Adotta anche tu un piccolo Pride

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Varese, Milano, Madrid.

Questi i miei Pride del 2016. E se gli ultimi due non hanno certo bisogno di presentazioni (quello di Milano è il Pride della mia città e ve ne ho parlato più volte lo scorso anno; quello di Madrid, con quasi 2 milioni di partecipanti, è il più grande d’Europa), meno scontata è la scelta di Varese.

Credo sia fondamentale sostenere i Pride che si svolgono nelle città medio-piccole. Significa dare un segno di vicinanza e solidarietà alle comunità LGBT locali, che si trovano a vivere in realtà spesso chiuse e omofobe. Significa contribuire, almeno per un giorno, alla visibilità delle persone LGBT di quella città, sfidando gli sguardi giudicanti di chi continua a non capire. E visibilità, come sappiamo bene, è la parola chiave per la rivendicazione dei diritti civili. Non è un caso che il messaggio politico del Varese Pride sia (R)esistiamo.

Sono nata a Lecco (48.000 abitanti, una lunga e pervasiva tradizione leghista e ciellina, neanche un cinema sopravvissuto alla crisi delle sale: giusto per dare due pennellate sulla situazione politica, sociale e culturale) e so bene quanto sia difficile, per una persona LGBT, vivere la propria giovinezza in un contesto simile. Bene che ti vada, passerai quelli che dovrebbero essere gli anni della spensieratezza nel silenzio, nascondendo la tua identità e i tuoi sentimenti, spesso anche alle persone che ti sono più vicine. Nella peggiore delle ipotesi, se sceglierai di fare coming out, o se ti faranno outing, è altamente probabile che verrai preso in giro, emarginato, forse anche bullizzato. Ti sentirai un marziano, per anni penserai di essere l’unico fatto così. Fortunatamente, oggi, la situazione è meno cupa rispetto a quella che ho conosciuto io ai miei tempi (oddio, mi sento vecchia!). Da qualche anno le cose stanno cambiando, nascono luoghi di incontro e occasioni di condivisione per le persone LGBT, e l’associazione Renzo e Lucio sta facendo un ottimo lavoro per quanto riguarda la sensibilizzazione della cittadinanza. Penso e spero che sia così anche per altre realtà di provincia. Ma la strada da fare è ancora lunga. Al Nord come al Sud.

Il Pride di quest’anno è il primo per la città di Varese. Una città tradizionalmente di destra, in cui la vita per le persone LGBT non è facile. Per darvi un’idea delle tante difficoltà che gli organizzatori devono affrontare, vi sintetizzo solo l’ultima: a tre giorni dal corteo, la Questura ha modificato il percorso in modo tale che non passi dal centro. Inoltre ha modificato la piazza finale da piazza Monte Grappa a piazza Ragazzi del ’99, che è un parcheggio chiuso, a causa della presenza della sede di un partito politico (a quanto pare la Lega) in Corso Matteotti. Il mesaggio è chiaro: fatevi pure il vostro Pride, ma senza farvi vedere dalla brava gente.

Per queste ragioni ho deciso di partecipare al Pride di Varese. E vi invito tutti ad adottare (almeno) un “piccolo Pride” ogni anno. Ora e negli anni a venire.

Qui il calendario di Onda Pride 2016. Il corteo di Pavia è già passato (11 giugno), ma sono ancora molti i piccoli Pride che aspettano il vostro sostegno!

 

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Adotta anche tu un piccolo Pride

Strage di Orlando: un penoso day after

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Mi è ancora difficile trovare le parole per commentare quanto successo a Orlando, anche se lo shock e la paura stanno pian piano scemando col passare delle ore. La notizia ci è stata data ieri pomeriggio, proprio sul finire del week-end formativo del Gruppo Scuola di Arcigay Milano. Era stato un week-end di gioia e condivisione, in cui avevamo programmato le attività del prossimo anno nelle scuole. È stato un fulmine a ciel sereno. I numeri drammatici della strage, seguiti in serata dalla notizia dell’uomo armato arrestato mentre si dirigeva al Pride di Los Angeles, ci hanno terrorizzati. La sensazione, angosciante, era quella di essere – anche a migliaia di chilometri di distanza – sotto attacco e inermi di fronte alla violenza. Fortunatamente in quel momento non eravamo da soli. Eravamo tutti insieme, e il sostegno che ci siamo dati l’un l’altro è stato fondamentale per trovare la forza di reagire. Un abbraccio, una parola, una spalla su cui piangere, un amico che ti invita a cena perché non è proprio il momento di stare da soli, non questa domenica sera.

