Unioni civili: una vittoria (tardiva) a metà

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Milano, 30 aprile 2016: la Festa delle Famiglie organizzata da Famiglie Arcobaleno. Foto di Alice Redaelli.

Con 20 anni di ritardo e dopo un decennio di rinvii e negoziazioni al ribasso, conditi da una buona dose di insulti e menzogne da parte della destra cattolica, l’Italia sta finalmente per approvare uno straccio di legge sulle unioni civili. Una legge tardiva e monca della stepchild adoption. La montagna ha partorito il topolino.

“Non è più possibile rinviare tutto”, dice Renzi festeggiando in un post l’ormai prossima approvazione del ddl Cirinnà. I diritti dei nostri figli, però, sì. Li hanno rinviati di nuovo a data da destinarsi. E conoscendo i tempi e l’ipocrisia della politica italiana, quella data è ancora molto lontana.

Questa legge è una vittoria a metà. Un punto di partenza, certo. Meglio di nulla, certo (piutost che negot l’è mej piutost, come si dice dalle mie parti). E tuttavia non può non restare l’amaro in bocca per una legge che sancisce ufficialmente una discriminazione.

Non ci fermeremo finché non otterremo la vera uguaglianza. Da domani (ri)comincia la lotta per il matrimonio egualitario.

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Il post con cui Matteo Renzi ha festeggiato (preventivamente) l’approvazione del ddl Cirinnà.

 

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Unioni civili: una vittoria (tardiva) a metà

Regione Lombardia al Family Day? E noi in piazza della Scala!

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Esattamente un anno fa scendevamo in piazza contro il convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia e sponsorizzato con il logo Expo. Oggi, dopo aver buttato al vento 50.000 euro per l’attivazione del numero verde anti-gender, ecco l’ennesima iniziativa omofoba da parte della giunta di Roberto Maroni.

La giunta leghista, che a quanto pare continua a dimenticarsi di dover rappresentare tutti i cittadini lombardi, compresi quelli LGBT, ha deciso infatti di partecipare al Family Day in programma il 30 gennaio. E lo farà presentando in piazza il gonfalone ufficiale con la rosa camuna e illuminando il Pirellone con la scritta “Family day”.

Un motivo in più, quindi, per essere in tanti, tantissimi, alla manifestazione Svegliati Italia che il 23 gennaio colorerà di arcobaleno più di 70 città italiane. Ancora una volta chiederemo a gran voce pari diritti, ma allo stesso tempo ci troveremo nella scomoda posizione di dover difendere con le unghie un ddl che ci va stretto: soltanto il matrimonio egualitario ci garantirebbe gli stessi diritti e tutele delle coppie etero, ma siamo anche consapevoli che l’eventuale stralcio della stepchild adoption dal ddl Cirinnà sarebbe l’ennesima presa in giro e andrebbe a ledere proprio le figure più fragili tra quelle in causa, cioè i figli delle coppie omosessuali.

Le unioni civili sono solo un primo passo verso l’uguaglianza, a cui dovranno seguirne altri. La nostra battaglia per i diritti non si fermerà finché non otterremo il matrimonio egualitario e l’adozione piena.

Per i milanesi l’appuntamento è per sabato 23 gennaio alle 14:30, in piazza della Scala.

Per tutti gli altri, ecco l’elenco delle piazze che aderiranno al flash mob.

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Regione Lombardia al Family Day? E noi in piazza della Scala!

Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

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Immagine tratta da vanityfair.it

Vi ricordate Marta e Daniela, le due mamme che stanno lottando per il riconoscimento del loro piccolo Ruben da parte dello Stato italiano ?

Le due donne si sono sposate in Spagna, dove vige lo ius sanguinis: per questa ragione il loro bambino, nato a Barcellona, non può automaticamente ottenere la cittadinanza spagnola. Senza un certificato di nascita regolarmente registrato in Italia, Ruben risulta apolide, e di conseguenza non può accedere ai diritti basilari che hanno tutti gli altri bambini: passaporto, assistenza sanitaria, sussidi garantiti dallo Stato spagnolo ai genitori e ai loro figli.

Il certificato di nascita di Ruben era stato concesso e trascritto a ottobre dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che sul documento aveva anche indicato come genitori entrambe le madri, e successivamente annullato dal prefetto Gerarda Pantalone.

Oggi una delle due mamme, Marta Loi, ha parlato alla conferenza TEDxSSC, organizzata dalla Scuola Superiore di Catania, e ha raccontato la vicenda di Ruben e la battaglia che insieme alla moglie Daniela sta portando avanti per il riconoscimento di pieni diritti per il loro bambino. Il pubblico catanese, evidentemente commosso, le ha tributato un lungo applauso.

Ecco le parole di Marta.

