Strage di Orlando: un penoso day after

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Mi è ancora difficile trovare le parole per commentare quanto successo a Orlando, anche se lo shock e la paura stanno pian piano scemando col passare delle ore. La notizia ci è stata data ieri pomeriggio, proprio sul finire del week-end formativo del Gruppo Scuola di Arcigay Milano. Era stato un week-end di gioia e condivisione, in cui avevamo programmato le attività del prossimo anno nelle scuole. È stato un fulmine a ciel sereno. I numeri drammatici della strage, seguiti in serata dalla notizia dell’uomo armato arrestato mentre si dirigeva al Pride di Los Angeles, ci hanno terrorizzati. La sensazione, angosciante, era quella di essere – anche a migliaia di chilometri di distanza – sotto attacco e inermi di fronte alla violenza. Fortunatamente in quel momento non eravamo da soli. Eravamo tutti insieme, e il sostegno che ci siamo dati l’un l’altro è stato fondamentale per trovare la forza di reagire. Un abbraccio, una parola, una spalla su cui piangere, un amico che ti invita a cena perché non è proprio il momento di stare da soli, non questa domenica sera.

All’indomani dell’attentato, c’è che minimizza (tanto erano tutti gay), c’è chi addirittura esulta per la strage di froci (l’odio per gli omosessuali è una di quelle cose che riescono a mettere d’accordo i fondamentalisti cristiani e quelli islamici), c’è chi strumentalizza quanto accaduto (Adinolfi, che pochi mesi fa aveva auspicato l’uso dei fucili contro i matrimoni omosessuali, ora esprime una pelosa solidarietà alla comunità LGBT; lo stesso papa Francesco, che si è sempre opposto alla moratoria ONU contro la pena di morte per il “reato” di omosessualità, si dice addolorato). C’è addirittura chi individua la causa della strage in un bacio tra due gay – immagino che anche la sera del Bataclan ci fossero stati innumerevoli baci, sia etero sia omosex, quindi forse è l’atto del bacio in sé che deve essere vietato, e non la diffusione dell’odio e delle armi.

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I messaggi di cordoglio dei politici italiani sono sembrati messaggi di circostanza: freddi e scritti solo per senso del dovere. E, soprattutto, la maggior parte dei nostri politici ha evitato accuratamente di ricordare che le vittime erano omosessuali. Si è parlato genericamente di “fratelli americani”. Una delle poche a rivolgersi direttamente alla comunità LGBT è stata Laura Boldrini. Il Movimento 5 Stelle, addirittura, non ha sentito alcun bisogno di condannare l’attentato: non un tweet, non una dichiarazione.

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All’estero, intanto, le iniziative simboliche a sostegno della comunità LGBT americana si moltiplicano. Diversi monumenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, sono stati illuminati con i colori arcobaleno oppure sono stati spenti in segno di lutto. In Italia, al momento, nessun sindaco ha avanzato proposte simili. Anzi, c’è quasi da temere che Regione Lombardia faccia comparire sul Pirellone l’esultante scritta “-50!”.

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E i media? Il confronto con la copertura mediatica degli attentati di Parigi è inevitabile e lampante. Dopo il 13 novembre 2015, fiumi di dirette TV, ore e ore di approdondimenti per quello che veniva definito un attacco ai nostri valori. E l’attentato al Pulse di Orlando, invece, non lo è? Uccidere 50 persone in un locale gay – un luogo che simboleggia la libertà sessuale di cui godiamo nella nostra società – non è un attacco ai nostri valori? Anche i toni con cui è stata riportata la notizia sono molto diversi da quelli usati per Parigi: oggi non c’è lo stesso senso di tragedia e lutto, non c’è lo stesso pathos. Non c’è nemmeno la caccia alla lacrima facile dello spettatore/lettore, il che non è certo un male in sé, ma è un chiaro indicatore del diverso atteggiamento nei confronti delle due notizie. Non si cerca di parlare al cuore e allo stomaco dello spettatore, di coinvolgerlo e farlo immedesimare, forse perché si presume che lo spettatore medio sia etero e quindi distaccato e fondamentalmente disinteressato (per fortuna ne conosco pochi di etero così!). Si presume, forse, che il lettore pensi: “A me non potrebbe mai succedere una cosa del genere, perché non potrei mai trovarmi in un locale come il Pulse”. L’esatto contrario di quanto accaduto per gli attentati di Parigi, dove l’immedesimazione e l’empatia erano massime proprio perché l’Is aveva colpito i luoghi di svago di tutti. L’attentato di Orlando, invece, non è narrato e di conseguenza non è vissuto come un attacco al nostro stile di vita. Semmai allo stile di vita dei gay.