All’indomani dell’attentato, c’è che minimizza (tanto erano tutti gay), c’è chi addirittura esulta per la strage di froci (l’odio per gli omosessuali è una di quelle cose che riescono a mettere d’accordo i fondamentalisti cristiani e quelli islamici), c’è chi strumentalizza quanto accaduto (Adinolfi, che pochi mesi fa aveva auspicato l’uso dei fucili contro i matrimoni omosessuali, ora esprime una pelosa solidarietà alla comunità LGBT; lo stesso papa Francesco, che si è sempre opposto alla moratoria ONU contro la pena di morte per il “reato” di omosessualità, si dice addolorato). C’è addirittura chi individua la causa della strage in un bacio tra due gay – immagino che anche la sera del Bataclan ci fossero stati innumerevoli baci, sia etero sia omosex, quindi forse è l’atto del bacio in sé che deve essere vietato, e non la diffusione dell’odio e delle armi.

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I messaggi di cordoglio dei politici italiani sono sembrati messaggi di circostanza: freddi e scritti solo per senso del dovere. E, soprattutto, la maggior parte dei nostri politici ha evitato accuratamente di ricordare che le vittime erano omosessuali. Si è parlato genericamente di “fratelli americani”. Una delle poche a rivolgersi direttamente alla comunità LGBT è stata Laura Boldrini. Il Movimento 5 Stelle, addirittura, non ha sentito alcun bisogno di condannare l’attentato: non un tweet, non una dichiarazione.

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All’estero, intanto, le iniziative simboliche a sostegno della comunità LGBT americana si moltiplicano. Diversi monumenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, sono stati illuminati con i colori arcobaleno oppure sono stati spenti in segno di lutto. In Italia, al momento, nessun sindaco ha avanzato proposte simili. Anzi, c’è quasi da temere che Regione Lombardia faccia comparire sul Pirellone l’esultante scritta “-50!”.

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E i media? Il confronto con la copertura mediatica degli attentati di Parigi è inevitabile e lampante. Dopo il 13 novembre 2015, fiumi di dirette TV, ore e ore di approdondimenti per quello che veniva definito un attacco ai nostri valori. E l’attentato al Pulse di Orlando, invece, non lo è? Uccidere 50 persone in un locale gay – un luogo che simboleggia la libertà sessuale di cui godiamo nella nostra società – non è un attacco ai nostri valori? Anche i toni con cui è stata riportata la notizia sono molto diversi da quelli usati per Parigi: oggi non c’è lo stesso senso di tragedia e lutto, non c’è lo stesso pathos. Non c’è nemmeno la caccia alla lacrima facile dello spettatore/lettore, il che non è certo un male in sé, ma è un chiaro indicatore del diverso atteggiamento nei confronti delle due notizie. Non si cerca di parlare al cuore e allo stomaco dello spettatore, di coinvolgerlo e farlo immedesimare, forse perché si presume che lo spettatore medio sia etero e quindi distaccato e fondamentalmente disinteressato (per fortuna ne conosco pochi di etero così!). Si presume, forse, che il lettore pensi: “A me non potrebbe mai succedere una cosa del genere, perché non potrei mai trovarmi in un locale come il Pulse”. L’esatto contrario di quanto accaduto per gli attentati di Parigi, dove l’immedesimazione e l’empatia erano massime proprio perché l’Is aveva colpito i luoghi di svago di tutti. L’attentato di Orlando, invece, non è narrato e di conseguenza non è vissuto come un attacco al nostro stile di vita. Semmai allo stile di vita dei gay.