Sono qui per raccontarvi le storie di tre bambini. Il primo è Donato, che nacque nel Duecento in una situazione di povertà. A quell’epoca le famiglie abbandonavano i figli malati, perché non avevano i mezzi per curarli e per paura che contagiassero gli altri. Per noi tutto questo è assurdo: oggi abbiamo la consapevolezza che tutti i bambini devono essere protetti.

La seconda storia è quella di Oliver Twist, che tutti conoscete. Durante la rivoluzione industriale, quando migliaia di bambini erano impiegati nelle fabbriche con turni massacranti, la Gran Bretagna decise di vietare il lavoro minorile (ma solo per i bambini sotto i 9 anni) nel 1883.

Queste prime due storie dimostrano l’evoluzione della nostra società. La tutela dei bambini non è sempre stata scontata come lo è oggi: è stata una conquista storica. In passato, per esempio, i bambini non venivano educati dai loro genitori, ma da altre persone. Una tappa fondamentale fu il secondo dopoguerra: dopo la seconda guerra mondiale, infatti, si rese necessario tutelare i bambini, molti dei quali erano rimasti orfani.

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, ratificata nel 1989, afferma che tutti i bambini devono essere amati e protetti, che tutti i bambini sono uguali e che non devono essere discriminati. Afferma, inoltre, che devono avere un nome e una nazionalità.

La terza storia è quella di Ruben, nato il 3 agosto del 2015. Per alcuni mesi Ruben non ha potuto godere di tutti i suoi diritti: non ha avuto un documento di identità, né l’assistenza sanitaria. Non è stato possibile assegnargli un pediatra, e inoltre è rimasto bloccato in terra spagnola.

Ruben è nato a Barcellona da una donna italiana ed è quindi italiano. Daniela ed io viviamo in Spagna da 7 anni. Ci siamo conosciute, frequentate e innamorate. Dopo qualche anno abbiamo deciso di avere un figlio. Una scelta non facile, ma ci siamo informate per bene e abbiamo fatto ricorso all’inseminazione artificiale in una struttura pubblica spagnola.

Durante la gravidanza di Daniela, abbiamo deciso di sposarci per garantire a nostro figlio pieni diritti. Alla nascita, Ruben è stato registrato presso il Comune di Barcellona con i nostri due cognomi. La trascrizione in Italia – obbligatoria perché Ruben è italiano – non è stata possibile. L’ostacolo è stato il secondo cognome, il mio. È quindi iniziata la nostra battaglia: il certificato di nascita di Ruben, che gli riconosceva due madri legali, è stato trascritto all’Anagrafe di Napoli e poi parzialmente annullato venti giorni dopo.

Oggi io non ho diritti e doveri verso Ruben, e lui non può godere di pieni diritti. Non posso, per esempio, accompagnarlo a scuola e – se si ammalasse – il medico curante non sarebbe tenuto a parlarmi della sua situazione sanitaria.

Sono qui per parlare di diritti dei bambini. Dobbiamo tutelare tutti i bambini – come Donato, Oliver e Ruben. La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia afferma che tutti i bambini devono essere tutelati senza alcuna eccezione o discriminazione.

Il nostro compito è quindi di garantire piene tutele e diritti a tutti i bambini: italiani e stranieri, ricchi e poveri, e anche ai figli delle coppie omogenitoriali.

Il caso di Ruben dimostra quanto grave e insostenibile sia, per le famiglie omogenitoriali, il mancato riconoscimento da parte del nostro Paese e quali pesanti ripercussioni esso abbia sulle vite quotidiane di migliaia di persone.

La speranza è che questo sia davvero l’ultimo Natale senza diritti per le famiglie omogenitoriali italiane e per i loro figli, e che nel 2016 la politica intervenga finalmente a colmare il vuoto legislativo che le penalizza.

Reflussi di coscienza vi augura buone feste e vi dà appuntamento a gennaio!

 

 

Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

Freeheld: un film da far vedere ai politici italiani

Freeheld è il dramma lesbico che non vedremo mai prodotto dal cinema italiano. Niente a che vedere con la commediola piatta di cui abbiamo parlato qualche settimana fa.

Il film narra la storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree, conviventi e registratesi come coppia di fatto (siamo nel 2002, il matrimonio egualitario non è ancora una realtà nello Stato del New Jersey). A Laurel viene diagnosticato un tumore incurabile ai polmoni: in mancanza di una legge che garantisca parità di diritti alle coppie omosessuali, negli ultimi mesi di vita la donna è costretta a battersi per il riconoscimento dei benefici pensionistici alla sua compagna.

La storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree ha ispirato sia
La storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree ha ispirato sia “Freeheld” di Peter Sollett sia l’omonimo documentario di Cynthia Wade, miglior cortometraggio documentario agli Oscar del 2008.

Qualche recensione ha definito Freeheld come un film freddino, forse perché non indugia eccessivamente sul dolore, non si rifugia in un facile patetismo. Io l’ho trovato un punto di forza. Non avevamo bisogno dell’ennesimo film che ci mostrasse al microscopio temi quali la malattia e la morte della persona amata. Avevamo bisogno invece di Freeheld per quello che è: un film molto bello e fortemente politico.

