Freeheld: un film da far vedere ai politici italiani

Freeheld è il dramma lesbico che non vedremo mai prodotto dal cinema italiano. Niente a che vedere con la commediola piatta di cui abbiamo parlato qualche settimana fa.

Il film narra la storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree, conviventi e registratesi come coppia di fatto (siamo nel 2002, il matrimonio egualitario non è ancora una realtà nello Stato del New Jersey). A Laurel viene diagnosticato un tumore incurabile ai polmoni: in mancanza di una legge che garantisca parità di diritti alle coppie omosessuali, negli ultimi mesi di vita la donna è costretta a battersi per il riconoscimento dei benefici pensionistici alla sua compagna.

La storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree ha ispirato sia
La storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree ha ispirato sia “Freeheld” di Peter Sollett sia l’omonimo documentario di Cynthia Wade, miglior cortometraggio documentario agli Oscar del 2008.

Qualche recensione ha definito Freeheld come un film freddino, forse perché non indugia eccessivamente sul dolore, non si rifugia in un facile patetismo. Io l’ho trovato un punto di forza. Non avevamo bisogno dell’ennesimo film che ci mostrasse al microscopio temi quali la malattia e la morte della persona amata. Avevamo bisogno invece di Freeheld per quello che è: un film molto bello e fortemente politico.

Certo, si piange. Eccome. Ma credo che tutte quante in sala – dall’amica alla mia sinistra alla sconosciuta alla mia destra, passando per le ragazze che singhiozzavano sonoramente due file davanti a noi – piangessimo non solo per le vicende di Laurel (una splendida Julianne Moore) e Stacie (Ellen Page), ma anche per noi stesse, per l’immane ritardo del nostro Paese sul fronte dei diritti LGBT, per la totale mancanza di tutele con cui dobbiamo fare i conti ogni santo giorno. Perché quella situazione che stavamo vedendo sul grande schermo, e che là – negli Stati Uniti del 2002 – si risolveva con il riconoscimento della pensione di reversibilità al partner sopravvivente, qui – nell’Italia del 2015, a distanza di ben 13 anni – non avrebbe lo stesso esito. Ancora oggi le coppie omosessuali italiane sono totalmente prive di tutele in caso di malattia e di morte di uno dei due partner. Abbandonate dallo Stato e lasciate completamente sole di fronte agli eventi luttuosi della vita.

Freeheld

Amore, giustizia, uguaglianza: il sottotitolo indica i temi cardine del film. A cui bisogna aggiungere la solidarietà. Quella dei cittadini LGBT che si mobilitano in favore delle due protagoniste, iniziando a chiedere la parità di diritti e il matrimonio egualitario (ottenuto in tutti gli Stati federati nel giugno del 2015), e quella dei colleghi della detective Laurel Hester che alla fine, dopo qualche titubanza, trovano il coraggio di sostenerla.

Ed è proprio questo che dobbiamo cercare di assicurarci per l’ultima spallata a una classe politica immobile: la solidarietà dei tanti amici, colleghi e parenti, etero e non. Perché casi come questo, mostrato in un servizio delle Iene di qualche mese fa, non si verifichino mai più. Perché un malato terminale, nei suoi ultimi giorni, non sia costretto ad affannarsi per trovare un modo per tutelare il partner sopravvivente e possa affrontare la malattia con dignità e serenità.

Freeheld è un film da vedere, e da far vedere ai politici italiani baciapile e ai porporati che tuonano contro i diritti LGBT. Che dite, organizziamo un bel cineforum nell’attico di Bertone? Dovremmo starci belli comodi!

Annunci
Freeheld: un film da far vedere ai politici italiani

Un film sulle lesbiche senza il lesbodramma (e l’omofobia)

Possono bastare le buone intenzioni per fare un bel film? Evidentemente no.

Io e lei è un film realizzato con tanta buona volontà, pure troppa. Per buona parte del film la regia è intenta a mostrarci nel dettaglio la routine quotidiana della coppia Buy-Ferilli (il ritorno a casa dal lavoro, le cenette, la corsetta sul tapis-roulant, le serie TV guardate insieme sul divano), come a dimostrare allo spettatore italiano quanto bello e normale sia essere omosessuali nell’Italia di oggi.

Eppure il film, nonostante le buone intenzioni, è piatto e stereotipato.

Cosa manca? Secondo Claudio Rossi Marcelli, manca il sesso. Ci sono baci, gesti d’affetto, una scena di sesso pudicamente nascosta sotto un piumone. Ma possiamo aspettarci che un film italiano ci mostri una scena di sesso tra due donne? Suvvia, siamo realisti. Certo che no.

Quello che manca, a mio avviso, è il conflitto. Nell’ansia di rendere normale e accettabile l’amore omosessuale, è stato eliminato ogni tipo di conflitto. Non c’è conflitto tra la Buy e l’ex marito, né tra lei e il figlio. Non c’è conflitto tra la Ferilli e la sua famiglia d’origine di burini, dai quali ci aspetteremmo almeno un po’ della cara, vecchia e verosimile omofobia. Attenzione: non sto dicendo che tutti i burini siano omofobi, né che i privilegiati, magari laureati, non lo siano affatto: sto dicendo che in determinati strati della popolazione è più facile riscontrare razzismo e omofobia. E che un film che parla dell’essere omosessuali oggi in Italia non può non mostrare almeno una scena di omofobia: perché con l’omofobia devono fare i conti, ogni giorno, migliaia di cittadini e coppie omosessuali.

Non c’è un vero conflitto neppure tra Buy e Ferilli. Mancano le ripicche, i rancori, i piatti per terra, le ex ingombranti, “la tipa della mia tipa”. In una parola, manca il lesbodramma. (In cui, al contrario, un film come La vita di Adèle indugiava eccessivamente).

Quello che salvo nel film, oltre a qualche scena comica godibile, è l’accenno al tema della visibilità: alle certezze e all’orgoglio della Ferilli, donna lesbica più serena e risolta, si oppongono i dubbi e le paure della Buy.

Ma sinceramente, al di là delle buone intenzioni, è troppo poco.

Un film sulle lesbiche senza il lesbodramma (e l’omofobia)

365 giorni di orgoglio

Milano 17/01/2015

Queste feste, per me, sono state all’insegna della memoria e dell’orgoglio LGBT, grazie a tre film molto belli e riusciti. A Natale ho visto The Normal Heart, a Capodanno Pride e The Imitation Game uno dopo l’altro. Ve li consiglio tutti e tre. Risveglieranno la vostra coscienza, la vostra rabbia, e daranno fondo alle vostre scorte di fazzoletti.

Sono preziosi quei film e quei libri che concorrono a risvegliare e – nel caso dei più giovani – a creare la nostra “coscienza di classe”: proprio come i lavoratori, un tempo, erano uniti da un forte senso di appartenenza, allo stesso modo noi dobbiamo continuare ad alimentare la nostra consapevolezza di appartenere a una minoranza. Una minoranza che ha sofferto tanto e che ancora oggi, in molti Paesi del mondo, deve lottare per i propri diritti e la propria dignità. Dobbiamo perpetuare la memoria, ricordare i torti, le ingiustizie e le violenze subite. Ma non possiamo fermarci alla “memoria della sfiga”. Dobbiamo ricordare anche i nostri eroi, le nostre conquiste.

In The Normal Heart il protagonista dice con orgoglio:

A gay man is responsible for winning World War II. That’s how I want to be remembered. As one of the men who won the war.

(Si riferiva ad Alan Turing: chi non conosce la sua storia corra al cinema o si legga Enigma, il bel fumetto di Tuono Pettinato e Francesca Riccioni.)

Ricordiamo sì i nostri martiri, ma anche i nostri eroi, il meglio che la comunità LGBT ha dato al mondo. Perpetuiamo il loro ricordo, siamone fieri. Gli sfigati, i perdenti sono quelli che ancora oggi vorrebbero curarci, sterminarci, privarci di diritti e farci vivere nel silenzio e nella vergogna.

Allo stesso tempo, però, non lasciamo che la nostra “coscienza di classe” diventi una barriera rispetto alle altre minoranze. Il film Pride mostra bene la forza della solidarietà, della collaborazione tra gruppi apparentemente lontani: minatori, lesbiche e gay insieme per i propri diritti, nel 1984. Certo, era l’Inghilterra, un Paese che ancora oggi ha ci dà la birra (un’espressione particolarmente azzeccata per il Regno Unito) riguardo a civiltà e coscienza sociale. Giustizia sociale è garantire i diritti di tutti. Di lesbiche, gay e trans, ma anche dei lavoratori, dei migranti, dei disabili, dei malati.

Il Milano Pride del 2014 ha rappresentato un tentativo di creare una rete di solidarietà, di cercare il sostegno di altre minoranze coinvolgendo i gruppi dei migranti. Purtroppo ha funzionato solo un giorno su 365. Molto ancora può e deve essere fatto. Dobbiamo coinvolgere i lavoratori: precari, lavoratori della conoscenza, della comunicazione, della sanità, della scuola. Gli insegnanti, soprattutto.

“Non vedo l’ora che sia giugno!”: così mi dicevo subito dopo aver visto proprio Pride. Perché è proprio questo che provavo: la voglia irrefrenabile di scendere in piazza per i nostri diritti, l’esaltazione, l’unione per uno scopo comune, la solidarietà. La rabbia, tanta rabbia. Ma non ci sarà bisogno di aspettare giugno per scendere in piazza a manifestare.

È proprio di questi giorni la notizia che Expo e Regione Lombardia patrocinano, con tanto di logo istituzionale, un dubbio convegno a difesa della cosiddetta “famiglia tradizionale”. Famiglia che, ricordiamolo, non è in via di estinzione ma si trova semplicemente a convivere con altri tipi di famiglia. Perché, anche senza il benestare dei bigotti, la società cambia. Sempre più lesbiche e gay escono dell’armadio, si rendono visibili e chiedono legittime tutele per le loro coppie e famiglie.

Ci hanno fatto credere che per dare qualche tutela in più ai precari è necessario toglierne ai lavoratori assunti a tempo indeterminato (questo il pretesto per smantellare l’articolo 18). Allo stesso modo, altri vogliono farci credere che concedere diritti alle coppie e alle famiglie LGBT significhi toglierne alla famiglia “tradizionale”. Ci vogliono disuniti, atomizzati, pieni di odio l’uno contro l’altro. Ma al contrario è proprio grazie alla solidarietà sociale che si può lottare per i diritti di tutti. Non miei o tuoi, di tutti.

Il 17 gennaio saremo là, in Piazza Città di Lombardia, per protestare contro un convegno vergognoso, che pretende, nel 2015, di diffondere idee false e antiscientifiche riguardo a presunte cure dell’omosessualità. Spero che potremo vedere unite in un fronte comune tutte le realtà LGBT di Milano, da quelle più radicate e strutturate, come Arcigay e Arcilesbica, a quelle più piccole, come i gruppi universitari, a quelle più recenti, nate spontaneamente dal basso, come I Sentinelli di Milano. E spero di vedere, insieme alle associazioni LGBT, tanti amici eterosessuali che hanno a cuore la giustizia sociale del nostro Paese.

365 giorni di orgoglio