Se l’indignazione a corrente alternata dei media occidentali non fa ormai più notizia, c’è da rilevare che anche la risposta della cittadinanza è ben diversa rispetto a quella osservata all’indomani degli attentati parigini. Basta fare un giro sui social per tastare con mano quanto questa tragedia non sia considerata “nostra” ma “loro”, cioè delle persone LGBT. E non si può dire, stavolta, che l’attentato abbia colpito un paese lontano da noi geograficamente e/o culturalmente (“Perché allora non mettete la bandiera siriana nei vostri profili?”, veniva chiesto polemicamente mesi fa a chi aveva postato il tricolore francese). L’attentato ha colpito la comunità LGBT americana, nel cuore dell’Occidente, e rappresenta la più grave strage a mano armata nella storia degli USA. E allora perché quest’indifferenza? Forse perché le vittime erano tutte omosessuali?

Scarsi, per non dire nulli, i messaggi di cordoglio e solidarietà da parte di intellettuali, artisti, esponenti del cinema e dello spettacolo, sportivi, associazioni di vario tipo.

Le uniche a far sentire la propria voce, esprimendo solidarietà alle vittime e condanna per l’orribile violenza, sono state le associazioni LGBT. Le uniche, tra l’altro, a organizzare fiaccolate e presidi per ricordare le vittime. Nel novembre 2015, invece, le manifestazioni di vicinanza al popolo francese si erano moltiplicate lungo tutto lo Stivale, organizzate da associazioni, scuole, istituzioni di vario tipo. Questa volta no, questa volta il lutto è solo della comunità LGBT. Sottintendendo che le vittime omosessuali non meritano nemmeno un minuto di silenzio.

Tutto questo – l’indifferenza di alcuni media e di molti cittadini, gli insulti e le strumentalizzazioni – non fa che acuire il senso di solitudine e accerchiamento di noi persone LGBT. Ma la solitudine è pericolosa, perché ti fa venire i pensieri peggiori: gettare la spugna, cedere alla disperazione, smettere di lottare.

Per questo è fondamentale restare uniti. Proprio ora che ci sembra di essere soli contro l’universo mondo. Scenderemo in strada già da stasera (a Milano il presidio organizzato da Arcigay si terrà dalle ore 20 in Largo Donegani), continueremo a reclamare i diritti civili che ci spettano, continueremo ad amare e a lottare con ancora più forza e visibilità. Uniti.

Strage di Orlando: un penoso day after

Regione Lombardia al Family Day? E noi in piazza della Scala!

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Esattamente un anno fa scendevamo in piazza contro il convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia e sponsorizzato con il logo Expo. Oggi, dopo aver buttato al vento 50.000 euro per l’attivazione del numero verde anti-gender, ecco l’ennesima iniziativa omofoba da parte della giunta di Roberto Maroni.

La giunta leghista, che a quanto pare continua a dimenticarsi di dover rappresentare tutti i cittadini lombardi, compresi quelli LGBT, ha deciso infatti di partecipare al Family Day in programma il 30 gennaio. E lo farà presentando in piazza il gonfalone ufficiale con la rosa camuna e illuminando il Pirellone con la scritta “Family day”.

Un motivo in più, quindi, per essere in tanti, tantissimi, alla manifestazione Svegliati Italia che il 23 gennaio colorerà di arcobaleno più di 70 città italiane. Ancora una volta chiederemo a gran voce pari diritti, ma allo stesso tempo ci troveremo nella scomoda posizione di dover difendere con le unghie un ddl che ci va stretto: soltanto il matrimonio egualitario ci garantirebbe gli stessi diritti e tutele delle coppie etero, ma siamo anche consapevoli che l’eventuale stralcio della stepchild adoption dal ddl Cirinnà sarebbe l’ennesima presa in giro e andrebbe a ledere proprio le figure più fragili tra quelle in causa, cioè i figli delle coppie omosessuali.

Le unioni civili sono solo un primo passo verso l’uguaglianza, a cui dovranno seguirne altri. La nostra battaglia per i diritti non si fermerà finché non otterremo il matrimonio egualitario e l’adozione piena.

Per i milanesi l’appuntamento è per sabato 23 gennaio alle 14:30, in piazza della Scala.

