Come faccio a spiegarlo a mio figlio? Così

Tra le tante pseudo-argomentazioni degli allarmisti no-gender, tra le tante farneticazioni portate a sostegno del loro presunto diritto a discriminare, c’è anche il grande must: “Sono contro le unioni gay perché… come faccio a spiegarlo a mio figlio?”

A parte che, se non sei capace di spiegare a tuo figlio una cosa semplice e universale come l’amore, stai dimostrando di non essere un gran che come genitore, generalmente i bambini (sì, anche i tuoi) si rivelano molto più avanti di voi adulti omofobi. Semplicemente non fanno una piega. Fanno domande, certo. Sono bambini e i bambini fanno tante domande, chiedono tanti perché. Ma se quelle domande innocenti ti fanno paura il problema sei tu. Il problema è la tua omofobia. E il tanto sbandierato “diritto di educare i figli secondo i propri principi” (che di solito sottende un terrorizzato ripudio dell’inesistente “teoria del gender”) non significa avere il diritto di farne dei piccoli omofobi a vostra immagine e somiglianza.

E allora, come potete fare a spiegare ai vostri figli che sì, anche due uomini o due donne possono amarsi? Bastano poche semplici parole.

Stamattina il disegnatore Matteo Bussola, sulla sua pagina Facebook, ce ne ha dato un bellissimo esempio.

Stamattina, mentre andavamo a scuola in auto, Ginevra mi ha chiesto dell’amore.
“Papà”, ha detto cogliendomi di sorpresa, “ma due donne possono sposarsi?”
Prima di rispondere ci ho pensato molto bene, avrei tanto voluto che al mio posto ci fosse la mamma.
“No”, le ho detto per non mentirle, “nel nostro paese no, però possono volersi bene e vivere insieme.”
“Come te e la mamma?”, ha detto.
“Sì”, ho detto.
“Ma perché non possono sposarsi?”, ha detto.
“È un discorso difficile, Ginevra”, ho detto. “In certi paesi possono, da noi ancora no.”
“A Sant’Ambrogio possono?”, ha detto.
“No, Ginevra, non intendevo paesi paesi”, ho detto, “intendevo stati come l’Italia.”
“Ma io a Sant’Ambrogio ho visto due ragazze che si baciavano”, ha detto.
“Non c’è niente di male, Ginevra”, ho detto, “tutti se si vogliono molto bene possono baciarsi.”
“Anche i maschi?”, ha detto.
“Se si vogliono tanto bene, sì”, ho detto.
Ha fatto una pausa che pareva una rincorsa.
“Papà”, ha detto, “ma quando si sposano due donne come fanno a volersi bene?”
“Come fanno tutte le persone del mondo”, ho detto. “Col cuore.”
“Dentro al cuore c’è il bene?”, ha detto.
“Dentro al cuore c’è tutto”, ho detto.
“Perché?”, ha detto.
“Perché il cuore è come un grande armadio, Ginevra”, ho detto. “Ci sono dentro prima di tutto le persone che hai scelto, poi c’è il ripiano dei baci, i cassetti degli abbracci, gli appendini degli sguardi, gli scaffali del male e quelli del bene. Tutto.”
“Melania ha il cassetto dei lecconi sulla faccia!”, ha detto.
“Vero”, ho detto ridendo.
“Papà”, ha detto.
“Cosa?”, ho detto.
“Nei cuori ci sono anche l’amore, vero?”, ha detto.
“Sì, ma non si dice ci sono, Ginevra”, ho detto. “Si dice c’è, l’amore è singolare.”
“Non è vero!”, ha detto seria. “L’amore sono tanti.”
Mi sono zittito e non l’ho corretta più, perché l’amore sono tanti anche secondo me.
Che peccato che ci siano persone che non lo capiscono, ho pensato.

Proprio così, piccola Ginevra. L’amore sono tanti. E non c’è da averne paura.

Love is love

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Come faccio a spiegarlo a mio figlio? Così

Un film sulle lesbiche senza il lesbodramma (e l’omofobia)

Possono bastare le buone intenzioni per fare un bel film? Evidentemente no.

Io e lei è un film realizzato con tanta buona volontà, pure troppa. Per buona parte del film la regia è intenta a mostrarci nel dettaglio la routine quotidiana della coppia Buy-Ferilli (il ritorno a casa dal lavoro, le cenette, la corsetta sul tapis-roulant, le serie TV guardate insieme sul divano), come a dimostrare allo spettatore italiano quanto bello e normale sia essere omosessuali nell’Italia di oggi.

Eppure il film, nonostante le buone intenzioni, è piatto e stereotipato.

Cosa manca? Secondo Claudio Rossi Marcelli, manca il sesso. Ci sono baci, gesti d’affetto, una scena di sesso pudicamente nascosta sotto un piumone. Ma possiamo aspettarci che un film italiano ci mostri una scena di sesso tra due donne? Suvvia, siamo realisti. Certo che no.

Quello che manca, a mio avviso, è il conflitto. Nell’ansia di rendere normale e accettabile l’amore omosessuale, è stato eliminato ogni tipo di conflitto. Non c’è conflitto tra la Buy e l’ex marito, né tra lei e il figlio. Non c’è conflitto tra la Ferilli e la sua famiglia d’origine di burini, dai quali ci aspetteremmo almeno un po’ della cara, vecchia e verosimile omofobia. Attenzione: non sto dicendo che tutti i burini siano omofobi, né che i privilegiati, magari laureati, non lo siano affatto: sto dicendo che in determinati strati della popolazione è più facile riscontrare razzismo e omofobia. E che un film che parla dell’essere omosessuali oggi in Italia non può non mostrare almeno una scena di omofobia: perché con l’omofobia devono fare i conti, ogni giorno, migliaia di cittadini e coppie omosessuali.

Non c’è un vero conflitto neppure tra Buy e Ferilli. Mancano le ripicche, i rancori, i piatti per terra, le ex ingombranti, “la tipa della mia tipa”. In una parola, manca il lesbodramma. (In cui, al contrario, un film come La vita di Adèle indugiava eccessivamente).

Quello che salvo nel film, oltre a qualche scena comica godibile, è l’accenno al tema della visibilità: alle certezze e all’orgoglio della Ferilli, donna lesbica più serena e risolta, si oppongono i dubbi e le paure della Buy.

Ma sinceramente, al di là delle buone intenzioni, è troppo poco.

Un film sulle lesbiche senza il lesbodramma (e l’omofobia)