Certo, si piange. Eccome. Ma credo che tutte quante in sala – dall’amica alla mia sinistra alla sconosciuta alla mia destra, passando per le ragazze che singhiozzavano sonoramente due file davanti a noi – piangessimo non solo per le vicende di Laurel (una splendida Julianne Moore) e Stacie (Ellen Page), ma anche per noi stesse, per l’immane ritardo del nostro Paese sul fronte dei diritti LGBT, per la totale mancanza di tutele con cui dobbiamo fare i conti ogni santo giorno. Perché quella situazione che stavamo vedendo sul grande schermo, e che là – negli Stati Uniti del 2002 – si risolveva con il riconoscimento della pensione di reversibilità al partner sopravvivente, qui – nell’Italia del 2015, a distanza di ben 13 anni – non avrebbe lo stesso esito. Ancora oggi le coppie omosessuali italiane sono totalmente prive di tutele in caso di malattia e di morte di uno dei due partner. Abbandonate dallo Stato e lasciate completamente sole di fronte agli eventi luttuosi della vita.

Freeheld

Amore, giustizia, uguaglianza: il sottotitolo indica i temi cardine del film. A cui bisogna aggiungere la solidarietà. Quella dei cittadini LGBT che si mobilitano in favore delle due protagoniste, iniziando a chiedere la parità di diritti e il matrimonio egualitario (ottenuto in tutti gli Stati federati nel giugno del 2015), e quella dei colleghi della detective Laurel Hester che alla fine, dopo qualche titubanza, trovano il coraggio di sostenerla.

Ed è proprio questo che dobbiamo cercare di assicurarci per l’ultima spallata a una classe politica immobile: la solidarietà dei tanti amici, colleghi e parenti, etero e non. Perché casi come questo, mostrato in un servizio delle Iene di qualche mese fa, non si verifichino mai più. Perché un malato terminale, nei suoi ultimi giorni, non sia costretto ad affannarsi per trovare un modo per tutelare il partner sopravvivente e possa affrontare la malattia con dignità e serenità.

Freeheld è un film da vedere, e da far vedere ai politici italiani baciapile e ai porporati che tuonano contro i diritti LGBT. Che dite, organizziamo un bel cineforum nell’attico di Bertone? Dovremmo starci belli comodi!

Freeheld: un film da far vedere ai politici italiani

5 libri LGBT per un autunno arcobaleno

Non ci sono più scuse. Le vacanze sono lontane e la scuola è ricominciata: è tempo di vincere la pigrizia (lo dico soprattutto a me stessa) e di tornare a studiare, imparare, aggiornarsi. Per riprendere le battaglie civili con sempre maggiore convinzione ed entusiasmo.

Che siate volontari di qualche associazione LGBT o semplici cittadini desiderosi di approfondire queste tematiche, ecco 5 libri usciti nell’ultimo anno che possono fare al caso vostro. Libri che magari vi siete persi nei mesi scorsi e che non avete ancora recuperato (sotto l’ombrellone, si sa, ci si butta sui romanzi). Per vostra maggiore comodità li ho suddivisi in 3 macro-argomenti.

BULLISMO OMOFOBICO

Ian Rivers, Bullismo omofobico. Conoscerlo per combatterlo, il Saggiatore

Ian Rivers, Bullismo omofobico

Partiamo forte. Questo è senz’altro il libro più denso e impegnativo fra quelli che vi propongo oggi, ma si tratta di un volume fondamentale per insegnanti, educatori e attivisti LGBT che operano nelle scuole.

Ian Rivers, psicologo e ricercatore a Londra, presenta i risultati degli studi empirici e teorici degli ultimi vent’anni sul bullismo omofobico. Il saggio di Rivers fa emergere chiaramente le specificità del bullismo omofobico (tra cui la difficoltà, per la vittima, di chiedere l’aiuto degli adulti per paura di richiamare l’attenzione sulla propria sessualità) e le conseguenze a lungo termine sulle vittime (depressione, dispersione scolastica, disturbo post-traumatico da stress, maggiore frequenza dei comportamenti autolesionistici e dei suicidi).

L’autore, inoltre, rende conto della sua esperienza nelle scuole al fianco di studenti, genitori e docenti, focalizzandosi anche sulle responsabilità degli insegnanti nell’affrontare l’omofobia nei contesti scolastici. Molto interessanti e preziosi gli esempi di attività forniti dall’autore, suddivisi per fasce di età.