Per tutti gli altri, ecco l’elenco delle piazze che aderiranno al flash mob.

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Regione Lombardia al Family Day? E noi in piazza della Scala!

Il meglio della Milano Pride Week 2015

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L’arrivo del corteo a Porta Venezia. (Foto di Alice Redaelli.)

La Pride Week di Milano si è chiusa domenica sera, lasciandoci gioiosi, carichi, estasiati, elettrici, innamorati, colorati, storditi. E pure un po’ stanchi: ché ormai, dopo i 30, le 8 ore di fila passate a ballare e cantare le devi espiare tutte l’indomani.

Ma non ci basta mai. Di Pride ne vorremmo uno al mese e la nostra splendida città, Milano, la vorremmo così tutti i fine settimana: piena di musica, di gente per le strade, di colori, sorrisi, abbracci random con gente che conosci appena di vista.

Gli eventi sono stati talmente tanti che è davvero difficile scegliere i momenti migliori di questa Pride Week. La settimana del Pride, infatti, è durata in realtà ben 9 giorni, con più di 50 eventi in programma: da sabato 20 giugno, con la festa inaugurale presso il Padiglione USA a Expo, fino a domenica 28, con il party di chiusura al Karma.

Provo a mettere giù una breve classifica dei 5 momenti che ho amato di più della Pride Week 2015. Si tratta di scelte personali del tutto opinabili: ben vengano i vostri commenti e le vostre contro-classifiche!

5. La proiezione di Cloudburst allo Spazio Oberdan. Sala strapiena, gente seduta per terra, altre decine di persone rimaste fuori dal cinema. Una bellissima serata, in cui il quartiere di Porta Venezia è stato più vivo che mai.

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Lo Spazio Oberdan sold out per la proiezione di Cloudburst. (Foto di Alice Redaelli.)

4. L’incontro con Claudio Rossi Marcelli alla Casa dei Diritti. Lo adoro perché è un tenerone e, dopo aver chiacchierato un po’ con lui e aver ricevuto una bellissima dedica, lo amo ancora di più!

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Claudio Rossi Marcelli ha presentato il suo ultimo libro, “E il cuore salta un battito”, Mondadori. (Foto di Alice Redaelli.)

3. I messaggi di sostegno da parte di grandi star come Madonna, Mika, Fedez e delle sedi italiane di Twitter e Google. Non si è trattato di messaggi generici in favore dei diritti LGBT, ma di veri e propri endorsement rivolti specificamente a Milano Pride: un gran colpo per la visibilità dell’evento e una bella iniezione di orgoglio per gli organizzatori!

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Mika e Fedez con la bandiera di Milano Pride. I messaggi di sostegno di Madonna e Twitter Italia. La delegazione di Google Italia durante il corteo (foto di Alice Redaelli.)

2. La Pride Square. Quest’anno, a causa dell’indisponibilità di piazza Oberdan, non era propriamente una square, ma quasi un intero neighbourhood: da giovedì a sabato via Lecco, via Palazzi e largo Bellintani sono diventati l’epicentro della vita arcobaleno milanese. Bancarelle di cibi e vestiti, gazebo delle associazioni, musica. Grazie alla chiusura del traffico, alcuni bar friendly come il Mono, il Red Café e il Leccomilano hanno finalmente potuto sfoderare i loro dehors. L’atmosfera era gioiosa e rilassata, l’ideale per godersi le serate di fine giugno. Sabato sera il dj set post Pride, a cura di Elle Vegas, ci ha fatto dimenticare la stanchezza dell’afosa marcia pomeridiana facendoci scatenare in pista.

L'affollatissima Pride Square. Foto di Alice Redaelli.
Metti una sera di giugno alla Pride Square. (Foto di Alice Redaelli.)
L'affollato dehors del Mono. Vorrei Milano così tutto l'anno!
L’affollato dehors del Mono. Vorrei che Milano fosse così tutto l’anno!

1. Il corteo. Partecipatissimo, colorato, emozionante, vivacissimo grazie alla presenza di 5 carri. Per la strade di Milano hanno sfilato tra le 100.000 e le 150.000 persone. Tantissimi anche i cittadini etero che hanno voluto dare il loro sostegno alla comunità LGBT. È stato senz’altro il corteo più partecipato nella storia dei Pride milanesi e forse anche il più bello a cui ho preso parte in vita mia (al pari dell’Euro Pride di Roma del 2011, persino più emozionante del Pride di Londra del 2012!). Purtroppo mi sono persa il flash-mob finale (il corteo era davvero lunghissimo ed ero rimasta un po’ indietro), ma mi sono emozionata anche solo a vedere le foto di tutti quei alzati al cielo a sostegno dei diritti LGBT.

La sconfinata folla di Milano Pride vista dal primo carro. Laggiù in fondo ci sono altri 4 carri!
Il corteo di Milano Pride in via Settembrini, immortalato da un punto di vista privilegiato: il primo carro. Laggiù in fondo non si riescono neppure a scorgere gli altri 4 carri, e davanti al primo c’è tutta la testa del corteo. Giusto per darvi un’idea della folla… (Foto di Fabio Galantucci.)
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Il flash mob finale: 150.000 sì per il matrimonio egualitario.

Ma, come dicevo, il Pride non ci basta mai. E infatti, per sfuggire alla nostalgia e all’improvviso ritorno alla routine, sono già in partenza per il Pride di Madrid! Ve lo racconterò la prossima settimana!

Il meglio della Milano Pride Week 2015

5 motivi per cui un etero dovrebbe partecipare al Pride

Non vi farò la lezioncina su quando, dove e come è nato il Pride. Mi auguro che non ne abbiate bisogno. Mi auguro anche che sappiate cosa rispondere al bigotto o al gay represso di turno che puntualmente starnazzeranno i loro stereotipi sul Pride, magari senza mai esserci andati. Una buona risposta potrebbe essere questa.

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Oggi mi rivolgo agli amici etero, perché abbiamo bisogno di voi.
Se è vero che per i neri degli Stati Uniti le cose hanno iniziato a cambiare quando i bianchi sono scesi in piazza al loro fianco, se è vero che per le donne, anche nel nostro Paese, la parità ha smesso di essere un miraggio solo quando anche gli uomini – mariti, padri, amici, fratelli – hanno iniziato a sostenere l’emancipazione femminile (un esempio fu il referendum sull’aborto del 1981), oggi noi lesbiche, gay, bisex, transessuali e intersessuali abbiamo bisogno di voi cittadini etero. Dopo manifestazioni omofobe e fasciste come quelle delle Sentinelle in piedi, dopo il Family Day di sabato scorso, all’insegna della becera propaganda cattolica antigay e antifemminista, il silenzio non è più un’opzione: anche per voi è giunto il momento di scegliere da che parte stare. Che abbiate o meno amici o parenti gay, i diritti LGBT vi riguardano eccome. È una questione di rispetto, di uguaglianza, di diritti umani.

Abbiamo bisogno di voi per cambiare questa società e questa politica. Siamo i vostri vicini di pianerottolo, i vostri cugini, i vostri colleghi. Siamo il panettiere sotto casa, l’insegnante di inglese, il tassista che vi porta in stazione. Abbiamo i vostri stessi doveri, paghiamo le stesse tasse, contribuiamo agli sgravi fiscali e alle pensioni di reversibilità a cui soltanto voi avete accesso. Vi chiediamo uguali diritti. Vi chiediamo, per le nostre coppie e famiglie, le stesse tutele di cui godono le vostre. Vi chiediamo che i nostri figli non finiscano in un limbo legislativo nel caso in cui venga a mancare il genitore biologico. Vi chiediamo di poterci prendere cura della persona che amiamo nel caso in cui finisca all’ospedale, senza che un medico ottuso ci chiuda la porta in faccia, senza dover mendicare la pietà del personale di un ospedale. Vi chiediamo di costruire insieme una società in cui nessuno – a scuola, per strada o al lavoro – si senta mai più legittimato a insultarci, picchiarci o discriminarci.

