Unioni civili: una vittoria (tardiva) a metà

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Milano, 30 aprile 2016: la Festa delle Famiglie organizzata da Famiglie Arcobaleno. Foto di Alice Redaelli.

Con 20 anni di ritardo e dopo un decennio di rinvii e negoziazioni al ribasso, conditi da una buona dose di insulti e menzogne da parte della destra cattolica, l’Italia sta finalmente per approvare uno straccio di legge sulle unioni civili. Una legge tardiva e monca della stepchild adoption. La montagna ha partorito il topolino.

“Non è più possibile rinviare tutto”, dice Renzi festeggiando in un post l’ormai prossima approvazione del ddl Cirinnà. I diritti dei nostri figli, però, sì. Li hanno rinviati di nuovo a data da destinarsi. E conoscendo i tempi e l’ipocrisia della politica italiana, quella data è ancora molto lontana.

Questa legge è una vittoria a metà. Un punto di partenza, certo. Meglio di nulla, certo (piutost che negot l’è mej piutost, come si dice dalle mie parti). E tuttavia non può non restare l’amaro in bocca per una legge che sancisce ufficialmente una discriminazione.

Non ci fermeremo finché non otterremo la vera uguaglianza. Da domani (ri)comincia la lotta per il matrimonio egualitario.

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Il post con cui Matteo Renzi ha festeggiato (preventivamente) l’approvazione del ddl Cirinnà.

 

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Unioni civili: una vittoria (tardiva) a metà

Cattolici PD: l’ennesima figuraccia sulla GPA

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L’ala cattolica del Pd ha depositato un emendamento all’articolo 5 del ddl Cirinnà sulle unioni civili a firma Gianpiero Dalla Zuanna, circa “l’estensione della punibilità delle pratiche di maternità surrogata se realizzate all’estero da cittadini italiani”. La GPA verrebbe punita con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600.000 a un milione di euro.

Ora i cattolici del PD dovranno spiegarci per quale motivo l’Italia dovrebbe punire la GPA all’estero, se fatta in uno Stato in cui è legale e regolamentata e la donna libera e consenziente. Ricordo, tra l’altro, che da noi la GPA è già vietata. Dovranno anche spiegarci come mai ritengono tale pratica punibile con il carcere soltanto ora, visto che esiste da più di 20 anni – senza che nessun politico cattolico abbia mai sollevato obiezioni. Obiezioni che, guarda caso, vengono sollevate quando si sta discutendo se concedere o meno qualche straccio di diritto alle coppie omosessuali.

Sulla GPA e sulla libera scelta delle donne, vi rimando a questo articolo di Chiara Lalli, uno dei più lucidi e puntuali letti negli ultimi mesi.

Cattolici PD: l’ennesima figuraccia sulla GPA

Regione Lombardia al Family Day? E noi in piazza della Scala!

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Esattamente un anno fa scendevamo in piazza contro il convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia e sponsorizzato con il logo Expo. Oggi, dopo aver buttato al vento 50.000 euro per l’attivazione del numero verde anti-gender, ecco l’ennesima iniziativa omofoba da parte della giunta di Roberto Maroni.

La giunta leghista, che a quanto pare continua a dimenticarsi di dover rappresentare tutti i cittadini lombardi, compresi quelli LGBT, ha deciso infatti di partecipare al Family Day in programma il 30 gennaio. E lo farà presentando in piazza il gonfalone ufficiale con la rosa camuna e illuminando il Pirellone con la scritta “Family day”.

Un motivo in più, quindi, per essere in tanti, tantissimi, alla manifestazione Svegliati Italia che il 23 gennaio colorerà di arcobaleno più di 70 città italiane. Ancora una volta chiederemo a gran voce pari diritti, ma allo stesso tempo ci troveremo nella scomoda posizione di dover difendere con le unghie un ddl che ci va stretto: soltanto il matrimonio egualitario ci garantirebbe gli stessi diritti e tutele delle coppie etero, ma siamo anche consapevoli che l’eventuale stralcio della stepchild adoption dal ddl Cirinnà sarebbe l’ennesima presa in giro e andrebbe a ledere proprio le figure più fragili tra quelle in causa, cioè i figli delle coppie omosessuali.

Le unioni civili sono solo un primo passo verso l’uguaglianza, a cui dovranno seguirne altri. La nostra battaglia per i diritti non si fermerà finché non otterremo il matrimonio egualitario e l’adozione piena.

Per i milanesi l’appuntamento è per sabato 23 gennaio alle 14:30, in piazza della Scala.

Per tutti gli altri, ecco l’elenco delle piazze che aderiranno al flash mob.

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Regione Lombardia al Family Day? E noi in piazza della Scala!

Bilancio del 2015: il primo glorioso anno di Reflussi di coscienza

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Esattamente un anno fa, i primi giorni di gennaio, nasceva questo blog. Ecco qualche statistica sul 2015 di Reflussi di coscienza.

Articoli pubblicati: 27

Giorno con più pubblicazioni: mercoledì (9 articoli). Ho il sospetto che sia per l’imprinting di Topolino!

Giorno con più visualizzazioni: 27 giugno 2015 (4.490). Non a caso, il giorno del Pride.

Articoli più letti:

  1. 5 motivi per cui un etero dovrebbe partecipare al Pride (14.982, con 69 commenti e più di 9.000 condivisioni su Facebook)
  2. Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette (6.211, con più di 4.000 condivisioni su Facebook)
  3. Le sentinelle in piedi e il nostro diritto alla rabbia

Se siete curiosi, cliccate qui per il report completo.

Grazie a tutti voi che avete letto, commentato e condiviso gli articoli di questo blog. Buon 2016 a tutti coloro che ogni giorno lottano per l’uguaglianza e per un’Italia migliore! Con l’augurio che questo sia l’anno giusto, l’anno in cui finalmente vedremo riconosciuti e rispettati i diritti della comunità LGBT anche nel nostro paese!

Bilancio del 2015: il primo glorioso anno di Reflussi di coscienza

Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

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Immagine tratta da vanityfair.it

Vi ricordate Marta e Daniela, le due mamme che stanno lottando per il riconoscimento del loro piccolo Ruben da parte dello Stato italiano ?

Le due donne si sono sposate in Spagna, dove vige lo ius sanguinis: per questa ragione il loro bambino, nato a Barcellona, non può automaticamente ottenere la cittadinanza spagnola. Senza un certificato di nascita regolarmente registrato in Italia, Ruben risulta apolide, e di conseguenza non può accedere ai diritti basilari che hanno tutti gli altri bambini: passaporto, assistenza sanitaria, sussidi garantiti dallo Stato spagnolo ai genitori e ai loro figli.

Il certificato di nascita di Ruben era stato concesso e trascritto a ottobre dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che sul documento aveva anche indicato come genitori entrambe le madri, e successivamente annullato dal prefetto Gerarda Pantalone.

Oggi una delle due mamme, Marta Loi, ha parlato alla conferenza TEDxSSC, organizzata dalla Scuola Superiore di Catania, e ha raccontato la vicenda di Ruben e la battaglia che insieme alla moglie Daniela sta portando avanti per il riconoscimento di pieni diritti per il loro bambino. Il pubblico catanese, evidentemente commosso, le ha tributato un lungo applauso.

Ecco le parole di Marta.

Sono qui per raccontarvi le storie di tre bambini. Il primo è Donato, che nacque nel Duecento in una situazione di povertà. A quell’epoca le famiglie abbandonavano i figli malati, perché non avevano i mezzi per curarli e per paura che contagiassero gli altri. Per noi tutto questo è assurdo: oggi abbiamo la consapevolezza che tutti i bambini devono essere protetti.

La seconda storia è quella di Oliver Twist, che tutti conoscete. Durante la rivoluzione industriale, quando migliaia di bambini erano impiegati nelle fabbriche con turni massacranti, la Gran Bretagna decise di vietare il lavoro minorile (ma solo per i bambini sotto i 9 anni) nel 1883.

Queste prime due storie dimostrano l’evoluzione della nostra società. La tutela dei bambini non è sempre stata scontata come lo è oggi: è stata una conquista storica. In passato, per esempio, i bambini non venivano educati dai loro genitori, ma da altre persone. Una tappa fondamentale fu il secondo dopoguerra: dopo la seconda guerra mondiale, infatti, si rese necessario tutelare i bambini, molti dei quali erano rimasti orfani.

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, ratificata nel 1989, afferma che tutti i bambini devono essere amati e protetti, che tutti i bambini sono uguali e che non devono essere discriminati. Afferma, inoltre, che devono avere un nome e una nazionalità.

La terza storia è quella di Ruben, nato il 3 agosto del 2015. Per alcuni mesi Ruben non ha potuto godere di tutti i suoi diritti: non ha avuto un documento di identità, né l’assistenza sanitaria. Non è stato possibile assegnargli un pediatra, e inoltre è rimasto bloccato in terra spagnola.

Ruben è nato a Barcellona da una donna italiana ed è quindi italiano. Daniela ed io viviamo in Spagna da 7 anni. Ci siamo conosciute, frequentate e innamorate. Dopo qualche anno abbiamo deciso di avere un figlio. Una scelta non facile, ma ci siamo informate per bene e abbiamo fatto ricorso all’inseminazione artificiale in una struttura pubblica spagnola.

Durante la gravidanza di Daniela, abbiamo deciso di sposarci per garantire a nostro figlio pieni diritti. Alla nascita, Ruben è stato registrato presso il Comune di Barcellona con i nostri due cognomi. La trascrizione in Italia – obbligatoria perché Ruben è italiano – non è stata possibile. L’ostacolo è stato il secondo cognome, il mio. È quindi iniziata la nostra battaglia: il certificato di nascita di Ruben, che gli riconosceva due madri legali, è stato trascritto all’Anagrafe di Napoli e poi parzialmente annullato venti giorni dopo.

Oggi io non ho diritti e doveri verso Ruben, e lui non può godere di pieni diritti. Non posso, per esempio, accompagnarlo a scuola e – se si ammalasse – il medico curante non sarebbe tenuto a parlarmi della sua situazione sanitaria.

Sono qui per parlare di diritti dei bambini. Dobbiamo tutelare tutti i bambini – come Donato, Oliver e Ruben. La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia afferma che tutti i bambini devono essere tutelati senza alcuna eccezione o discriminazione.

Il nostro compito è quindi di garantire piene tutele e diritti a tutti i bambini: italiani e stranieri, ricchi e poveri, e anche ai figli delle coppie omogenitoriali.

Il caso di Ruben dimostra quanto grave e insostenibile sia, per le famiglie omogenitoriali, il mancato riconoscimento da parte del nostro Paese e quali pesanti ripercussioni esso abbia sulle vite quotidiane di migliaia di persone.

La speranza è che questo sia davvero l’ultimo Natale senza diritti per le famiglie omogenitoriali italiane e per i loro figli, e che nel 2016 la politica intervenga finalmente a colmare il vuoto legislativo che le penalizza.

Reflussi di coscienza vi augura buone feste e vi dà appuntamento a gennaio!

 

 

Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo

Stop bullying

Il caso e gli incastri scolastici hanno voluto che proprio ieri, a distanza di 3 anni dal suicidio del ragazzo con i pantaloni rosa, tenessimo un incontro del Gruppo Scuola di Arcigay Milano in due classi terze di scuola media.

Negli ultimi giorni ho pensato molto a questa coincidenza, pur non parlandone con gli studenti: non era il caso di appesantire l’atmosfera serena e gioviale in classe affrontando un tema angosciante come il suicidio. Tanto più che l’incontro di ieri non verteva sul bullismo, ma su altri argomenti correlati. Insieme agli studenti, infatti, abbiamo discusso di inclusione ed esclusione, di stereotipi e pregiudizi, della differenza tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale. In modo che non confondano più questi tre piani e che abbiano le parole giuste e neutre per parlarne, per evitare aggettivi pericolosi che nascondono giudizi di valore, per esempio il binomio normale-anormale. I nostri tredicenni hanno fatto domande, hanno espresso liberamente i loro pensieri, hanno discusso con noi e tra loro.

Sono passati 3 anni dal suicidio di Andrea. E in questi 3 anni gli atti di bullismo a scuola, le aggressioni omofobe per strada, i suicidi di adolescenti lasciati colpevolmente soli da parte degli adulti non sono certo scomparsi. Anzi.

Ricordo su due piedi, per il solo 2015: una ragazza lesbica uccisa dal padre, aggressioni omofobe a Torino, Genova, Polignano. A fine settembre, nel siracusano, un ragazzo di 16 anni si è tolto la vita.

Anche in questo caso alcuni dicono che fosse gay, altri no. Ma non è questo il punto. L’omofobia può farti male lo stesso, che tu sia gay o solo percepito come tale. E se non ti senti sostenuto da qualcuno, in primis genitori e insegnanti, se non hai le spalle abbastanza larghe (e 16 anni è molto probabile che tu non le abbia ancora), l’omofobia può stritolarti. Il punto non è il tuo orientamento sessuale.

Qual è il punto lo spiega benissimo questo brano di Michela Marzano, tratto dal suo ultimo libro Papà, mamma e gender (Utet, 2015).

Vi lascio con le parole della filosofa romana, perché io non saprei dirlo meglio. E anche perché, dopo 4 ore filate in una scuola media, di parole ne ho già usate tante.

“Non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio!” Era scritto sulla lavagna della classe e si riferiva a Andrea. Un ragazzo romano che aveva appena quindici anni quando, il 20 novembre del 2012, si è suicidato, legandosi una sciarpa al collo dentro casa. A distanza di quasi tre anni, la Procura ha chiesto l’archiviazione del caso. Pare che nel dossier non ci fossero elementi corroboranti per incriminare gli insegnanti per omessa vigilanza, nonostante nessuno avesse parlato ai genitori di Andrea di quella famosa scritta. Pare che nessuno sapesse esattamente cosa fosse successo. Forse una pena d’amore. Forse altro. Fatto sta che qualcuno l’aveva veramente scritta quella frase. Quel “frocio” era veramente sulla lavagna. Quel “non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa” pure. E allora? Non è vero che Andrea amava il rosa e lo smalto per le unghie? Non è vero che aveva un atteggiamento e un aspetto ritenuti poco virili?

Ma, evidentemente, il problema è proprio questo. Fidarsi delle apparenze e giudicare. Pensare di sapere sempre tutto e illudersi di non essere mai dalla parte del torto. Dove sta scritto infatti che un bambino debba per forza amare l’azzurro e avere atteggiamenti virili? Da quando in qua i colori hanno un sesso e amare il rosa, per un ragazzo, sarebbe sinonimo di omosessualità?

In realtà non esiste alcun legame tra orientamento sessuale e sesso. E il fatto che si continui a credere che esista è la conseguenza della rigida codificazione dei ruoli di genere. Come se, per definizione, un uomo dovesse essere sempre aggressivo, violento e insensibile, lasciando alla donna caratteristiche come la gentilezza, l’empatia o la compassione. Mentre la differenza, rimettendo in discussione quello che si riconosce o che si pensa di sapere, continua a far paura. Proprio come nel caso di Andrea. Additato e sbeffeggiato solo perché non corrispondeva ai canoni della virilità.

Era omosessuale? Forse sì. Forse no. Il punto non è questo. Avrebbe anche potuto essere un ragazzo a disagio nel proprio corpo maschile e convinto di essere una donna. Oppure anche solo un ragazzo originale ed eccentrico.  La vera questione è che era trattato come un “frocio”. Quello che resta ancora oggi, in Italia più che altrove, l’insulto per eccellenza. Perché un uomo, un uomo vero, certe cose non le pensa. Un uomo, un uomo vero, non si comporta come una “femminuccia”.

I bambini e gli adolescenti possono essere crudeli, ormai lo sappiamo bene. Anche quando tutto comincia un po’ per gioco. Quando il bulletto di turno vuol sentirsi più forte degli altri e cerca di attirare l’attenzione generale prendendo in giro un compagno o una compagna. Quando gli amici lo seguono per divertirsi anche loro. Anche se poi le vittime delle angherie non si divertono affatto. Anzi. Pian piano si allontanano dal gruppo e si isolano. Perché nessuno le protegge. Nessuno interviene. Come se, nonostante tutti i discorsi sull’uguaglianza e contro le discriminazioni, gli adulti fossero ancora incapaci di capire che solo insegnando l’accettazione dell’alterità si possono proteggere veramente tutte e tutti. 

Quando si è piccoli, non ci si può ancora proteggere da soli. Non si hanno gli strumenti. Non se ne ha la capacità. Soprattutto se nessuno ci fa capire che non c’è niente di male a non essere come gli altri. Ma questo, appunto, è il compito degli adulti. Sono loro che dovrebbero decostruire gli stereotipi di genere, spiegare che l’orientamento sessuale non dipende dal sesso e insegnare che ci sono tanti modi diversi per diventare uomini o donne. 

E ora provate ancora a dirci che quello che facciamo nelle scuole è sbagliato. Provate ancora a dirci che insegnare il rispetto per tutti è scandaloso, è “gender”, confonde le idee ai giovani. Noi siamo convinti, invece, che sia il modo migliore per chiarir loro le idee su tanti argomenti e per far sì che in futuro questi atti di bullismo e suicidi di adolescenti non si verifichino mai più.

Portare avanti il nostro impegno nell’educazione dei giovani è il modo migliore per ricordare Andrea, Alessia, Aleandro. E tanti altri come loro, morti di omofobia.

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo

Freeheld: un film da far vedere ai politici italiani

Freeheld è il dramma lesbico che non vedremo mai prodotto dal cinema italiano. Niente a che vedere con la commediola piatta di cui abbiamo parlato qualche settimana fa.

Il film narra la storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree, conviventi e registratesi come coppia di fatto (siamo nel 2002, il matrimonio egualitario non è ancora una realtà nello Stato del New Jersey). A Laurel viene diagnosticato un tumore incurabile ai polmoni: in mancanza di una legge che garantisca parità di diritti alle coppie omosessuali, negli ultimi mesi di vita la donna è costretta a battersi per il riconoscimento dei benefici pensionistici alla sua compagna.

La storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree ha ispirato sia
La storia vera di Laurel Hester e Stacie Andree ha ispirato sia “Freeheld” di Peter Sollett sia l’omonimo documentario di Cynthia Wade, miglior cortometraggio documentario agli Oscar del 2008.

Qualche recensione ha definito Freeheld come un film freddino, forse perché non indugia eccessivamente sul dolore, non si rifugia in un facile patetismo. Io l’ho trovato un punto di forza. Non avevamo bisogno dell’ennesimo film che ci mostrasse al microscopio temi quali la malattia e la morte della persona amata. Avevamo bisogno invece di Freeheld per quello che è: un film molto bello e fortemente politico.

Certo, si piange. Eccome. Ma credo che tutte quante in sala – dall’amica alla mia sinistra alla sconosciuta alla mia destra, passando per le ragazze che singhiozzavano sonoramente due file davanti a noi – piangessimo non solo per le vicende di Laurel (una splendida Julianne Moore) e Stacie (Ellen Page), ma anche per noi stesse, per l’immane ritardo del nostro Paese sul fronte dei diritti LGBT, per la totale mancanza di tutele con cui dobbiamo fare i conti ogni santo giorno. Perché quella situazione che stavamo vedendo sul grande schermo, e che là – negli Stati Uniti del 2002 – si risolveva con il riconoscimento della pensione di reversibilità al partner sopravvivente, qui – nell’Italia del 2015, a distanza di ben 13 anni – non avrebbe lo stesso esito. Ancora oggi le coppie omosessuali italiane sono totalmente prive di tutele in caso di malattia e di morte di uno dei due partner. Abbandonate dallo Stato e lasciate completamente sole di fronte agli eventi luttuosi della vita.

Freeheld

Amore, giustizia, uguaglianza: il sottotitolo indica i temi cardine del film. A cui bisogna aggiungere la solidarietà. Quella dei cittadini LGBT che si mobilitano in favore delle due protagoniste, iniziando a chiedere la parità di diritti e il matrimonio egualitario (ottenuto in tutti gli Stati federati nel giugno del 2015), e quella dei colleghi della detective Laurel Hester che alla fine, dopo qualche titubanza, trovano il coraggio di sostenerla.

Ed è proprio questo che dobbiamo cercare di assicurarci per l’ultima spallata a una classe politica immobile: la solidarietà dei tanti amici, colleghi e parenti, etero e non. Perché casi come questo, mostrato in un servizio delle Iene di qualche mese fa, non si verifichino mai più. Perché un malato terminale, nei suoi ultimi giorni, non sia costretto ad affannarsi per trovare un modo per tutelare il partner sopravvivente e possa affrontare la malattia con dignità e serenità.

Freeheld è un film da vedere, e da far vedere ai politici italiani baciapile e ai porporati che tuonano contro i diritti LGBT. Che dite, organizziamo un bel cineforum nell’attico di Bertone? Dovremmo starci belli comodi!

Freeheld: un film da far vedere ai politici italiani