Verso Milano Pride: l’attesa è cominciata

La grande attesa è cominciata. L’evento su Facebook è stato lanciato, il sito ufficiale rispolverato, il Comune di Milano ha concesso anche per quest’anno il patrocinio: da più parti si inizia a parlare del Milano Pride 2015.

Le associazioni del Coordinamento Arcobaleno, con il traino di Arcigay Milano, sono attive da mesi per organizzare uno dei Pride cittadini più belli degli ultimi anni. Il 2015 è l’anno di Expo e in città saranno presenti decine di migliaia di turisti: ci si aspettano quindi grandi cose dagli organizzatori.

L’appuntamento, come avviene ormai dal 2013, è per la Pride Week (22-28 giugno), un’intera settimana di eventi che culminerà nella parata di sabato 27 giugno.

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Da oggi, e per i prossimi tre mesi, la rubrica Verso Milano Pride vi accompagnerà all’evento più amato dalla comunità LGBT. Inganneremo l’attesa con succose anteprime, post dedicati alle varie edizioni del Pride meneghino e notizie arcobaleno locali. 

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Verso Milano Pride: l’attesa è cominciata

Ragazze lesbiche cacciate da un locale: ecco com’è andata e come (non) è finita

Nelle scorse settimane molti dei miei contatti su Facebook hanno condiviso un mio status riguardo a una brutta storia di omofobia avvenuta a Milano nel novembre scorso: due ragazze lesbiche erano state cacciate da una nota balera milanese.

In questi giorni, a distanza di tre settimane, molti mi stanno chiedendo come sia andata a finire la vicenda.

Ebbene, ecco come è andata e come (non) è finita.

Un passo indietro. A novembre una coppia di ragazze che aveva l’unica colpa di baciarsi in pubblico viene presa a male parole, umiliata e invitata a uscire da un locale: “Queste cose fatele fuori, a me fanno schifo”, intima loro un dipendente. Le due ragazze non stavano eccedendo nelle effusioni, si stavano semplicemente baciando entro i limiti della decenza: questo va specificato per quelli che “dipende da come si baciavano”. Come se questi distinguo venissero mai applicati agli etero.

Il giorno dopo le due ragazze, profondamente umiliate e rattristate, mi contattano tramite un’amica comune per chiedermi un consiglio sul da farsi. Per prima cosa, le invito a denunciare il fatto alla polizia. Rifiutano: per mancanza di fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine, mi spiegano. E questo è stato forse un primo motivo di debolezza nella loro posizione. Non hanno voglia di dare spiegazioni, di rendere pubblica la loro umiliazione. Una reazione che non condivido, ma che è perfettamente legittima. Non insisto e non se ne fa nulla.

Ma quel che è accaduto è un fatto grave e umiliante, che mi brucia dentro e che – rifletto – dovrebbe essere reso pubblico e provocare una reazione indignata nell’intera comunità LGBT milanese.

Passano due mesi e a gennaio risento una delle due ragazze. Sembra aver preso sicurezza e sembra anche incazzata e finalmente decisa a reagire. Decidiamo insieme di pubblicare su Facebook dei post in cui raccontiamo l’accaduto e invitiamo amici e conoscenti a condividere il messaggio e a boicottare il locale. I post vengono subito condivisi da amici e amici di amici. Qualcuno suggerisce di organizzare un kiss-in, in poche ore l’indignazione monta negli animi. Siamo pronti a reagire all’offesa.

Allo stesso tempo, scrivo ad Arcigay Milano e invito la Consulta a contattare le due ragazze per ricostruire le dinamiche dell’accaduto e a condannare pubblicamente, tramite comunicato stampa, un fatto tanto grave per la nostra città. Arcigay prende tempo. Troppo tempo. Stiamo ancora aspettando.

Proprio così: a distanza di tre settimane non ho ancora ricevuto una risposta da parte della Consulta, e il comunicato di Arcigay non è mai uscito. Cos’è accaduto? Successivamente, una delle due ragazze mi spiegherà che l’associazione effettivamente le ha contattate per chiarire i fatti, ma che poi ha deciso di non intervenire. Dicono che, visto che il fatto è “vecchio” di tre mesi (non sapevo che l’omofobia avesse una prescrizione tanto breve!), non c’è più urgenza di intervenire: Arcigay preferisce evitare lo scontro e decide di non condannare pubblicamente il locale per l’errore di un singolo dipendente, riservandosi però per il futuro di organizzare qualcosa (qualcosa di non ben specificato) contro l’omofobia in generale, slegando quindi l’azione di risposta dal brutto fatto contingente.

Nel frattempo, però, mentre aspettiamo una risposta da Arcigay, i due post su Facebook continuano a essere condivisi e letti. Nei giorni successivi alla denuncia social, qualche cliente indignato scrive al locale e chiede spiegazioni. Ecco il secondo errore strategico: nonostante i miei ripetuti inviti, non sono state le due ragazze, e nemmeno Arcigay, a scrivere alla balera, ma altre persone.

Ed ecco la risposta del locale, ricevuta tramite messaggio privato da un ragazzo che aveva chiesto spiegazioni sull’accaduto.

Ci dispiace tantissimo ricevere questo messaggio e dover rispondere a chi in questi giorni sta chiedendo di boicottarci perchè avremmo allontanato due ragazze che si baciavano. Ci dispiace, perchè chi ci conosce sa quanto amore e quanta fatica mettiamo nella nostra amata balera, che nasce come un luogo di incontro per tutti, senza nessuna discriminazione! A volte ci è capitato di chiedere a qualcuno di star calmo: al bambino troppo vivace, a chi balla anche quando la musica è finita o a chi piace troppo il nostro vino e se a volte non siamo stati troppo gentili ci scusiamo, è stata solo stanchezza.
Mai e poi mai ci permetteremmo di allontanare delle persone dal nostro locale solo perché sono gay. C’è stato un grande fraintendimento e le persone interessate sono state invitate a maggiori spiegazioni da parte nostra e felici di averle di nuovo tra noi per chiarimenti. È davvero doloroso passare per persone che non siamo.

Non si può certo dire che siano delle scuse. Anzi. È una risposta paracula che sembra quasi un’ammissione di colpa. Prima si dice che il fatto non sussiste, poi lo si accosta con malafede ad altri esempi di clienti fastidiosi (bambini vivaci, avventori alticci): ma allora, questo fatto è accaduto o no? E perché mai due ragazze che si baciano dovrebbero essere fastidiose? Per quale motivo un dipendente del locale dovrebbe sentirsi legittimato a intervenire? Non ci risulta nemmeno che le due siano state contattate per un confronto sull’accaduto.

Ovviamente, a questo punto, è la parola delle due ragazze contro quella dei gestori. Sappiamo quanto sia difficile provare atti umilianti reiterati, per esempio il bullismo e il mobbing: immaginate quanto sia difficile fornire le prove di un singolo atto discriminatorio durato in tutto pochi minuti.

Mancando il sostegno di Arcigay, le due ragazze si sentono sole e doppiamente umiliate. I propositi battaglieri si spengono in un mare di delusione nei confronti della più grande associazione LGBT di Milano. L’indignazione sui social, col passare dei giorni, si smonta come una maionese impazzita. Ma quando il singolo cittadino non si sente abbastanza forte e non vuole – o non può – metterci la faccia, dovrebbero essere proprio le associazioni a farlo al posto suo.

E quindi finisce così, con un nulla di fatto.

A me restano amarezza e delusione, ma anche una lezione importante. Ai miei occhi è ormai palese l’inadeguatezza dell’intervento di Arcigay in casi come quello che ho descritto. La presenza di un’associazione sul territorio non può limitarsi agli eventi programmati, che siano il Pride o gli incontri nelle scuole. Occorre anche saper affrontare le circostanze impreviste: e questo vale sia per gli attacchi della destra, che troppo spesso vengono lasciati passare senza una ferma risposta, sia – a maggior ragione – per i casi di discriminazione in cui le stesse vittime bussano alla tua porta in cerca di sostegno.

Quali sono i motivi di questa inadeguatezza? Eccessiva burocratizzazione dei meccanismi decisionali, enorme lentezza nel prendere posizione, ritardi ed errori nella comunicazione pubblica.

Non è un caso che negli ultimi mesi, in un periodo in cui la comunità LGBT si trova costantemente sotto attacco da parte della destra cattolica, il vuoto di azione e di rappresentanza lasciato dalle associazioni LGBT “tradizionali” sia stato riempito, per lo meno a livello locale, da un gruppo attivo e propositivo come i Sentinelli di Milano, nati a ottobre come reazione al fenomeno delle Sentinelle in piedi.

Sono già tre le azioni organizzate dai Sentinelli nell’ultimo mese: il presidio contro il convegno omofobo di Regione Lombardia (a cui si sono poi accodate tutte le altre associazioni), il presidio del 7 febbraio contro Forza Nuova che volantinava in pieno centro le sue menzogne sul “gender” e il flash-mob in programma per San Valentino, poi rimandato a causa del cattivo tempo. Ben vengano quindi i gruppi che si formano spontaneamente dal basso, che si dimostrano più agili e “sul pezzo” rispetto alle associazioni tradizionali. Ma queste ultime dovrebbero riprendere il loro ruolo e riflettere sulle dinamiche interne che le muovono.

Non so come andrà avanti la mia storia d’amore e disamore con Arcigay, se continuerà o meno con profitto reciproco (resto pur sempre una volontaria del Gruppo Scuola, non a caso la sezione di Arcigay più attiva e propositiva nel contesto milanese). Di certo sono molto delusa da com’è stata gestita – o meglio, non gestita – questa vicenda.

Ragazze lesbiche cacciate da un locale: ecco com’è andata e come (non) è finita