Qui a Milano ho la fortuna di avere diversi amici etero che partecipano regolarmente al Pride. Magari non tantissimi, ma un discreto numero. Quando questo non succede ci resto malissimo. Fare la conta delle assenze, dover constatare che all’amico taldeitali non frega nulla dei miei diritti è una delusione enorme. Al contrario, che soddisfazione, che gioia, che commozione, quando incontro al Pride un amico o una amica etero! (Succede più spesso con le amiche, a dire il vero.)

Ma perché un etero dovrebbe partecipare al Pride? Beh, è presto detto.

  • Perché il Pride è come il Primo Maggio o il 25 aprile. E al Primo Maggio e al 25 aprile ci si va, punto e basta. Per noi cittadini LGBT il Pride ha la stessa importanza, lo stesso valore fondativo e identitario, la stessa portata democratica.
  • Perché la felicità dei vostri amici gay, lesbiche e trans dovrebbe starvi a cuore. Ma non è necessario avere amici gay per sostenere i diritti LGBT, così come non è necessario essere un panda, o conoscerne uno, per sostenere il WWF: è una questione di rispetto e senso civico.
  • Perché una società più giusta renderebbe più bella e serena la vita di tutti: la vostra, quella delle persone che vi circondano, quella dei vostri figli. E se mai i vostri figli dovessero rivelarsi omosessuali, bisessuali o transessuali, allora il Pride – questo Pride e tutti quelli che seguiranno finché non avremo pari diritti – riguarderebbe anche loro.
  • Perché vi commuovereste nel vedere i vostri amici gay sfilare insieme ai loro genitori. Che magari ci hanno messo una vita ad accettare l’idea di avere un figlio omosessuale, e un’altra per iscriversi all’Agedo. O magari ci hanno messo pochissimo a fare entrambe le cose, ma è emozionante anche così.
  • Perché vi divertireste un sacco e per un pomeriggio potreste diventare vere e proprie icone gay (che non significa essere gay). E allora sì che potrete dire di essere davvero fichi!
Suzzina benedice Milano Pride 2013.

Quindi quest’anno non accampate scuse. La gita fuori porta la farete il prossimo week-end! Sabato 27 giugno scendete in piazza con noi!

A Milano l’appuntamento è alle 15 in piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale.

 

*** Upgrade ***

A distanza di un anno, questo articolo ha ricominciato a circolare sui social autonomamente (ormai è grande e vaccinato), segno che vi è piaciuto e continuate a condividerlo. A scanso di equivoci, vi ricordo che quest’anno (2016) il Pride di Milano si svolgerà sabato 25 giugno: partenza ore 16 da piazza Duca d’Aosta.

5 motivi per cui un etero dovrebbe partecipare al Pride

17 maggio: contro l’omofobia sostieni Milano Pride!

Si apre oggi la settimana che porta al 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omofobia, una ricorrenza promossa dall’Unione europea per sensibilizzare cittadini e istituzioni nella lotta contro omofobia, bifobia e transfobia. Per l’occasione, in molte città italiane sono in programma eventi, convegni e flash mob.

A chi sostiene, in mala fede, che in Italia l’omofobia non esiste – e purtroppo sui social se ne trovano molti – andrebbe mostrato il rapporto Ilga Europe 2015, pubblicato ieri: una netta bocciatura per il nostro Paese, che risulta essere il più omofobo dell’Europa occidentale (al netto dei micro Stati come San Marino e Monaco). rainbow map 2015

Oggi vorrei però focalizzarmi sulla mia città. È noto come Milano sia una delle città più friendly d’Italia e in questi ultimi anni, a livello sia di società civile sia di amministrazione comunale, è molto attiva nella lotta contro l’omofobia. Il sindaco Pisapia non solo ha varato il registro delle unioni civili (luglio 2012), ma ha anche partecipato al Pride dello scorso anno e ha più volte preso posizione a favore dei diritti LGBT. L’ultima volta poche settimane fa, quando ha invitato i suoi concittadini, a mezzo social, a firmare la petizione “Stop omofobia a scuola”, contro il bullismo omofobico e a favore dell’educazione al rispetto delle differenze nelle scuole.

