.

Ma dall’alto di cosa Giacomo Poretti mette bocca sulle famiglie omogenitoriali? Non ci risulta che abbia una specializzazione in bioetica né in psicologia dell’infanzia né tanto meno in diritti civili.

La cosa purtroppo non ci stupisce. Viviamo in un Paese in cui a comici, calciatori, stilisti viene chiesto di esprimersi su temi che evidentemente non conoscono. Come quando a Cassano, in un’intervista, fu chiesto di dire la sua sulla presenza di calciatori gay in Nazionale. E cosa mai ci si può aspettare che dica Cassano sui “froci”?

Sembra che in Italia sui temi LGBT qualsiasi opinione sia lecita, che ognuno possa mettere bocca sull’esistenza e sui diritti altrui. Ma se fossimo noi lesbiche e gay a dirvi come dovete vivere, scopare o educare i vostri figli?

Sui temi LGBT qualsiasi opinione è lecita?