L’edizione italiana del libro, curata da Vittorio Lingiardi, è chiusa da un importante documento dell’Associazione Italiana di PsicologiaSulla rilevanza scientifica degli studi di genere e orientamento sessuale e sulla loro diffusione nei contesti scolastici italiani. In questo recentissimo pronunciamento (2015) l’AIP fa piazza pulita delle deliranti critiche contro l’educazione alle differenze di genere e di orientamento sessuale nelle scuole, sottolinea l’importanza dei gender studies (che sono stati decisivi per lo studio e il depotenziamento del sessismo, dell’omofobia e degli stereotipi di genere) e puntualizza l'”inconsistenza scientifica” della fantomatica teoria del gender. Infine l’AIP, ricordando anche le policy dell’UNICEF e dell’UNESCO, auspica la promozione dell’educazione sessuale nelle scuole italiane e la messa in atto di strategie preventive contro il bullismo omofobico e la discriminazione di genere, al fine di “favorire una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni”.

Dario Accolla, Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile, Villaggio Maori Edizioni

Dario Accolla, Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile

Sullo stesso argomento vi consiglio anche il bel saggio di Dario Accolla, che sceglie di inquadrare l’omofobia e il bullismo omofobico da una prospettiva linguistica anziché psicologica.

L’autore – insegnante, oltre che blogger e attivista – parte da un assunto decisivo. Poiché il linguaggio è lo strumento primario di costruzione del diverso, uno strumento potente in grado di creare e perpetuare lo stigma, per studiare le origini dell’omofobia e le dinamiche del bullismo è necessario analizzare in che modo il linguaggio opera proprio in uno dei luoghi principali di costruzione dell’identità, cioè la scuola. Accolla si focalizza quindi sul linguaggio giovanile e presenta i risultati raccolti per mezzo di un questionario anonimo somministrato a giovani tra i 13 e i 20 anni. Infine, l’autore offre una panoramica delle iniziative di contrasto all’omofobia messi in atto nelle scuole italiane.

Al centro del saggio di Accolla vi è l’importanza della parola. Il libro dell’autore catanese sembra rivolgersi proprio a noi, attivisti LGBT che dialoghiamo con studenti e insegnanti: ci conferma la bontà del nostro operato e ci conforta nella nostra convinzione della necessità di insegnare ai giovani a parlare bene per pensare bene. Mi capita spesso, infatti, durante gli incontri nelle scuole, di riflettere insieme agli studenti sull’importanza delle parole: e ogni volta mi rendo conto di come sia fondamentale, per contrastare lo stereotipo e la discriminazione, dar loro parole limpide e neutre, scevre da giudizi di valore – per esempio, parole come “omosessuale” ed “eterosessuale”, “transgender” e “cisgender”, anziché “normale” e “anormale”.

MATRIMONIO EGUALITARIO

Sebastiano Mauri, Il giorno più felice della mia vita, Rizzoli

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Con semplicità e ironia Sebastiano Mauri smonta uno dopo l’altro i falsi argomenti contro il matrimonio egualitario: la tradizione, la natura, la religione e ovviamente i pregiudizi sull’omogenitorialità. Lo fa citando studi scientifici, ma mantenendo sempre un tono leggero e una scrittura accessibile. Un libro alla portata di tutti, da leggere e far leggere. Anche nelle scuole, perché:

Con ogni probabilità, ancora oggi, in Italia, un bambino che si sente “diverso” dai suoi compagni sprecherà un’indicibile quantità di tempo ed energie a soffrire, nascondersi e mentire.

E non è solo lo spreco di una vita, è anche uno spreco per la società.

Si può controllare la razza della propria prole, influenzarne la religione, il credo politico, i valori, ma non si può scegliere quale sarà il suo orientamento affettivo.

Nessuno è immune dalla possibilità che sua figlia o suo figlio, crescendo, amino delle persone dello stesso sesso. Nessuno può escludere che un giorno sia un membro della propria famiglia a essere vittima di questa discriminazione.

Il libro, inoltre, ripercorre la battaglia per il matrimonio egualitario in Argentina (seconda patria dell’autore), quando l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Bergoglio, con toni apocalittici, mobilitò il clero e i fedeli cattolici contro una legge che avrebbe semplicemente garantito una maggiore uguaglianza sociale. Fortunatamente la guerra santa invocata dal futuro papa fallì, e dal 2010 le coppie omosessuali argentine hanno gli stessi diritti di quelle etero.

Sebastiano Mauri, infine, ci spiega perché le unioni civili sono da considerarsi una sorta di apartheid giuridico: “Se ci si accorge di un’ingiustizia e la si corregge a metà, la si sta perpetuando”.

Nicla Vassallo, “Il matrimonio omosessuale è contro natura” FALSO!, Laterza

Nicla Vassallo, Il matrimonio omosessuale è contro natura FALSO!

Anche la filosofa Nicla Vassallo demolisce i pregiudizi contro il matrimonio egualitario, ma lo fa utilizzando gli strumenti della filosofia. Un libro forse un po’ meno accessibile rispetto al precedente, ma senz’altro molto interessante.