Anche quest’anno, in occasione della Giornata contro l’omofobia, Milano sarà in prima fila contro le discriminazioni, con il flash mob #hungryforhumanrights organizzato da Arcigay Milano. L’appuntamento è per domenica 17 maggio, ore 15, davanti a Palazzo Reale.

Non vi basta? Volete dare il vostro contributo contro l’omofobia in modo più diretto? Bravi! Eccovi subito l’opportunità per farlo.

Manca ancora più di un mese all’evento arcobaleno dell’anno ma, nell’attesa che venga svelato il programma della Pride Week, non chiedetevi cosa Milano Pride possa fare per voi: chiedetevi cosa potete fare voi per Milano Pride!

Il Comitato arcobaleno, che organizza il Pride, ha lanciato in questi giorni una campagna di crowdfunding grazie alla quale tutti i cittadini che credono nell’uguaglianza e nel rispetto possono dare il proprio contributo per sostenere le spese per la parata e per gli eventi della Pride Week.

crowdfunding

Negli ultimi anni gli organizzatori sono riusciti a ridurre di molto le spese per il Pride. È anche in quest’ottica che va letta, per esempio, la rinuncia ai costosi carri musicali nelle edizioni 2013 e 2014, spesso criticata dalla comunità LGBT ma necessaria per la sopravvivenza del Pride e delle associazioni stesse. L’anno scorso fu allestito un solo carro, che sfilò in testa al corteo; quest’anno i carri ci saranno, ma sempre con un occhio alla sostenibilità economica: accanto al carro principale sfileranno infatti altri carri allestiti da privati o da altre associazioni.

Anche per questa edizione del Pride ben due terzi delle spese, cioè 20.000 € sui 30.000 previsti a budget, saranno a carico delle associazioni LGBT di Milano (principalmente Arcigay Milano), che – come tutte le associazioni di volontariato, specie in questo periodo di crisi economica – non navigano certo nell’oro.

Per sostenere Milano Pride potete quindi fare una di queste cose (meglio ancora se le fate tutte e tre!):

  • partecipare al corteo del 27 giugno e agli eventi della Pride Week;
  • diventare volontari del Milano Pride;
  • donare il vostro contributo economico.

Spesso la comunità LGBT non si rende conto dei costi sostenuti dalle associazioni e dà per scontate tutte quelle attività che si vede offerte durante l’anno. Un esempio? Quando, qualche anno fa, il Festival Mix ha rischiato seriamente di scomparire ed è stato costretto a fare a meno di dj-set e aperitivi sul sagrato del Piccolo, in molti si sono indignati e si sono scagliati contro gli organizzatori, senza capire che il problema era molto più complesso. Le associazioni non possono essere lasciate da sole, altrimenti gli eventi LGBT organizzati nel corso dell’anno rischiano di diventare un buco nero che inghiotte soldi ed energie, mettendo a repentaglio la sopravvivenza delle associazioni stesse. Gli sponsor, soprattutto in questi anni di crisi, sono pochi e poco generosi (se però avete un esercizio commerciale e volete diventare partner di Milano Pride, ecco la pagina che fa per voi).

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È necessario che la comunità LGBT si risvegli e che sostenga le associazioni: non solo con la partecipazione agli eventi, ma anche con le donazioni e con l’offerta del proprio tempo in quanto volontari.

Avete donato qualche soldino al Pride ma ancora non vi basta? Sentite di poter fare di più? Beh, come tutti gli anni potete donare il vostro 5 per mille ad Arcigay o ad Arcigay Milano, oppure a un’altra delle tante altre associazioni che – formando volontari competenti e sostenendo spese spesso ingenti – lottano ogni giorno a favore dei diritti e della dignità dei cittadini LGBT.

17 maggio: contro l’omofobia sostieni Milano Pride!

Il 25 aprile è anche arcobaleno

Vivo a Milano, città medaglia al valor militare per la guerra di Liberazione, da quasi 6 anni e nei primi di questi troppe volte, durante le celebrazioni di piazza del 25 aprile, ho dovuto constatare l’assenza (o la scarsissima visibilità) delle associazioni LGBT. Certo, molti attivisti del movimento hanno sempre partecipato al corteo a titolo personale, ma per lo più senza mostrare alcun simbolo di appartenenza a questa o quella associazione. Negli anni passati le bandiere LGBT in piazza erano poche e sparute, quasi mai numerose e distintamente visibili.

Qualcosa ha iniziato a cambiare lo scorso anno, quando un folto gruppo di volontari del Gruppo Scuola di Arcigay partecipò al corteo con bandiere arcobaleno e volantini.

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Il Gruppo Scuola di Arcigay Milano al corteo del 25 aprile del 2014.

Quest’anno sarà diverso. Sia i Sentinelli di Milano sia Arcigay hanno annunciato la loro presenza, che sarà senz’altro numerosa e ben visibile lungo il corteo. Quest’anno più che mai, dopo lunghi mesi di attacchi e menzogne contro la comunità LGBT, è importantissimo esserci ed essere visibili: non solo in quanto cittadini ma anche in quanto cittadini omosessuali o transessuali.

Il 25 aprile si celebra la Liberazione dal nazifascismo. Come è noto, tra le vittime dei totalitarismi ci furono anche molti omosessuali e transessuali, che per di più dopo la fine della guerra non ricevettero alcun tipo di risarcimento né di riconoscimento ufficiale. In molti casi, dopo l’apertura dei lager, gli omosessuali là internati vennero semplicemente traslati nelle prigioni dei rispettivi Paesi. Anche la storiografia e l’insegnamento scolastico hanno preferito ignorare per decenni le vittime LGBT.

Per approfondire l’argomento, vi consiglio questo libro: Circolo Pink, Le ragioni di un silenzio, Ombre corte, 2002.

le ragioni di un silenzio

In Italia il fascismo non introdusse leggi repressive ad hoc contro gli omosessuali. Sembra che Mussolini, alla proposta da parte di un gerarca di introdurre una legge contro i comportamenti contro natura, rispose che non ce n’era bisogno perché “in Italia sono tutti maschi”. I veri maschi italiani, fascisti e virili, non soffrivano di certe perversioni. Quella, semmai, era roba da inglesi effeminati. La repressione però ci fu, anche in assenza di dispositivi di legge specifici. Il confino (emarginazione fisica) e lo scandalo (emarginazione sociale) che colpivano gli omosessuali e le loro famiglie erano forse, agli occhi di Mussolini, più che sufficienti per estirpare il vizio dall’Italia fascista. Senza per questo dover mai ammettere la sua esistenza con una legge ad hoc.

Sul confino degli omosessuali durante la dittatura fascista, c’è un bel graphic novel: De Santis e Colaone, In Italia sono tutti maschi, Kappa Edizioni, 2010.

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Sul piano sociale la repressione degli omosessuali fu delegata implicitamente a un altro organo di controllo della società, che aveva occhi e orecchie sparsi in tutti i comuni del Paese, anche in quelli più piccoli e remoti. Un controllo capillare delle coscienze, una sorta di Panopticon perenne, in grado di inculcare idee omofobe nella gente (esattamente come oggi) e di punire le devianze facendo scoppiare lo scandalo. Sì, stiamo parlando della Chiesa cattolica.

Un ultimo consiglio di lettura che vi lascio per prepararsi al 25 aprile è il bel libro di Paolo Pedote, Storia dell’omofobia, Odoya, 2011. In particolare i capitoli 6 e 7: “Triangoli rosa e triangoli neri”, “Terra di infanti”.

storia dell omofobia

Ancora oggi, a distanza di 70 anni dalla Liberazione, il nostro Paese ci nega diritti e tutele fondamentali. Per di più, nell’ultimo anno la comunità LGBT è stata sotto costante attacco da parte della destra cattolica.

Riappropriamoci quindi di un giorno che è anche nostro. Facciamoci sentire, partecipiamo, reclamiamo quei diritti che ancora oggi ci vengono negati in modo del tutto arbitrario e ideologico.

L’appuntamento con il gruppo di Arcigay Milano è per sabato 25 aprile, alle ore 14 davanti al Planetario (Corso Venezia 57 – M Porta Venezia).

Il 25 aprile è anche arcobaleno