Se l’indignazione a corrente alternata dei media occidentali non fa ormai più notizia, c’è da rilevare che anche la risposta della cittadinanza è ben diversa rispetto a quella osservata all’indomani degli attentati parigini. Basta fare un giro sui social per tastare con mano quanto questa tragedia non sia considerata “nostra” ma “loro”, cioè delle persone LGBT. E non si può dire, stavolta, che l’attentato abbia colpito un paese lontano da noi geograficamente e/o culturalmente (“Perché allora non mettete la bandiera siriana nei vostri profili?”, veniva chiesto polemicamente mesi fa a chi aveva postato il tricolore francese). L’attentato ha colpito la comunità LGBT americana, nel cuore dell’Occidente, e rappresenta la più grave strage a mano armata nella storia degli USA. E allora perché quest’indifferenza? Forse perché le vittime erano tutte omosessuali?

Scarsi, per non dire nulli, i messaggi di cordoglio e solidarietà da parte di intellettuali, artisti, esponenti del cinema e dello spettacolo, sportivi, associazioni di vario tipo.

Le uniche a far sentire la propria voce, esprimendo solidarietà alle vittime e condanna per l’orribile violenza, sono state le associazioni LGBT. Le uniche, tra l’altro, a organizzare fiaccolate e presidi per ricordare le vittime. Nel novembre 2015, invece, le manifestazioni di vicinanza al popolo francese si erano moltiplicate lungo tutto lo Stivale, organizzate da associazioni, scuole, istituzioni di vario tipo. Questa volta no, questa volta il lutto è solo della comunità LGBT. Sottintendendo che le vittime omosessuali non meritano nemmeno un minuto di silenzio.

Tutto questo – l’indifferenza di alcuni media e di molti cittadini, gli insulti e le strumentalizzazioni – non fa che acuire il senso di solitudine e accerchiamento di noi persone LGBT. Ma la solitudine è pericolosa, perché ti fa venire i pensieri peggiori: gettare la spugna, cedere alla disperazione, smettere di lottare.

Per questo è fondamentale restare uniti. Proprio ora che ci sembra di essere soli contro l’universo mondo. Scenderemo in strada già da stasera (a Milano il presidio organizzato da Arcigay si terrà dalle ore 20 in Largo Donegani), continueremo a reclamare i diritti civili che ci spettano, continueremo ad amare e a lottare con ancora più forza e visibilità. Uniti.

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Strage di Orlando: un penoso day after

Regione Lombardia al Family Day? E noi in piazza della Scala!

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Esattamente un anno fa scendevamo in piazza contro il convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia e sponsorizzato con il logo Expo. Oggi, dopo aver buttato al vento 50.000 euro per l’attivazione del numero verde anti-gender, ecco l’ennesima iniziativa omofoba da parte della giunta di Roberto Maroni.

La giunta leghista, che a quanto pare continua a dimenticarsi di dover rappresentare tutti i cittadini lombardi, compresi quelli LGBT, ha deciso infatti di partecipare al Family Day in programma il 30 gennaio. E lo farà presentando in piazza il gonfalone ufficiale con la rosa camuna e illuminando il Pirellone con la scritta “Family day”.

Un motivo in più, quindi, per essere in tanti, tantissimi, alla manifestazione Svegliati Italia che il 23 gennaio colorerà di arcobaleno più di 70 città italiane. Ancora una volta chiederemo a gran voce pari diritti, ma allo stesso tempo ci troveremo nella scomoda posizione di dover difendere con le unghie un ddl che ci va stretto: soltanto il matrimonio egualitario ci garantirebbe gli stessi diritti e tutele delle coppie etero, ma siamo anche consapevoli che l’eventuale stralcio della stepchild adoption dal ddl Cirinnà sarebbe l’ennesima presa in giro e andrebbe a ledere proprio le figure più fragili tra quelle in causa, cioè i figli delle coppie omosessuali.