DIRITTI LGBT NEL MONDO

Frédéric Martel, Global gay, Feltrinelli

Frédéric Martel, Global gay

Un’indagine durata più di cinque anni, in quattro continenti (manca all’appello soltanto l’Oceania). Centinaia di persone intervistate, decine di città visitate. E locali, bar, sedi di associazioni. L’idea di fondo di questo libro è – come suggerisce il titolo – la globalizzazione della questione LGBT: ormai non più soltanto in Occidente, ma a livello mondiale i diritti LGBT stanno diventando sempre più una questione di diritti umani, e rappresentano una cartina di tornasole per valutare la modernità e lo stato di salute della democrazia dei vari paesi del mondo. Martel, inoltre, si interroga su come la politica e la società civile dei paesi occidentali possano dare il proprio sostegno ai cittadini LGBT in quei paesi che ancora puniscono l’omosessualità con il carcere e perfino la morte.

Un libro ricco, piacevole e ben scritto, che per di più vi farà venire voglia di viaggiare e scoprire luoghi vicini e lontani.

5 libri LGBT per un autunno arcobaleno

Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT

Ultimamente ho scritto poco, per un senso di stanchezza e sconforto che forse mi perdonerete. E ne sono successe di cose nelle ultime settimane! Per recuperare almeno parzialmente, lasciatemi iniziare con una breve parentesi irlandese.

Nei giorni scorsi si è molto parlato dello storico referendum con cui la stragrande maggioranza degli irlandesi ha detto yes al matrimonio egualitario. L’Irlanda, che nella nostra testa – in modo automatico e forse un po’ stereotipato – associamo subito all’aggettivo “cattolicissima”, come se il sintagma fosse scolpito nel marmo, ci ha sorpresi tutti scoprendosi anche laica e democratica e diventando il primo paese al mondo a istituire il matrimonio egualitario per via referendaria. Il referendum ha avuto alcuni grandi meriti: 1) ha dimostrato chiaramente che su questi temi la società è molto più avanti della politica, 2) ha mostrato alla Chiesa che un cattolicesimo rispettoso dei diritti LGBT è possibile, 3) ha rilanciato il dibattito anche da noi, smascherando ulteriormente il ritardo dell’Italia e il gioco al ribasso di Renzi sulle unioni civili. Nonostante questi indubbi meriti, resto del parere che i diritti civili non debbano dipendere dalla pancia e dalle lune di una maggioranza di cittadini. Trovo anzi inquietante che una maggioranza sia legittimata a pronunciarsi sui diritti, e quindi sulla vita, di una minoranza. I diritti dovrebbero essere tutelati per via politica, non referendaria. Chiusa la parentesi irlandese.

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Stanchi e frustrati di dover festeggiare periodicamente l’approvazione del matrimonio egualitario all’estero, torniamo alle tristi vicende italiche. Eh sì, perché noi, per quanto si possa essere felici per gli amici irlandesi, ci saremmo anche un po’ rotti di festeggiare le conquiste civili degli altri: vogliamo uguali diritti qui, nel nostro paese! E invece qui siamo ancora al Medioevo, al vuoto legislativo, a un dibattito pubblico inquinato da stereotipi e insulti.

Come sapete, a maggio il ddl Cirinnà sulle unioni civili è approdato alla commissione Giustizia del Senato. Nel tentativo di ostacolarne l’iter, i catto-talebani di destra hanno presentato 4300 emendamenti, la maggior parte dei quali assurdi e pretestuosi. D’altra parte, quando non si hanno ragioni valide per negare i diritti a una minoranza, occorre lavorare di fantasia. Leggiamo, per esempio, uno dei tanti emendamenti presentati dal caro Giovanardi:

Sostituire il comma 1 con il seguente: «Due persone dello stesso sesso costituiscono un’amicizia civilmente rilevante quando dichiarano di voler (esclusivamente per interessi altamente meritevoli di riconoscimento da parte dell’ordinamento nazionale) fondare tale unione a mezzo reciproca raccomandata con ricevuta di ritorno in plico, ovvero a mezzo posta elettronica (eventualmente certificata) inviata per conoscenza all’Ufficiale di Stato Civile della residenza di entrambi i concubini».

All’indomani del referendum irlandese, molti esponenti della destra italica non hanno mancato di esprimere il loro illuminante commento. Giorgia Meloni: “”No al matrimonio tra persone dello stesso sesso: sarebbe una spesa enorme per lo Stato e una inaccettabile apertura alle adozioni gay”. Renato Brunetta“L’unico legame che deve essere destinatario delle risorse del welfare deve essere quello della famiglia”. Entrambi sembrano dimenticare che anche i cittadini omosessuali contribuiscono al welfare del paese, oltre che agli stipendi dei politici.

Una delle argomentazioni che sentiamo spesso ripetere dalla destra omofoba contro il matrimonio egualitario e le unioni civili è proprio di natura fiscale. Sostengono che le pensioni di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbero troppo per il sistema pensionistico italiano. Oltre a essere falso – e lo spiego oltre – questo ragionamento è anche profondamente scorretto da un punto di vista etico: i diritti civili sono una questione di uguaglianza sociale, e da un punto di vista etico è scorretto pretendere che siano proporzionali al loro costo per lo Stato. La loro concessione non può dipendere da una logica di convenienza economica (convenienza che, ovviamente, va a tutto vantaggio dello Stato e a discapito dei cittadini LGBT). In altre parole, i diritti civili non hanno prezzo.

Se io vi proponessi: “Aboliamo il diritto di matrimonio degli ebrei, perché le loro pensioni di reversibilità costano troppo!” – questa frase non vi farebbe rabbrividire? Applicando la stessa logica di convenienza economica, perché allora non negare il diritto di matrimonio agli etero visto che, per ovvie ragioni, le loro pensioni di reversibilità costano molto di più? Oppure ai corrotti, ai delinquenti, ai mafiosi: se dobbiamo farne una questione economica e non di uguaglianza, mettiamoci anche un pizzico di “meritocrazia”. E invece no: in Italia possono sposarsi tutti, anche i corrotti, gli evasori, gli assassini, i violentatori, i mafiosi. Ma gli omosessuali no.

A marzo, intervenendo nel distorto dibattito pubblico sulle unioni civili, Alfano l’ha sparata grossa: la pensione di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbe 40 miliardi di euro. Falso! Le pensioni di reversibilità delle sole coppie etero (che sono circa 14 milioni) ammontano infatti a 37,8 miliardi (dato del 2013). La cifra sparata da Alfano, quindi, non è assolutamente verosimile.

Altre volte, invece, gli oppositori del matrimonio egualitario tendono a sminuire i pochi dati esistenti riguardo alle coppie omosex conviventi in Italia, affermando che la questione riguarderebbe solo poche persone: ne conseguirebbe, quindi, che i diritti LGBT non possono essere una priorità per la politica italiana. Alfano e i suoi sodali si mettano d’accordo una buona volta: siamo troppi o siamo troppo pochi?

Ma torniamo alla questione delle pensioni di reversibilità. Quante sono, in Italia, le coppie omosessuali conviventi? Non lo sappiamo di preciso, perché molti ancora preferiscono non dichiararsi nei censimenti. Secondo l’Istat, nel 2011 le coppie conviventi dello stesso sesso erano solo 7513. Un dato certamente sottostimato.

Per fare una stima di quanto potrebbero costare le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali, è necessario quindi operare delle proporzioni a partire dai dati di paesi che hanno una struttura demografica simile alla nostra. È quanto ha fatto un’indagine di Termometropolitico.it, pubblicata a gennaio, che purtroppo – come spesso succede – non ha avuto eco sui media italiani.

Calcolando la stessa proporzione francese, ovvero di 1,331 coppie ogni 1000 abitanti, da noi ce ne dovrebbero esere circa 78 mila quindi più dieci volte la proporzione attuale.

Se attualmente a fronte di 14 milioni di coppie [eterosessuali] si produce un esborso per lo Stato di 37,8 miliardi annui, aggiungendone altre 78 mila si dovrebbero calcolare proporzionalmente 210 milioni di € in più, sempre annui.

Si tratta di un costo esiguo effettivamente, e si devono considerare altri fattori:

i matrimoni stanno diminuendo, vi saranno quindi sempre meno vedovi e vedove;

l’età media si alza, e quella degli uomini più di quella delle donne, chi rimarrà vedovo lo farà più tardi e vi rimarrà per meno tempo;

– le coppie gay essendo costituite da persone dello steso sesso non sarebbero comunque influenzate dal gap di vita media tra i coniugi, quindi una durata anche qui minore della vedovanza.

Sono considerazioni che portano a credere che se vi deve essere una correzione ai dati sulla reversibilità sia per etero sia per gay per il futuro è comunque più probabile sia al ribasso.

Qualche settimana fa, in occasione dell’inizio della discussione parlamentare sul ddl Cirinnà, il sito articolo29.it ha pubblicato un’indagine dell’INPS sulle pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali.

Nello studio dell’INPS si rileva, difatti, come nel primo anno di entrata in vigore della legge, 2016, l’onere per lo Stato sarebbe pari a soli 100.000 euro, che diverrebbero 500.000 nel 2017 sino a raggiungere i 6 milioni di euro nel 2025. Dunque importi assolutamente risibili per il bilancio dello Stato.
L’INPS ha calcolato tali oneri con riferimento non al numero di coppie gay e lesbiche stimate in Italia dall’Istat (che sarebbero solo 7.500, cifra ritenuta sottostimata), ma approssimandosi al numero di coppie che hanno celebrato unioni civili in Germania nel primo decennio dall’entrata vigore dell’analoga legge i i vigente (ben 35.000 unioni civili). Si tratta, peraltro, di una previsione probabilmente eccessiva se si tiene conto che quel paese ha una volta e mezza gli abitanti dell’Italia.

I due studi non giungono agli stessi risultati, ma dimostrano che la spesa pubblica per le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali sarebbe esigua, ben lontana dalle cifre sbandierate come uno spauracchio dalla destra.

È ormai evidente come l’argomentazione della destra riguardo ai costi per lo Stato sia falsa e strumentale. L’augurio è che nella discussione parlamentare sul ddl Cirinnà tali menzogne vengano sbugiardate e ignorate.

Se vogliamo diventare un paese civile, è necessario che il dibattito pubblico non venga inquinato da sparate “alla Alfano” e che sia i politici sia i media la smettano di dare risalto ad affermazioni infondate e pretestuose. C’è quindi da chiedersi come mai i grandi quotidiani e le TV sistematicamente non diano notizia degli studi che abbiamo appena citato, né di dati significativi provenienti da paesi a noi vicini (come per esempio la Francia, di cui abbiamo parlato un mesetto fa).

Da ultimo, occorre sottolineare come l’Unione europea si sia già espressa sulla questione delle pensioni di reversibilità, affermando che un istituto giuridico (matrimonio o unione civile) che regolamenti e tuteli le coppie e che non preveda l’estensione delle pensioni di reversibilità anche alle coppie omosex sia da considerare discriminatorio. Nel ddl Cirinnà, quindi, non è possibile espungere il diritto alla pensione di reversibilità: parafrasando il nostro premier, “ce lo chiede l’Europa” (peccato che in materia di diritti LGBT Matteo Renzi si guardi bene dal sottolinearlo).

La ragione per cui Ilga Europe, nel suo ultimo rapporto, ha posizionato l’Italia in fondo alla classifica dei paesi più civili in materia di diritti LGBT (persino al di sotto di alcuni paesi dell’Est) è proprio questa: il totale vuoto normativo in materia di matrimoni e unioni civili. Per non parlare della mancanza di una legge seria contro l’omofobia (e il ddl Scalfarotto, che giace ancora in Parlamento, non lo è). È ben triste dover constatare che oggi, nel 2015, cinque secoli dopo la fine del Medioevo, in materia di diritti e rispetto per le persone LGBT l’Italia si trovi più vicina a paesi in cui l’omosessualità è reato piuttosto che a quelli che, insieme al nostro, hanno fondato e alimentato il progetto europeista.

I cittadini LGBT pagano le stesse tasse dei cittadini eterosessuali, contribuendo non solo ai lauti stipendi dei politici ma anche alle pensioni di reversibilità e agli sgravi fiscali riservati soltanto alle coppie etero (le stesse coppie etero che si separano sempre di più e si sposano in chiesa sempre meno, a dimostrazione – se ce ne fosse ancora bisogno – di come la famiglia cambi nel corso del tempo). Allo stesso tempo, i cittadini LGBT sono privati di diritti civili fondamentali, la concessione dei quali non lederebbe nessuno e anzi permetterebbe alle coppie omosessuali di vivere con maggiore serenità e molti meno patemi.

Eppure la base su cui si fonda – o si dovrebbe fondare – la nostra Repubblica laica e democratica è: uguali diritti, uguali doveri. Un po’ provocatoriamente – ma solo fino a un certo punto – potremmo dire: Abbiamo meno diritti? Ebbene, allora pagheremo meno tasse. Semplice e lineare.

Perché mai dovremmo continuare a contribuire alla res publica nella stessa misura dei cittadini etero, se lo Stato ci riconosce meno diritti? In fondo, se siamo considerati “diversi” e se tale diversità può giustificare una palese differenza di trattamento, allora che lo sia in tutti gli aspetti del vivere comune. Considerarci “uguali” solo quando fa comodo allo Stato, cioè quando c’è da incassare le nostre tasse, è solo una nuova e subdola forma di sfruttamento.

Uguali diritti, uguali doveri, dicevamo. Ma per noi cittadini LGBT la bilancia dei diritti e dei doveri pende nettamente dalla parte di questi ultimi. Forse è davvero il momento di riequilibrare i due bracci della bilancia: semplicemente smettendo di pagare le tasse a uno Stato omofobo. Forse l’unico modo per farsi sentire è adottare una strenua disobbedienza fiscale, vale a dire boicottare uno Stato che ci nega diritti fondamentali. Proprio come abbiamo fatto prima con Barilla e poi con D&G.

Vi lascio con questa provocazione. Per fortuna tra poco arriva il Pride!

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Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT

Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette

A due anni dall’introduzione del matrimonio egualitario in Francia, due articoli apparsi di recente sulla stampa d’Oltralpe ci aiutano a farci un’idea dei numeri e delle conseguenze sociali della legge.

È un peccato che la stampa italiana non li abbia ripresi e commentati: troppo impegnata a dare spazio alle parole di papa Francesco sul fantomatico gender, oppure a copia-incollare testi della Manif pour tous spacciandoli per approfondimenti, finisce per farsi scappare le vere notizie, i dati obiettivi che ci permettono di leggere correttamente la società che cambia.

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Rassicuriamo subito gli omofobi di casa nostra: all’indomani del mariage pour tous (23 aprile 2013) la Francia non è stata flagellata né da guerre civili, né da epidemie, né da invasioni di cavallette. E le famiglie eterosessuali godono di perfetta salute. I cataclismi paventati dalla destra cattolica più di due anni fa non si sono ovviamente verificati.

Cominciamo dal bilancio offerto da Le Monde.

Tra maggio 2013 e dicembre 2014 sono stati celebrati 17.500 matrimoni same-sex: 7.500 nel 2013, 10.000 nel 2014 (il 4% dei matrimoni civili del 2014). Il boom del primo anno e mezzo è dovuto anche al fatto che molte coppie omosessuali di lungo corso attendevano da tempo di poter sancire la propria unione.

E infatti, tra i vari dati, trovo interessante questo. Età media delle coppie gay convolate a nozze: 50 anni. Età media delle coppie lesbiche: 43. Età media delle coppie etero: 32 per gli uomini, 30 per le donne. Un netto scarto che rende bene l’idea di quanto fosse stata lunga e frustrante l’attesa delle coppie omosessuali francesi prima di vedersi riconosciuto questo diritto civile fondamentale. C’è da commuoversi al pensiero della gioia e del senso di liberazione che devono aver accompagnato i primi matrimoni egualitari. Poi il pensiero corre alla nostra di attesa, ancora ben lungi dal termine, e la gioia si tramuta in tristezza.

Nel periodo in esame sono anche diminuiti i Pacs: segno che questo istituto (introdotto nel lontano 1999) era considerato di “serie B” da molte coppie omosessuali, che vi accedevano in mancanza del diritto di sposarsi. Faute de mieux, in mancanza di meglio… come dicono i francesi.

Un altro dato interessante: le coppie omosessuali si sposano per lo più nelle grandi città (23% contro il 9% delle coppie etero). A quanto pare la provincia francese non è ancora abbastanza ospitale per i cittadini LGBT.

Sono 6.000 i comuni francesi che hanno celebrato almeno un matrimonio omosessuale. E, nonostante le minacce iniziali da parte dei soliti crociati, i casi di sindaci che hanno cercato di impedire le nozze si contano sulle dita di una mano (anche perché la pena per i sindaci dissidenti consiste in ben 5 anni di reclusione e 75.000 € di multa).

Nessun dato, invece, sui divorzi di coppie gay e lesbiche, anche se sembra che le prime richieste siano già arrivate davanti ai tribunali.

Fin qui, i freddi numeri. Ma che cosa è cambiato a livello polito e sociale dopo l’introduzione del mariage pour tous? Ce lo spiega un articolo apparso su L’Obs, che titola ironicamente: “Due anni di matrimonio egualitario in Francia: un bilancio terrificante“.

Niente cavallette, né epidemie, né guerre civili, dicevamo. Semplicemente, com’è accaduto in tutti i Paesi che hanno adottato il matrimonio egualitario, l’omofobia è diminuita. Oggi i francesi favorevoli al matrimonio per tutti sono la netta maggioranza: secondo L’Obs, il 68%. E anche tra gli elettori dell’UMP la maggioranza si esprime a favore (58%). Non solo: persino nel Front National (il partito di estrema destra di Marine Lepen) ci sono deputati dichiaratamente gay.

Non solo i diritti LGBT non sono più in discussione, ma non sembrano nemmeno più oggetto di dibattito pubblico e politico: tant’è vero che a inizio aprile l’Assemblea Nazionale ha votato quasi all’unanimità un emendamento che vieta l’esclusione delle persone omosessuali dalla donazione del sangue. Nell’occasione, non c’è stata alcuna levata di scudi da parte degli omofobi cattolici, niente toni accesi, nessuna minaccia di boicottare la legge.

Il matrimonio egualitario e i diritti LGBT non fanno più clamore, e sono anzi entrati negli usi e costumi del popolo francese. Come le baguettes.

Ma c’è anche un’ultima conseguenza positiva che procede – indirettamente – dall’introduzione del matrimonio egualitario. Tutti quei loschi personaggi che due anni fa si erano conquistati i riflettori facendosi portavoce di un cattolicesimo estremista e bigotto, che capeggiavano la crociata contro i diritti LGBT, e che pronosticavano flagelli biblici se fosse stata approvata la legge, oggi sono scomparsi dalla scena politica francese. Immaginate come sarebbe bello se i vari Adinolfi, Miriano & co. la smettessero per una buona volta di berciare menzogne sul gender e sui diritti LGBT?

La lotta per i diritti umani e civili non è terminata, ma il mariage pour tous ha rappresentato in Francia un importante passo avanti verso la piena attuazione dei valori fondanti della République: libertà, uguaglianza e fratellanza.

Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette