Come faccio a spiegarlo a mio figlio? Così

Tra le tante pseudo-argomentazioni degli allarmisti no-gender, tra le tante farneticazioni portate a sostegno del loro presunto diritto a discriminare, c’è anche il grande must: “Sono contro le unioni gay perché… come faccio a spiegarlo a mio figlio?”

A parte che, se non sei capace di spiegare a tuo figlio una cosa semplice e universale come l’amore, stai dimostrando di non essere un gran che come genitore, generalmente i bambini (sì, anche i tuoi) si rivelano molto più avanti di voi adulti omofobi. Semplicemente non fanno una piega. Fanno domande, certo. Sono bambini e i bambini fanno tante domande, chiedono tanti perché. Ma se quelle domande innocenti ti fanno paura il problema sei tu. Il problema è la tua omofobia. E il tanto sbandierato “diritto di educare i figli secondo i propri principi” (che di solito sottende un terrorizzato ripudio dell’inesistente “teoria del gender”) non significa avere il diritto di farne dei piccoli omofobi a vostra immagine e somiglianza.

E allora, come potete fare a spiegare ai vostri figli che sì, anche due uomini o due donne possono amarsi? Bastano poche semplici parole.

Stamattina il disegnatore Matteo Bussola, sulla sua pagina Facebook, ce ne ha dato un bellissimo esempio.

Stamattina, mentre andavamo a scuola in auto, Ginevra mi ha chiesto dell’amore.
“Papà”, ha detto cogliendomi di sorpresa, “ma due donne possono sposarsi?”
Prima di rispondere ci ho pensato molto bene, avrei tanto voluto che al mio posto ci fosse la mamma.
“No”, le ho detto per non mentirle, “nel nostro paese no, però possono volersi bene e vivere insieme.”
“Come te e la mamma?”, ha detto.
“Sì”, ho detto.
“Ma perché non possono sposarsi?”, ha detto.
“È un discorso difficile, Ginevra”, ho detto. “In certi paesi possono, da noi ancora no.”
“A Sant’Ambrogio possono?”, ha detto.
“No, Ginevra, non intendevo paesi paesi”, ho detto, “intendevo stati come l’Italia.”
“Ma io a Sant’Ambrogio ho visto due ragazze che si baciavano”, ha detto.
“Non c’è niente di male, Ginevra”, ho detto, “tutti se si vogliono molto bene possono baciarsi.”
“Anche i maschi?”, ha detto.
“Se si vogliono tanto bene, sì”, ho detto.
Ha fatto una pausa che pareva una rincorsa.
“Papà”, ha detto, “ma quando si sposano due donne come fanno a volersi bene?”
“Come fanno tutte le persone del mondo”, ho detto. “Col cuore.”
“Dentro al cuore c’è il bene?”, ha detto.
“Dentro al cuore c’è tutto”, ho detto.
“Perché?”, ha detto.
“Perché il cuore è come un grande armadio, Ginevra”, ho detto. “Ci sono dentro prima di tutto le persone che hai scelto, poi c’è il ripiano dei baci, i cassetti degli abbracci, gli appendini degli sguardi, gli scaffali del male e quelli del bene. Tutto.”
“Melania ha il cassetto dei lecconi sulla faccia!”, ha detto.
“Vero”, ho detto ridendo.
“Papà”, ha detto.
“Cosa?”, ho detto.
“Nei cuori ci sono anche l’amore, vero?”, ha detto.
“Sì, ma non si dice ci sono, Ginevra”, ho detto. “Si dice c’è, l’amore è singolare.”
“Non è vero!”, ha detto seria. “L’amore sono tanti.”
Mi sono zittito e non l’ho corretta più, perché l’amore sono tanti anche secondo me.
Che peccato che ci siano persone che non lo capiscono, ho pensato.

Proprio così, piccola Ginevra. L’amore sono tanti. E non c’è da averne paura.

Love is love

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Come faccio a spiegarlo a mio figlio? Così

Stop omofobia! Sostieni il Gruppo Scuola di Arcigay Milano

L’Italia è quel paese in cui, ancora oggi nel 2015, migliaia di persone LGBT si trovano ad affrontare ogni giorno tragedie e drammi di varia natura. Nel più totale e ipocrita silenzio delle istituzioni e con la più totale impunità per chi commette violenze e discriminazioni.

Nel giro di pochi giorni siamo stati raggiunti da tre notizie terribili, spesso relegate a miseri trafiletti dalla stampa nazionale.

Sabato scorso, a Floridia, in provincia di Siracusa, un adolescente gay ha scelto di farla finita, impiccandosi in casa. A 16 anni. Il suo gesto è un atto di accusa a tutta la società italiana e a una classe politica colpevolmente immobile.

Ieri, invece, abbiamo scoperto con orrore che a Monza, in una scuola privata – che ovviamente riceve lauti finanziamenti pubblici –, uno studente gay viene tenuto fuori dalla classe, in corridoio, da una settimana perché “influenza gli altri ragazzi”.

I bambini, i bambini, proteggete i bambini! Già, ma chi protegge i minori gay dalla vostra omofobia, dalle vostre quotidiane discriminazioni, dalle umiliazioni che ogni giorno infliggete loro? (Qui il comunicato di Arcigay Milano.)

Sempre di ieri è la notizia dell’ennesima aggressione omofobica a Roma, al classico grido di “daje al frocio”. Proprio mentre uno studio delle Università di Firenze, L’Aquila e Roma ci spiega che la malattia da curare è l’omofobia, non certo l’omosessualità. Intanto, il disegno di legge contro l’omofobia, stravolto dal sagace Scalfarotto, è fermo al Senato da almeno due anni.

Questi fatti ci riguardano tutti da vicino. Tutti quanti: gay e “meno gay”. Nessuno di noi è escluso. Chi può dire con certezza che il proprio fratello, o figlio, o amico, non rischi di incorrere in simili discriminazioni e umiliazioni, di cadere in una disperazione come quella di Aleandro di Floridia?

Soprattutto, questi fatti feriscono al cuore chi si occupa di educazione: insegnanti, genitori – e anche noi volontari del Gruppo Scuola di Arcigay.

Se anche voi, come noi, siete stanchi di tutto questo, se volete passare dall’indignazione ai fatti, questa è l’occasione che fa per voi.

Il Gruppo Scuola di Arcigay Milano cerca nuovi volontari. Le iscrizioni al corso di formazione (obbligatorio) sono aperte. L’incontro preliminare si terrà il 19 ottobre, alle 21, presso la sede di Arcigay Milano, in via Bezzecca 3.

Gruppo Scuola 2015

Da più di vent’anni il Gruppo Scuola organizza nelle scuole medie e superiori incontri e laboratori di educazione alla diversità, in cui i volontari dialogano con gli studenti su argomenti spesso trascurati nelle aule italiane: stereotipi di genere, orientamento sessuale e identità di genere, bullismo, malattie sessualmente trasmissibili, omocausto.

Se siete insegnanti o genitori di ragazzi in età scolare, contattateci oppure proponete direttamente al vostro preside di organizzare un incontro con noi.

Aiutateci a creare una società più giusta. Sostenete le attività delle Gruppo Scuola!

Stop omofobia! Sostieni il Gruppo Scuola di Arcigay Milano

5 libri LGBT per un autunno arcobaleno

Non ci sono più scuse. Le vacanze sono lontane e la scuola è ricominciata: è tempo di vincere la pigrizia (lo dico soprattutto a me stessa) e di tornare a studiare, imparare, aggiornarsi. Per riprendere le battaglie civili con sempre maggiore convinzione ed entusiasmo.

Che siate volontari di qualche associazione LGBT o semplici cittadini desiderosi di approfondire queste tematiche, ecco 5 libri usciti nell’ultimo anno che possono fare al caso vostro. Libri che magari vi siete persi nei mesi scorsi e che non avete ancora recuperato (sotto l’ombrellone, si sa, ci si butta sui romanzi). Per vostra maggiore comodità li ho suddivisi in 3 macro-argomenti.

BULLISMO OMOFOBICO

Ian Rivers, Bullismo omofobico. Conoscerlo per combatterlo, il Saggiatore

Ian Rivers, Bullismo omofobico

Partiamo forte. Questo è senz’altro il libro più denso e impegnativo fra quelli che vi propongo oggi, ma si tratta di un volume fondamentale per insegnanti, educatori e attivisti LGBT che operano nelle scuole.

Ian Rivers, psicologo e ricercatore a Londra, presenta i risultati degli studi empirici e teorici degli ultimi vent’anni sul bullismo omofobico. Il saggio di Rivers fa emergere chiaramente le specificità del bullismo omofobico (tra cui la difficoltà, per la vittima, di chiedere l’aiuto degli adulti per paura di richiamare l’attenzione sulla propria sessualità) e le conseguenze a lungo termine sulle vittime (depressione, dispersione scolastica, disturbo post-traumatico da stress, maggiore frequenza dei comportamenti autolesionistici e dei suicidi).

L’autore, inoltre, rende conto della sua esperienza nelle scuole al fianco di studenti, genitori e docenti, focalizzandosi anche sulle responsabilità degli insegnanti nell’affrontare l’omofobia nei contesti scolastici. Molto interessanti e preziosi gli esempi di attività forniti dall’autore, suddivisi per fasce di età.

L’edizione italiana del libro, curata da Vittorio Lingiardi, è chiusa da un importante documento dell’Associazione Italiana di PsicologiaSulla rilevanza scientifica degli studi di genere e orientamento sessuale e sulla loro diffusione nei contesti scolastici italiani. In questo recentissimo pronunciamento (2015) l’AIP fa piazza pulita delle deliranti critiche contro l’educazione alle differenze di genere e di orientamento sessuale nelle scuole, sottolinea l’importanza dei gender studies (che sono stati decisivi per lo studio e il depotenziamento del sessismo, dell’omofobia e degli stereotipi di genere) e puntualizza l'”inconsistenza scientifica” della fantomatica teoria del gender. Infine l’AIP, ricordando anche le policy dell’UNICEF e dell’UNESCO, auspica la promozione dell’educazione sessuale nelle scuole italiane e la messa in atto di strategie preventive contro il bullismo omofobico e la discriminazione di genere, al fine di “favorire una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni”.

Dario Accolla, Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile, Villaggio Maori Edizioni

Dario Accolla, Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile

Sullo stesso argomento vi consiglio anche il bel saggio di Dario Accolla, che sceglie di inquadrare l’omofobia e il bullismo omofobico da una prospettiva linguistica anziché psicologica.

L’autore – insegnante, oltre che blogger e attivista – parte da un assunto decisivo. Poiché il linguaggio è lo strumento primario di costruzione del diverso, uno strumento potente in grado di creare e perpetuare lo stigma, per studiare le origini dell’omofobia e le dinamiche del bullismo è necessario analizzare in che modo il linguaggio opera proprio in uno dei luoghi principali di costruzione dell’identità, cioè la scuola. Accolla si focalizza quindi sul linguaggio giovanile e presenta i risultati raccolti per mezzo di un questionario anonimo somministrato a giovani tra i 13 e i 20 anni. Infine, l’autore offre una panoramica delle iniziative di contrasto all’omofobia messi in atto nelle scuole italiane.

Al centro del saggio di Accolla vi è l’importanza della parola. Il libro dell’autore catanese sembra rivolgersi proprio a noi, attivisti LGBT che dialoghiamo con studenti e insegnanti: ci conferma la bontà del nostro operato e ci conforta nella nostra convinzione della necessità di insegnare ai giovani a parlare bene per pensare bene. Mi capita spesso, infatti, durante gli incontri nelle scuole, di riflettere insieme agli studenti sull’importanza delle parole: e ogni volta mi rendo conto di come sia fondamentale, per contrastare lo stereotipo e la discriminazione, dar loro parole limpide e neutre, scevre da giudizi di valore – per esempio, parole come “omosessuale” ed “eterosessuale”, “transgender” e “cisgender”, anziché “normale” e “anormale”.

MATRIMONIO EGUALITARIO

Sebastiano Mauri, Il giorno più felice della mia vita, Rizzoli

mauri il giorno

Con semplicità e ironia Sebastiano Mauri smonta uno dopo l’altro i falsi argomenti contro il matrimonio egualitario: la tradizione, la natura, la religione e ovviamente i pregiudizi sull’omogenitorialità. Lo fa citando studi scientifici, ma mantenendo sempre un tono leggero e una scrittura accessibile. Un libro alla portata di tutti, da leggere e far leggere. Anche nelle scuole, perché:

Con ogni probabilità, ancora oggi, in Italia, un bambino che si sente “diverso” dai suoi compagni sprecherà un’indicibile quantità di tempo ed energie a soffrire, nascondersi e mentire.

E non è solo lo spreco di una vita, è anche uno spreco per la società.

Si può controllare la razza della propria prole, influenzarne la religione, il credo politico, i valori, ma non si può scegliere quale sarà il suo orientamento affettivo.

Nessuno è immune dalla possibilità che sua figlia o suo figlio, crescendo, amino delle persone dello stesso sesso. Nessuno può escludere che un giorno sia un membro della propria famiglia a essere vittima di questa discriminazione.

Il libro, inoltre, ripercorre la battaglia per il matrimonio egualitario in Argentina (seconda patria dell’autore), quando l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Bergoglio, con toni apocalittici, mobilitò il clero e i fedeli cattolici contro una legge che avrebbe semplicemente garantito una maggiore uguaglianza sociale. Fortunatamente la guerra santa invocata dal futuro papa fallì, e dal 2010 le coppie omosessuali argentine hanno gli stessi diritti di quelle etero.

Sebastiano Mauri, infine, ci spiega perché le unioni civili sono da considerarsi una sorta di apartheid giuridico: “Se ci si accorge di un’ingiustizia e la si corregge a metà, la si sta perpetuando”.

Nicla Vassallo, “Il matrimonio omosessuale è contro natura” FALSO!, Laterza

Nicla Vassallo, Il matrimonio omosessuale è contro natura FALSO!

Anche la filosofa Nicla Vassallo demolisce i pregiudizi contro il matrimonio egualitario, ma lo fa utilizzando gli strumenti della filosofia. Un libro forse un po’ meno accessibile rispetto al precedente, ma senz’altro molto interessante.

DIRITTI LGBT NEL MONDO

Frédéric Martel, Global gay, Feltrinelli

Frédéric Martel, Global gay

Un’indagine durata più di cinque anni, in quattro continenti (manca all’appello soltanto l’Oceania). Centinaia di persone intervistate, decine di città visitate. E locali, bar, sedi di associazioni. L’idea di fondo di questo libro è – come suggerisce il titolo – la globalizzazione della questione LGBT: ormai non più soltanto in Occidente, ma a livello mondiale i diritti LGBT stanno diventando sempre più una questione di diritti umani, e rappresentano una cartina di tornasole per valutare la modernità e lo stato di salute della democrazia dei vari paesi del mondo. Martel, inoltre, si interroga su come la politica e la società civile dei paesi occidentali possano dare il proprio sostegno ai cittadini LGBT in quei paesi che ancora puniscono l’omosessualità con il carcere e perfino la morte.

Un libro ricco, piacevole e ben scritto, che per di più vi farà venire voglia di viaggiare e scoprire luoghi vicini e lontani.

5 libri LGBT per un autunno arcobaleno

Il meglio della Milano Pride Week 2015

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L’arrivo del corteo a Porta Venezia. (Foto di Alice Redaelli.)

La Pride Week di Milano si è chiusa domenica sera, lasciandoci gioiosi, carichi, estasiati, elettrici, innamorati, colorati, storditi. E pure un po’ stanchi: ché ormai, dopo i 30, le 8 ore di fila passate a ballare e cantare le devi espiare tutte l’indomani.

Ma non ci basta mai. Di Pride ne vorremmo uno al mese e la nostra splendida città, Milano, la vorremmo così tutti i fine settimana: piena di musica, di gente per le strade, di colori, sorrisi, abbracci random con gente che conosci appena di vista.

Gli eventi sono stati talmente tanti che è davvero difficile scegliere i momenti migliori di questa Pride Week. La settimana del Pride, infatti, è durata in realtà ben 9 giorni, con più di 50 eventi in programma: da sabato 20 giugno, con la festa inaugurale presso il Padiglione USA a Expo, fino a domenica 28, con il party di chiusura al Karma.

Provo a mettere giù una breve classifica dei 5 momenti che ho amato di più della Pride Week 2015. Si tratta di scelte personali del tutto opinabili: ben vengano i vostri commenti e le vostre contro-classifiche!

5. La proiezione di Cloudburst allo Spazio Oberdan. Sala strapiena, gente seduta per terra, altre decine di persone rimaste fuori dal cinema. Una bellissima serata, in cui il quartiere di Porta Venezia è stato più vivo che mai.

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Lo Spazio Oberdan sold out per la proiezione di Cloudburst. (Foto di Alice Redaelli.)

4. L’incontro con Claudio Rossi Marcelli alla Casa dei Diritti. Lo adoro perché è un tenerone e, dopo aver chiacchierato un po’ con lui e aver ricevuto una bellissima dedica, lo amo ancora di più!

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Claudio Rossi Marcelli ha presentato il suo ultimo libro, “E il cuore salta un battito”, Mondadori. (Foto di Alice Redaelli.)

3. I messaggi di sostegno da parte di grandi star come Madonna, Mika, Fedez e delle sedi italiane di Twitter e Google. Non si è trattato di messaggi generici in favore dei diritti LGBT, ma di veri e propri endorsement rivolti specificamente a Milano Pride: un gran colpo per la visibilità dell’evento e una bella iniezione di orgoglio per gli organizzatori!

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Mika e Fedez con la bandiera di Milano Pride. I messaggi di sostegno di Madonna e Twitter Italia. La delegazione di Google Italia durante il corteo (foto di Alice Redaelli.)

2. La Pride Square. Quest’anno, a causa dell’indisponibilità di piazza Oberdan, non era propriamente una square, ma quasi un intero neighbourhood: da giovedì a sabato via Lecco, via Palazzi e largo Bellintani sono diventati l’epicentro della vita arcobaleno milanese. Bancarelle di cibi e vestiti, gazebo delle associazioni, musica. Grazie alla chiusura del traffico, alcuni bar friendly come il Mono, il Red Café e il Leccomilano hanno finalmente potuto sfoderare i loro dehors. L’atmosfera era gioiosa e rilassata, l’ideale per godersi le serate di fine giugno. Sabato sera il dj set post Pride, a cura di Elle Vegas, ci ha fatto dimenticare la stanchezza dell’afosa marcia pomeridiana facendoci scatenare in pista.

L'affollatissima Pride Square. Foto di Alice Redaelli.
Metti una sera di giugno alla Pride Square. (Foto di Alice Redaelli.)
L'affollato dehors del Mono. Vorrei Milano così tutto l'anno!
L’affollato dehors del Mono. Vorrei che Milano fosse così tutto l’anno!

1. Il corteo. Partecipatissimo, colorato, emozionante, vivacissimo grazie alla presenza di 5 carri. Per la strade di Milano hanno sfilato tra le 100.000 e le 150.000 persone. Tantissimi anche i cittadini etero che hanno voluto dare il loro sostegno alla comunità LGBT. È stato senz’altro il corteo più partecipato nella storia dei Pride milanesi e forse anche il più bello a cui ho preso parte in vita mia (al pari dell’Euro Pride di Roma del 2011, persino più emozionante del Pride di Londra del 2012!). Purtroppo mi sono persa il flash-mob finale (il corteo era davvero lunghissimo ed ero rimasta un po’ indietro), ma mi sono emozionata anche solo a vedere le foto di tutti quei alzati al cielo a sostegno dei diritti LGBT.

La sconfinata folla di Milano Pride vista dal primo carro. Laggiù in fondo ci sono altri 4 carri!
Il corteo di Milano Pride in via Settembrini, immortalato da un punto di vista privilegiato: il primo carro. Laggiù in fondo non si riescono neppure a scorgere gli altri 4 carri, e davanti al primo c’è tutta la testa del corteo. Giusto per darvi un’idea della folla… (Foto di Fabio Galantucci.)
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Il flash mob finale: 150.000 sì per il matrimonio egualitario.

Ma, come dicevo, il Pride non ci basta mai. E infatti, per sfuggire alla nostalgia e all’improvviso ritorno alla routine, sono già in partenza per il Pride di Madrid! Ve lo racconterò la prossima settimana!

Il meglio della Milano Pride Week 2015

5 motivi per cui un etero dovrebbe partecipare al Pride

Non vi farò la lezioncina su quando, dove e come è nato il Pride. Mi auguro che non ne abbiate bisogno. Mi auguro anche che sappiate cosa rispondere al bigotto o al gay represso di turno che puntualmente starnazzeranno i loro stereotipi sul Pride, magari senza mai esserci andati. Una buona risposta potrebbe essere questa.

pride


Oggi mi rivolgo agli amici etero, perché abbiamo bisogno di voi.
Se è vero che per i neri degli Stati Uniti le cose hanno iniziato a cambiare quando i bianchi sono scesi in piazza al loro fianco, se è vero che per le donne, anche nel nostro Paese, la parità ha smesso di essere un miraggio solo quando anche gli uomini – mariti, padri, amici, fratelli – hanno iniziato a sostenere l’emancipazione femminile (un esempio fu il referendum sull’aborto del 1981), oggi noi lesbiche, gay, bisex, transessuali e intersessuali abbiamo bisogno di voi cittadini etero. Dopo manifestazioni omofobe e fasciste come quelle delle Sentinelle in piedi, dopo il Family Day di sabato scorso, all’insegna della becera propaganda cattolica antigay e antifemminista, il silenzio non è più un’opzione: anche per voi è giunto il momento di scegliere da che parte stare. Che abbiate o meno amici o parenti gay, i diritti LGBT vi riguardano eccome. È una questione di rispetto, di uguaglianza, di diritti umani.

Abbiamo bisogno di voi per cambiare questa società e questa politica. Siamo i vostri vicini di pianerottolo, i vostri cugini, i vostri colleghi. Siamo il panettiere sotto casa, l’insegnante di inglese, il tassista che vi porta in stazione. Abbiamo i vostri stessi doveri, paghiamo le stesse tasse, contribuiamo agli sgravi fiscali e alle pensioni di reversibilità a cui soltanto voi avete accesso. Vi chiediamo uguali diritti. Vi chiediamo, per le nostre coppie e famiglie, le stesse tutele di cui godono le vostre. Vi chiediamo che i nostri figli non finiscano in un limbo legislativo nel caso in cui venga a mancare il genitore biologico. Vi chiediamo di poterci prendere cura della persona che amiamo nel caso in cui finisca all’ospedale, senza che un medico ottuso ci chiuda la porta in faccia, senza dover mendicare la pietà del personale di un ospedale. Vi chiediamo di costruire insieme una società in cui nessuno – a scuola, per strada o al lavoro – si senta mai più legittimato a insultarci, picchiarci o discriminarci.

Qui a Milano ho la fortuna di avere diversi amici etero che partecipano regolarmente al Pride. Magari non tantissimi, ma un discreto numero. Quando questo non succede ci resto malissimo. Fare la conta delle assenze, dover constatare che all’amico taldeitali non frega nulla dei miei diritti è una delusione enorme. Al contrario, che soddisfazione, che gioia, che commozione, quando incontro al Pride un amico o una amica etero! (Succede più spesso con le amiche, a dire il vero.)

Ma perché un etero dovrebbe partecipare al Pride? Beh, è presto detto.

  • Perché il Pride è come il Primo Maggio o il 25 aprile. E al Primo Maggio e al 25 aprile ci si va, punto e basta. Per noi cittadini LGBT il Pride ha la stessa importanza, lo stesso valore fondativo e identitario, la stessa portata democratica.
  • Perché la felicità dei vostri amici gay, lesbiche e trans dovrebbe starvi a cuore. Ma non è necessario avere amici gay per sostenere i diritti LGBT, così come non è necessario essere un panda, o conoscerne uno, per sostenere il WWF: è una questione di rispetto e senso civico.
  • Perché una società più giusta renderebbe più bella e serena la vita di tutti: la vostra, quella delle persone che vi circondano, quella dei vostri figli. E se mai i vostri figli dovessero rivelarsi omosessuali, bisessuali o transessuali, allora il Pride – questo Pride e tutti quelli che seguiranno finché non avremo pari diritti – riguarderebbe anche loro.
  • Perché vi commuovereste nel vedere i vostri amici gay sfilare insieme ai loro genitori. Che magari ci hanno messo una vita ad accettare l’idea di avere un figlio omosessuale, e un’altra per iscriversi all’Agedo. O magari ci hanno messo pochissimo a fare entrambe le cose, ma è emozionante anche così.
  • Perché vi divertireste un sacco e per un pomeriggio potreste diventare vere e proprie icone gay (che non significa essere gay). E allora sì che potrete dire di essere davvero fichi!
Suzzina benedice Milano Pride 2013.

Quindi quest’anno non accampate scuse. La gita fuori porta la farete il prossimo week-end! Sabato 27 giugno scendete in piazza con noi!

A Milano l’appuntamento è alle 15 in piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale.

 

*** Upgrade ***

A distanza di un anno, questo articolo ha ricominciato a circolare sui social autonomamente (ormai è grande e vaccinato), segno che vi è piaciuto e continuate a condividerlo. A scanso di equivoci, vi ricordo che quest’anno (2016) il Pride di Milano si svolgerà sabato 25 giugno: partenza ore 16 da piazza Duca d’Aosta.

5 motivi per cui un etero dovrebbe partecipare al Pride

Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT

Ultimamente ho scritto poco, per un senso di stanchezza e sconforto che forse mi perdonerete. E ne sono successe di cose nelle ultime settimane! Per recuperare almeno parzialmente, lasciatemi iniziare con una breve parentesi irlandese.

Nei giorni scorsi si è molto parlato dello storico referendum con cui la stragrande maggioranza degli irlandesi ha detto yes al matrimonio egualitario. L’Irlanda, che nella nostra testa – in modo automatico e forse un po’ stereotipato – associamo subito all’aggettivo “cattolicissima”, come se il sintagma fosse scolpito nel marmo, ci ha sorpresi tutti scoprendosi anche laica e democratica e diventando il primo paese al mondo a istituire il matrimonio egualitario per via referendaria. Il referendum ha avuto alcuni grandi meriti: 1) ha dimostrato chiaramente che su questi temi la società è molto più avanti della politica, 2) ha mostrato alla Chiesa che un cattolicesimo rispettoso dei diritti LGBT è possibile, 3) ha rilanciato il dibattito anche da noi, smascherando ulteriormente il ritardo dell’Italia e il gioco al ribasso di Renzi sulle unioni civili. Nonostante questi indubbi meriti, resto del parere che i diritti civili non debbano dipendere dalla pancia e dalle lune di una maggioranza di cittadini. Trovo anzi inquietante che una maggioranza sia legittimata a pronunciarsi sui diritti, e quindi sulla vita, di una minoranza. I diritti dovrebbero essere tutelati per via politica, non referendaria. Chiusa la parentesi irlandese.

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Stanchi e frustrati di dover festeggiare periodicamente l’approvazione del matrimonio egualitario all’estero, torniamo alle tristi vicende italiche. Eh sì, perché noi, per quanto si possa essere felici per gli amici irlandesi, ci saremmo anche un po’ rotti di festeggiare le conquiste civili degli altri: vogliamo uguali diritti qui, nel nostro paese! E invece qui siamo ancora al Medioevo, al vuoto legislativo, a un dibattito pubblico inquinato da stereotipi e insulti.

Come sapete, a maggio il ddl Cirinnà sulle unioni civili è approdato alla commissione Giustizia del Senato. Nel tentativo di ostacolarne l’iter, i catto-talebani di destra hanno presentato 4300 emendamenti, la maggior parte dei quali assurdi e pretestuosi. D’altra parte, quando non si hanno ragioni valide per negare i diritti a una minoranza, occorre lavorare di fantasia. Leggiamo, per esempio, uno dei tanti emendamenti presentati dal caro Giovanardi:

Sostituire il comma 1 con il seguente: «Due persone dello stesso sesso costituiscono un’amicizia civilmente rilevante quando dichiarano di voler (esclusivamente per interessi altamente meritevoli di riconoscimento da parte dell’ordinamento nazionale) fondare tale unione a mezzo reciproca raccomandata con ricevuta di ritorno in plico, ovvero a mezzo posta elettronica (eventualmente certificata) inviata per conoscenza all’Ufficiale di Stato Civile della residenza di entrambi i concubini».

All’indomani del referendum irlandese, molti esponenti della destra italica non hanno mancato di esprimere il loro illuminante commento. Giorgia Meloni: “”No al matrimonio tra persone dello stesso sesso: sarebbe una spesa enorme per lo Stato e una inaccettabile apertura alle adozioni gay”. Renato Brunetta“L’unico legame che deve essere destinatario delle risorse del welfare deve essere quello della famiglia”. Entrambi sembrano dimenticare che anche i cittadini omosessuali contribuiscono al welfare del paese, oltre che agli stipendi dei politici.

Una delle argomentazioni che sentiamo spesso ripetere dalla destra omofoba contro il matrimonio egualitario e le unioni civili è proprio di natura fiscale. Sostengono che le pensioni di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbero troppo per il sistema pensionistico italiano. Oltre a essere falso – e lo spiego oltre – questo ragionamento è anche profondamente scorretto da un punto di vista etico: i diritti civili sono una questione di uguaglianza sociale, e da un punto di vista etico è scorretto pretendere che siano proporzionali al loro costo per lo Stato. La loro concessione non può dipendere da una logica di convenienza economica (convenienza che, ovviamente, va a tutto vantaggio dello Stato e a discapito dei cittadini LGBT). In altre parole, i diritti civili non hanno prezzo.

Se io vi proponessi: “Aboliamo il diritto di matrimonio degli ebrei, perché le loro pensioni di reversibilità costano troppo!” – questa frase non vi farebbe rabbrividire? Applicando la stessa logica di convenienza economica, perché allora non negare il diritto di matrimonio agli etero visto che, per ovvie ragioni, le loro pensioni di reversibilità costano molto di più? Oppure ai corrotti, ai delinquenti, ai mafiosi: se dobbiamo farne una questione economica e non di uguaglianza, mettiamoci anche un pizzico di “meritocrazia”. E invece no: in Italia possono sposarsi tutti, anche i corrotti, gli evasori, gli assassini, i violentatori, i mafiosi. Ma gli omosessuali no.

A marzo, intervenendo nel distorto dibattito pubblico sulle unioni civili, Alfano l’ha sparata grossa: la pensione di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbe 40 miliardi di euro. Falso! Le pensioni di reversibilità delle sole coppie etero (che sono circa 14 milioni) ammontano infatti a 37,8 miliardi (dato del 2013). La cifra sparata da Alfano, quindi, non è assolutamente verosimile.

Altre volte, invece, gli oppositori del matrimonio egualitario tendono a sminuire i pochi dati esistenti riguardo alle coppie omosex conviventi in Italia, affermando che la questione riguarderebbe solo poche persone: ne conseguirebbe, quindi, che i diritti LGBT non possono essere una priorità per la politica italiana. Alfano e i suoi sodali si mettano d’accordo una buona volta: siamo troppi o siamo troppo pochi?

Ma torniamo alla questione delle pensioni di reversibilità. Quante sono, in Italia, le coppie omosessuali conviventi? Non lo sappiamo di preciso, perché molti ancora preferiscono non dichiararsi nei censimenti. Secondo l’Istat, nel 2011 le coppie conviventi dello stesso sesso erano solo 7513. Un dato certamente sottostimato.

Per fare una stima di quanto potrebbero costare le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali, è necessario quindi operare delle proporzioni a partire dai dati di paesi che hanno una struttura demografica simile alla nostra. È quanto ha fatto un’indagine di Termometropolitico.it, pubblicata a gennaio, che purtroppo – come spesso succede – non ha avuto eco sui media italiani.

Calcolando la stessa proporzione francese, ovvero di 1,331 coppie ogni 1000 abitanti, da noi ce ne dovrebbero esere circa 78 mila quindi più dieci volte la proporzione attuale.

Se attualmente a fronte di 14 milioni di coppie [eterosessuali] si produce un esborso per lo Stato di 37,8 miliardi annui, aggiungendone altre 78 mila si dovrebbero calcolare proporzionalmente 210 milioni di € in più, sempre annui.

Si tratta di un costo esiguo effettivamente, e si devono considerare altri fattori:

i matrimoni stanno diminuendo, vi saranno quindi sempre meno vedovi e vedove;

l’età media si alza, e quella degli uomini più di quella delle donne, chi rimarrà vedovo lo farà più tardi e vi rimarrà per meno tempo;

– le coppie gay essendo costituite da persone dello steso sesso non sarebbero comunque influenzate dal gap di vita media tra i coniugi, quindi una durata anche qui minore della vedovanza.