Le unioni civili sono solo un primo passo verso l’uguaglianza, a cui dovranno seguirne altri. La nostra battaglia per i diritti non si fermerà finché non otterremo il matrimonio egualitario e l’adozione piena.

Per i milanesi l’appuntamento è per sabato 23 gennaio alle 14:30, in piazza della Scala.

Per tutti gli altri, ecco l’elenco delle piazze che aderiranno al flash mob.

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Regione Lombardia al Family Day? E noi in piazza della Scala!

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo

Stop bullying

Il caso e gli incastri scolastici hanno voluto che proprio ieri, a distanza di 3 anni dal suicidio del ragazzo con i pantaloni rosa, tenessimo un incontro del Gruppo Scuola di Arcigay Milano in due classi terze di scuola media.

Negli ultimi giorni ho pensato molto a questa coincidenza, pur non parlandone con gli studenti: non era il caso di appesantire l’atmosfera serena e gioviale in classe affrontando un tema angosciante come il suicidio. Tanto più che l’incontro di ieri non verteva sul bullismo, ma su altri argomenti correlati. Insieme agli studenti, infatti, abbiamo discusso di inclusione ed esclusione, di stereotipi e pregiudizi, della differenza tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale. In modo che non confondano più questi tre piani e che abbiano le parole giuste e neutre per parlarne, per evitare aggettivi pericolosi che nascondono giudizi di valore, per esempio il binomio normale-anormale. I nostri tredicenni hanno fatto domande, hanno espresso liberamente i loro pensieri, hanno discusso con noi e tra loro.

Sono passati 3 anni dal suicidio di Andrea. E in questi 3 anni gli atti di bullismo a scuola, le aggressioni omofobe per strada, i suicidi di adolescenti lasciati colpevolmente soli da parte degli adulti non sono certo scomparsi. Anzi.

Ricordo su due piedi, per il solo 2015: una ragazza lesbica uccisa dal padre, aggressioni omofobe a Torino, Genova, Polignano. A fine settembre, nel siracusano, un ragazzo di 16 anni si è tolto la vita.

Anche in questo caso alcuni dicono che fosse gay, altri no. Ma non è questo il punto. L’omofobia può farti male lo stesso, che tu sia gay o solo percepito come tale. E se non ti senti sostenuto da qualcuno, in primis genitori e insegnanti, se non hai le spalle abbastanza larghe (e 16 anni è molto probabile che tu non le abbia ancora), l’omofobia può stritolarti. Il punto non è il tuo orientamento sessuale.

Qual è il punto lo spiega benissimo questo brano di Michela Marzano, tratto dal suo ultimo libro Papà, mamma e gender (Utet, 2015).

Vi lascio con le parole della filosofa romana, perché io non saprei dirlo meglio. E anche perché, dopo 4 ore filate in una scuola media, di parole ne ho già usate tante.

“Non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio!” Era scritto sulla lavagna della classe e si riferiva a Andrea. Un ragazzo romano che aveva appena quindici anni quando, il 20 novembre del 2012, si è suicidato, legandosi una sciarpa al collo dentro casa. A distanza di quasi tre anni, la Procura ha chiesto l’archiviazione del caso. Pare che nel dossier non ci fossero elementi corroboranti per incriminare gli insegnanti per omessa vigilanza, nonostante nessuno avesse parlato ai genitori di Andrea di quella famosa scritta. Pare che nessuno sapesse esattamente cosa fosse successo. Forse una pena d’amore. Forse altro. Fatto sta che qualcuno l’aveva veramente scritta quella frase. Quel “frocio” era veramente sulla lavagna. Quel “non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa” pure. E allora? Non è vero che Andrea amava il rosa e lo smalto per le unghie? Non è vero che aveva un atteggiamento e un aspetto ritenuti poco virili?

Ma, evidentemente, il problema è proprio questo. Fidarsi delle apparenze e giudicare. Pensare di sapere sempre tutto e illudersi di non essere mai dalla parte del torto. Dove sta scritto infatti che un bambino debba per forza amare l’azzurro e avere atteggiamenti virili? Da quando in qua i colori hanno un sesso e amare il rosa, per un ragazzo, sarebbe sinonimo di omosessualità?

In realtà non esiste alcun legame tra orientamento sessuale e sesso. E il fatto che si continui a credere che esista è la conseguenza della rigida codificazione dei ruoli di genere. Come se, per definizione, un uomo dovesse essere sempre aggressivo, violento e insensibile, lasciando alla donna caratteristiche come la gentilezza, l’empatia o la compassione. Mentre la differenza, rimettendo in discussione quello che si riconosce o che si pensa di sapere, continua a far paura. Proprio come nel caso di Andrea. Additato e sbeffeggiato solo perché non corrispondeva ai canoni della virilità.

Era omosessuale? Forse sì. Forse no. Il punto non è questo. Avrebbe anche potuto essere un ragazzo a disagio nel proprio corpo maschile e convinto di essere una donna. Oppure anche solo un ragazzo originale ed eccentrico.  La vera questione è che era trattato come un “frocio”. Quello che resta ancora oggi, in Italia più che altrove, l’insulto per eccellenza. Perché un uomo, un uomo vero, certe cose non le pensa. Un uomo, un uomo vero, non si comporta come una “femminuccia”.

I bambini e gli adolescenti possono essere crudeli, ormai lo sappiamo bene. Anche quando tutto comincia un po’ per gioco. Quando il bulletto di turno vuol sentirsi più forte degli altri e cerca di attirare l’attenzione generale prendendo in giro un compagno o una compagna. Quando gli amici lo seguono per divertirsi anche loro. Anche se poi le vittime delle angherie non si divertono affatto. Anzi. Pian piano si allontanano dal gruppo e si isolano. Perché nessuno le protegge. Nessuno interviene. Come se, nonostante tutti i discorsi sull’uguaglianza e contro le discriminazioni, gli adulti fossero ancora incapaci di capire che solo insegnando l’accettazione dell’alterità si possono proteggere veramente tutte e tutti. 

Quando si è piccoli, non ci si può ancora proteggere da soli. Non si hanno gli strumenti. Non se ne ha la capacità. Soprattutto se nessuno ci fa capire che non c’è niente di male a non essere come gli altri. Ma questo, appunto, è il compito degli adulti. Sono loro che dovrebbero decostruire gli stereotipi di genere, spiegare che l’orientamento sessuale non dipende dal sesso e insegnare che ci sono tanti modi diversi per diventare uomini o donne. 

E ora provate ancora a dirci che quello che facciamo nelle scuole è sbagliato. Provate ancora a dirci che insegnare il rispetto per tutti è scandaloso, è “gender”, confonde le idee ai giovani. Noi siamo convinti, invece, che sia il modo migliore per chiarir loro le idee su tanti argomenti e per far sì che in futuro questi atti di bullismo e suicidi di adolescenti non si verifichino mai più.

Portare avanti il nostro impegno nell’educazione dei giovani è il modo migliore per ricordare Andrea, Alessia, Aleandro. E tanti altri come loro, morti di omofobia.

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo

Stop omofobia! Sostieni il Gruppo Scuola di Arcigay Milano

L’Italia è quel paese in cui, ancora oggi nel 2015, migliaia di persone LGBT si trovano ad affrontare ogni giorno tragedie e drammi di varia natura. Nel più totale e ipocrita silenzio delle istituzioni e con la più totale impunità per chi commette violenze e discriminazioni.

Nel giro di pochi giorni siamo stati raggiunti da tre notizie terribili, spesso relegate a miseri trafiletti dalla stampa nazionale.

Sabato scorso, a Floridia, in provincia di Siracusa, un adolescente gay ha scelto di farla finita, impiccandosi in casa. A 16 anni. Il suo gesto è un atto di accusa a tutta la società italiana e a una classe politica colpevolmente immobile.

Ieri, invece, abbiamo scoperto con orrore che a Monza, in una scuola privata – che ovviamente riceve lauti finanziamenti pubblici –, uno studente gay viene tenuto fuori dalla classe, in corridoio, da una settimana perché “influenza gli altri ragazzi”.

I bambini, i bambini, proteggete i bambini! Già, ma chi protegge i minori gay dalla vostra omofobia, dalle vostre quotidiane discriminazioni, dalle umiliazioni che ogni giorno infliggete loro? (Qui il comunicato di Arcigay Milano.)

Sempre di ieri è la notizia dell’ennesima aggressione omofobica a Roma, al classico grido di “daje al frocio”. Proprio mentre uno studio delle Università di Firenze, L’Aquila e Roma ci spiega che la malattia da curare è l’omofobia, non certo l’omosessualità. Intanto, il disegno di legge contro l’omofobia, stravolto dal sagace Scalfarotto, è fermo al Senato da almeno due anni.

Questi fatti ci riguardano tutti da vicino. Tutti quanti: gay e “meno gay”. Nessuno di noi è escluso. Chi può dire con certezza che il proprio fratello, o figlio, o amico, non rischi di incorrere in simili discriminazioni e umiliazioni, di cadere in una disperazione come quella di Aleandro di Floridia?

Soprattutto, questi fatti feriscono al cuore chi si occupa di educazione: insegnanti, genitori – e anche noi volontari del Gruppo Scuola di Arcigay.

Se anche voi, come noi, siete stanchi di tutto questo, se volete passare dall’indignazione ai fatti, questa è l’occasione che fa per voi.

Il Gruppo Scuola di Arcigay Milano cerca nuovi volontari. Le iscrizioni al corso di formazione (obbligatorio) sono aperte. L’incontro preliminare si terrà il 19 ottobre, alle 21, presso la sede di Arcigay Milano, in via Bezzecca 3.

Gruppo Scuola 2015

Da più di vent’anni il Gruppo Scuola organizza nelle scuole medie e superiori incontri e laboratori di educazione alla diversità, in cui i volontari dialogano con gli studenti su argomenti spesso trascurati nelle aule italiane: stereotipi di genere, orientamento sessuale e identità di genere, bullismo, malattie sessualmente trasmissibili, omocausto.

Se siete insegnanti o genitori di ragazzi in età scolare, contattateci oppure proponete direttamente al vostro preside di organizzare un incontro con noi.

Aiutateci a creare una società più giusta. Sostenete le attività delle Gruppo Scuola!

Stop omofobia! Sostieni il Gruppo Scuola di Arcigay Milano

17 maggio: contro l’omofobia sostieni Milano Pride!

Si apre oggi la settimana che porta al 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omofobia, una ricorrenza promossa dall’Unione europea per sensibilizzare cittadini e istituzioni nella lotta contro omofobia, bifobia e transfobia. Per l’occasione, in molte città italiane sono in programma eventi, convegni e flash mob.

A chi sostiene, in mala fede, che in Italia l’omofobia non esiste – e purtroppo sui social se ne trovano molti – andrebbe mostrato il rapporto Ilga Europe 2015, pubblicato ieri: una netta bocciatura per il nostro Paese, che risulta essere il più omofobo dell’Europa occidentale (al netto dei micro Stati come San Marino e Monaco). rainbow map 2015

Oggi vorrei però focalizzarmi sulla mia città. È noto come Milano sia una delle città più friendly d’Italia e in questi ultimi anni, a livello sia di società civile sia di amministrazione comunale, è molto attiva nella lotta contro l’omofobia. Il sindaco Pisapia non solo ha varato il registro delle unioni civili (luglio 2012), ma ha anche partecipato al Pride dello scorso anno e ha più volte preso posizione a favore dei diritti LGBT. L’ultima volta poche settimane fa, quando ha invitato i suoi concittadini, a mezzo social, a firmare la petizione “Stop omofobia a scuola”, contro il bullismo omofobico e a favore dell’educazione al rispetto delle differenze nelle scuole.

Anche quest’anno, in occasione della Giornata contro l’omofobia, Milano sarà in prima fila contro le discriminazioni, con il flash mob #hungryforhumanrights organizzato da Arcigay Milano. L’appuntamento è per domenica 17 maggio, ore 15, davanti a Palazzo Reale.

Non vi basta? Volete dare il vostro contributo contro l’omofobia in modo più diretto? Bravi! Eccovi subito l’opportunità per farlo.

Manca ancora più di un mese all’evento arcobaleno dell’anno ma, nell’attesa che venga svelato il programma della Pride Week, non chiedetevi cosa Milano Pride possa fare per voi: chiedetevi cosa potete fare voi per Milano Pride!

Il Comitato arcobaleno, che organizza il Pride, ha lanciato in questi giorni una campagna di crowdfunding grazie alla quale tutti i cittadini che credono nell’uguaglianza e nel rispetto possono dare il proprio contributo per sostenere le spese per la parata e per gli eventi della Pride Week.

crowdfunding

Negli ultimi anni gli organizzatori sono riusciti a ridurre di molto le spese per il Pride. È anche in quest’ottica che va letta, per esempio, la rinuncia ai costosi carri musicali nelle edizioni 2013 e 2014, spesso criticata dalla comunità LGBT ma necessaria per la sopravvivenza del Pride e delle associazioni stesse. L’anno scorso fu allestito un solo carro, che sfilò in testa al corteo; quest’anno i carri ci saranno, ma sempre con un occhio alla sostenibilità economica: accanto al carro principale sfileranno infatti altri carri allestiti da privati o da altre associazioni.

Anche per questa edizione del Pride ben due terzi delle spese, cioè 20.000 € sui 30.000 previsti a budget, saranno a carico delle associazioni LGBT di Milano (principalmente Arcigay Milano), che – come tutte le associazioni di volontariato, specie in questo periodo di crisi economica – non navigano certo nell’oro.

Per sostenere Milano Pride potete quindi fare una di queste cose (meglio ancora se le fate tutte e tre!):

  • partecipare al corteo del 27 giugno e agli eventi della Pride Week;
  • diventare volontari del Milano Pride;
  • donare il vostro contributo economico.

Spesso la comunità LGBT non si rende conto dei costi sostenuti dalle associazioni e dà per scontate tutte quelle attività che si vede offerte durante l’anno. Un esempio? Quando, qualche anno fa, il Festival Mix ha rischiato seriamente di scomparire ed è stato costretto a fare a meno di dj-set e aperitivi sul sagrato del Piccolo, in molti si sono indignati e si sono scagliati contro gli organizzatori, senza capire che il problema era molto più complesso. Le associazioni non possono essere lasciate da sole, altrimenti gli eventi LGBT organizzati nel corso dell’anno rischiano di diventare un buco nero che inghiotte soldi ed energie, mettendo a repentaglio la sopravvivenza delle associazioni stesse. Gli sponsor, soprattutto in questi anni di crisi, sono pochi e poco generosi (se però avete un esercizio commerciale e volete diventare partner di Milano Pride, ecco la pagina che fa per voi).

convenzioni Milano pride

È necessario che la comunità LGBT si risvegli e che sostenga le associazioni: non solo con la partecipazione agli eventi, ma anche con le donazioni e con l’offerta del proprio tempo in quanto volontari.

Avete donato qualche soldino al Pride ma ancora non vi basta? Sentite di poter fare di più? Beh, come tutti gli anni potete donare il vostro 5 per mille ad Arcigay o ad Arcigay Milano, oppure a un’altra delle tante altre associazioni che – formando volontari competenti e sostenendo spese spesso ingenti – lottano ogni giorno a favore dei diritti e della dignità dei cittadini LGBT.

17 maggio: contro l’omofobia sostieni Milano Pride!

Il 25 aprile è anche arcobaleno

Vivo a Milano, città medaglia al valor militare per la guerra di Liberazione, da quasi 6 anni e nei primi di questi troppe volte, durante le celebrazioni di piazza del 25 aprile, ho dovuto constatare l’assenza (o la scarsissima visibilità) delle associazioni LGBT. Certo, molti attivisti del movimento hanno sempre partecipato al corteo a titolo personale, ma per lo più senza mostrare alcun simbolo di appartenenza a questa o quella associazione. Negli anni passati le bandiere LGBT in piazza erano poche e sparute, quasi mai numerose e distintamente visibili.

Qualcosa ha iniziato a cambiare lo scorso anno, quando un folto gruppo di volontari del Gruppo Scuola di Arcigay partecipò al corteo con bandiere arcobaleno e volantini.

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Il Gruppo Scuola di Arcigay Milano al corteo del 25 aprile del 2014.

Quest’anno sarà diverso. Sia i Sentinelli di Milano sia Arcigay hanno annunciato la loro presenza, che sarà senz’altro numerosa e ben visibile lungo il corteo. Quest’anno più che mai, dopo lunghi mesi di attacchi e menzogne contro la comunità LGBT, è importantissimo esserci ed essere visibili: non solo in quanto cittadini ma anche in quanto cittadini omosessuali o transessuali.

Il 25 aprile si celebra la Liberazione dal nazifascismo. Come è noto, tra le vittime dei totalitarismi ci furono anche molti omosessuali e transessuali, che per di più dopo la fine della guerra non ricevettero alcun tipo di risarcimento né di riconoscimento ufficiale. In molti casi, dopo l’apertura dei lager, gli omosessuali là internati vennero semplicemente traslati nelle prigioni dei rispettivi Paesi. Anche la storiografia e l’insegnamento scolastico hanno preferito ignorare per decenni le vittime LGBT.

Per approfondire l’argomento, vi consiglio questo libro: Circolo Pink, Le ragioni di un silenzio, Ombre corte, 2002.

le ragioni di un silenzio

In Italia il fascismo non introdusse leggi repressive ad hoc contro gli omosessuali. Sembra che Mussolini, alla proposta da parte di un gerarca di introdurre una legge contro i comportamenti contro natura, rispose che non ce n’era bisogno perché “in Italia sono tutti maschi”. I veri maschi italiani, fascisti e virili, non soffrivano di certe perversioni. Quella, semmai, era roba da inglesi effeminati. La repressione però ci fu, anche in assenza di dispositivi di legge specifici. Il confino (emarginazione fisica) e lo scandalo (emarginazione sociale) che colpivano gli omosessuali e le loro famiglie erano forse, agli occhi di Mussolini, più che sufficienti per estirpare il vizio dall’Italia fascista. Senza per questo dover mai ammettere la sua esistenza con una legge ad hoc.

Sul confino degli omosessuali durante la dittatura fascista, c’è un bel graphic novel: De Santis e Colaone, In Italia sono tutti maschi, Kappa Edizioni, 2010.

Stampa

Sul piano sociale la repressione degli omosessuali fu delegata implicitamente a un altro organo di controllo della società, che aveva occhi e orecchie sparsi in tutti i comuni del Paese, anche in quelli più piccoli e remoti. Un controllo capillare delle coscienze, una sorta di Panopticon perenne, in grado di inculcare idee omofobe nella gente (esattamente come oggi) e di punire le devianze facendo scoppiare lo scandalo. Sì, stiamo parlando della Chiesa cattolica.

Un ultimo consiglio di lettura che vi lascio per prepararsi al 25 aprile è il bel libro di Paolo Pedote, Storia dell’omofobia, Odoya, 2011. In particolare i capitoli 6 e 7: “Triangoli rosa e triangoli neri”, “Terra di infanti”.

storia dell omofobia

Ancora oggi, a distanza di 70 anni dalla Liberazione, il nostro Paese ci nega diritti e tutele fondamentali. Per di più, nell’ultimo anno la comunità LGBT è stata sotto costante attacco da parte della destra cattolica.

Riappropriamoci quindi di un giorno che è anche nostro. Facciamoci sentire, partecipiamo, reclamiamo quei diritti che ancora oggi ci vengono negati in modo del tutto arbitrario e ideologico.

L’appuntamento con il gruppo di Arcigay Milano è per sabato 25 aprile, alle ore 14 davanti al Planetario (Corso Venezia 57 – M Porta Venezia).

Il 25 aprile è anche arcobaleno