Sono considerazioni che portano a credere che se vi deve essere una correzione ai dati sulla reversibilità sia per etero sia per gay per il futuro è comunque più probabile sia al ribasso.

Qualche settimana fa, in occasione dell’inizio della discussione parlamentare sul ddl Cirinnà, il sito articolo29.it ha pubblicato un’indagine dell’INPS sulle pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali.

Nello studio dell’INPS si rileva, difatti, come nel primo anno di entrata in vigore della legge, 2016, l’onere per lo Stato sarebbe pari a soli 100.000 euro, che diverrebbero 500.000 nel 2017 sino a raggiungere i 6 milioni di euro nel 2025. Dunque importi assolutamente risibili per il bilancio dello Stato.
L’INPS ha calcolato tali oneri con riferimento non al numero di coppie gay e lesbiche stimate in Italia dall’Istat (che sarebbero solo 7.500, cifra ritenuta sottostimata), ma approssimandosi al numero di coppie che hanno celebrato unioni civili in Germania nel primo decennio dall’entrata vigore dell’analoga legge i i vigente (ben 35.000 unioni civili). Si tratta, peraltro, di una previsione probabilmente eccessiva se si tiene conto che quel paese ha una volta e mezza gli abitanti dell’Italia.

I due studi non giungono agli stessi risultati, ma dimostrano che la spesa pubblica per le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali sarebbe esigua, ben lontana dalle cifre sbandierate come uno spauracchio dalla destra.

È ormai evidente come l’argomentazione della destra riguardo ai costi per lo Stato sia falsa e strumentale. L’augurio è che nella discussione parlamentare sul ddl Cirinnà tali menzogne vengano sbugiardate e ignorate.

Se vogliamo diventare un paese civile, è necessario che il dibattito pubblico non venga inquinato da sparate “alla Alfano” e che sia i politici sia i media la smettano di dare risalto ad affermazioni infondate e pretestuose. C’è quindi da chiedersi come mai i grandi quotidiani e le TV sistematicamente non diano notizia degli studi che abbiamo appena citato, né di dati significativi provenienti da paesi a noi vicini (come per esempio la Francia, di cui abbiamo parlato un mesetto fa).

Da ultimo, occorre sottolineare come l’Unione europea si sia già espressa sulla questione delle pensioni di reversibilità, affermando che un istituto giuridico (matrimonio o unione civile) che regolamenti e tuteli le coppie e che non preveda l’estensione delle pensioni di reversibilità anche alle coppie omosex sia da considerare discriminatorio. Nel ddl Cirinnà, quindi, non è possibile espungere il diritto alla pensione di reversibilità: parafrasando il nostro premier, “ce lo chiede l’Europa” (peccato che in materia di diritti LGBT Matteo Renzi si guardi bene dal sottolinearlo).

La ragione per cui Ilga Europe, nel suo ultimo rapporto, ha posizionato l’Italia in fondo alla classifica dei paesi più civili in materia di diritti LGBT (persino al di sotto di alcuni paesi dell’Est) è proprio questa: il totale vuoto normativo in materia di matrimoni e unioni civili. Per non parlare della mancanza di una legge seria contro l’omofobia (e il ddl Scalfarotto, che giace ancora in Parlamento, non lo è). È ben triste dover constatare che oggi, nel 2015, cinque secoli dopo la fine del Medioevo, in materia di diritti e rispetto per le persone LGBT l’Italia si trovi più vicina a paesi in cui l’omosessualità è reato piuttosto che a quelli che, insieme al nostro, hanno fondato e alimentato il progetto europeista.

I cittadini LGBT pagano le stesse tasse dei cittadini eterosessuali, contribuendo non solo ai lauti stipendi dei politici ma anche alle pensioni di reversibilità e agli sgravi fiscali riservati soltanto alle coppie etero (le stesse coppie etero che si separano sempre di più e si sposano in chiesa sempre meno, a dimostrazione – se ce ne fosse ancora bisogno – di come la famiglia cambi nel corso del tempo). Allo stesso tempo, i cittadini LGBT sono privati di diritti civili fondamentali, la concessione dei quali non lederebbe nessuno e anzi permetterebbe alle coppie omosessuali di vivere con maggiore serenità e molti meno patemi.

Eppure la base su cui si fonda – o si dovrebbe fondare – la nostra Repubblica laica e democratica è: uguali diritti, uguali doveri. Un po’ provocatoriamente – ma solo fino a un certo punto – potremmo dire: Abbiamo meno diritti? Ebbene, allora pagheremo meno tasse. Semplice e lineare.

Perché mai dovremmo continuare a contribuire alla res publica nella stessa misura dei cittadini etero, se lo Stato ci riconosce meno diritti? In fondo, se siamo considerati “diversi” e se tale diversità può giustificare una palese differenza di trattamento, allora che lo sia in tutti gli aspetti del vivere comune. Considerarci “uguali” solo quando fa comodo allo Stato, cioè quando c’è da incassare le nostre tasse, è solo una nuova e subdola forma di sfruttamento.

Uguali diritti, uguali doveri, dicevamo. Ma per noi cittadini LGBT la bilancia dei diritti e dei doveri pende nettamente dalla parte di questi ultimi. Forse è davvero il momento di riequilibrare i due bracci della bilancia: semplicemente smettendo di pagare le tasse a uno Stato omofobo. Forse l’unico modo per farsi sentire è adottare una strenua disobbedienza fiscale, vale a dire boicottare uno Stato che ci nega diritti fondamentali. Proprio come abbiamo fatto prima con Barilla e poi con D&G.

Vi lascio con questa provocazione. Per fortuna tra poco arriva il Pride!

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Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT

Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette

A due anni dall’introduzione del matrimonio egualitario in Francia, due articoli apparsi di recente sulla stampa d’Oltralpe ci aiutano a farci un’idea dei numeri e delle conseguenze sociali della legge.

È un peccato che la stampa italiana non li abbia ripresi e commentati: troppo impegnata a dare spazio alle parole di papa Francesco sul fantomatico gender, oppure a copia-incollare testi della Manif pour tous spacciandoli per approfondimenti, finisce per farsi scappare le vere notizie, i dati obiettivi che ci permettono di leggere correttamente la società che cambia.

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Rassicuriamo subito gli omofobi di casa nostra: all’indomani del mariage pour tous (23 aprile 2013) la Francia non è stata flagellata né da guerre civili, né da epidemie, né da invasioni di cavallette. E le famiglie eterosessuali godono di perfetta salute. I cataclismi paventati dalla destra cattolica più di due anni fa non si sono ovviamente verificati.

Cominciamo dal bilancio offerto da Le Monde.

Tra maggio 2013 e dicembre 2014 sono stati celebrati 17.500 matrimoni same-sex: 7.500 nel 2013, 10.000 nel 2014 (il 4% dei matrimoni civili del 2014). Il boom del primo anno e mezzo è dovuto anche al fatto che molte coppie omosessuali di lungo corso attendevano da tempo di poter sancire la propria unione.

E infatti, tra i vari dati, trovo interessante questo. Età media delle coppie gay convolate a nozze: 50 anni. Età media delle coppie lesbiche: 43. Età media delle coppie etero: 32 per gli uomini, 30 per le donne. Un netto scarto che rende bene l’idea di quanto fosse stata lunga e frustrante l’attesa delle coppie omosessuali francesi prima di vedersi riconosciuto questo diritto civile fondamentale. C’è da commuoversi al pensiero della gioia e del senso di liberazione che devono aver accompagnato i primi matrimoni egualitari. Poi il pensiero corre alla nostra di attesa, ancora ben lungi dal termine, e la gioia si tramuta in tristezza.

Nel periodo in esame sono anche diminuiti i Pacs: segno che questo istituto (introdotto nel lontano 1999) era considerato di “serie B” da molte coppie omosessuali, che vi accedevano in mancanza del diritto di sposarsi. Faute de mieux, in mancanza di meglio… come dicono i francesi.

Un altro dato interessante: le coppie omosessuali si sposano per lo più nelle grandi città (23% contro il 9% delle coppie etero). A quanto pare la provincia francese non è ancora abbastanza ospitale per i cittadini LGBT.

Sono 6.000 i comuni francesi che hanno celebrato almeno un matrimonio omosessuale. E, nonostante le minacce iniziali da parte dei soliti crociati, i casi di sindaci che hanno cercato di impedire le nozze si contano sulle dita di una mano (anche perché la pena per i sindaci dissidenti consiste in ben 5 anni di reclusione e 75.000 € di multa).

Nessun dato, invece, sui divorzi di coppie gay e lesbiche, anche se sembra che le prime richieste siano già arrivate davanti ai tribunali.

Fin qui, i freddi numeri. Ma che cosa è cambiato a livello polito e sociale dopo l’introduzione del mariage pour tous? Ce lo spiega un articolo apparso su L’Obs, che titola ironicamente: “Due anni di matrimonio egualitario in Francia: un bilancio terrificante“.

Niente cavallette, né epidemie, né guerre civili, dicevamo. Semplicemente, com’è accaduto in tutti i Paesi che hanno adottato il matrimonio egualitario, l’omofobia è diminuita. Oggi i francesi favorevoli al matrimonio per tutti sono la netta maggioranza: secondo L’Obs, il 68%. E anche tra gli elettori dell’UMP la maggioranza si esprime a favore (58%). Non solo: persino nel Front National (il partito di estrema destra di Marine Lepen) ci sono deputati dichiaratamente gay.

Non solo i diritti LGBT non sono più in discussione, ma non sembrano nemmeno più oggetto di dibattito pubblico e politico: tant’è vero che a inizio aprile l’Assemblea Nazionale ha votato quasi all’unanimità un emendamento che vieta l’esclusione delle persone omosessuali dalla donazione del sangue. Nell’occasione, non c’è stata alcuna levata di scudi da parte degli omofobi cattolici, niente toni accesi, nessuna minaccia di boicottare la legge.

Il matrimonio egualitario e i diritti LGBT non fanno più clamore, e sono anzi entrati negli usi e costumi del popolo francese. Come le baguettes.

Ma c’è anche un’ultima conseguenza positiva che procede – indirettamente – dall’introduzione del matrimonio egualitario. Tutti quei loschi personaggi che due anni fa si erano conquistati i riflettori facendosi portavoce di un cattolicesimo estremista e bigotto, che capeggiavano la crociata contro i diritti LGBT, e che pronosticavano flagelli biblici se fosse stata approvata la legge, oggi sono scomparsi dalla scena politica francese. Immaginate come sarebbe bello se i vari Adinolfi, Miriano & co. la smettessero per una buona volta di berciare menzogne sul gender e sui diritti LGBT?

La lotta per i diritti umani e civili non è terminata, ma il mariage pour tous ha rappresentato in Francia un importante passo avanti verso la piena attuazione dei valori fondanti della République: libertà, uguaglianza e fratellanza.

Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette