Bilancio del 2015: il primo glorioso anno di Reflussi di coscienza

Gay_flag.svg

Esattamente un anno fa, i primi giorni di gennaio, nasceva questo blog. Ecco qualche statistica sul 2015 di Reflussi di coscienza.

Articoli pubblicati: 27

Giorno con più pubblicazioni: mercoledì (9 articoli). Ho il sospetto che sia per l’imprinting di Topolino!

Giorno con più visualizzazioni: 27 giugno 2015 (4.490). Non a caso, il giorno del Pride.

Articoli più letti:

  1. 5 motivi per cui un etero dovrebbe partecipare al Pride (14.982, con 69 commenti e più di 9.000 condivisioni su Facebook)
  2. Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette (6.211, con più di 4.000 condivisioni su Facebook)
  3. Le sentinelle in piedi e il nostro diritto alla rabbia

Se siete curiosi, cliccate qui per il report completo.

Grazie a tutti voi che avete letto, commentato e condiviso gli articoli di questo blog. Buon 2016 a tutti coloro che ogni giorno lottano per l’uguaglianza e per un’Italia migliore! Con l’augurio che questo sia l’anno giusto, l’anno in cui finalmente vedremo riconosciuti e rispettati i diritti della comunità LGBT anche nel nostro paese!

Annunci
Bilancio del 2015: il primo glorioso anno di Reflussi di coscienza

Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

bimbo-due-mamme_470x305
Immagine tratta da vanityfair.it

Vi ricordate Marta e Daniela, le due mamme che stanno lottando per il riconoscimento del loro piccolo Ruben da parte dello Stato italiano ?

Le due donne si sono sposate in Spagna, dove vige lo ius sanguinis: per questa ragione il loro bambino, nato a Barcellona, non può automaticamente ottenere la cittadinanza spagnola. Senza un certificato di nascita regolarmente registrato in Italia, Ruben risulta apolide, e di conseguenza non può accedere ai diritti basilari che hanno tutti gli altri bambini: passaporto, assistenza sanitaria, sussidi garantiti dallo Stato spagnolo ai genitori e ai loro figli.

Il certificato di nascita di Ruben era stato concesso e trascritto a ottobre dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che sul documento aveva anche indicato come genitori entrambe le madri, e successivamente annullato dal prefetto Gerarda Pantalone.

Oggi una delle due mamme, Marta Loi, ha parlato alla conferenza TEDxSSC, organizzata dalla Scuola Superiore di Catania, e ha raccontato la vicenda di Ruben e la battaglia che insieme alla moglie Daniela sta portando avanti per il riconoscimento di pieni diritti per il loro bambino. Il pubblico catanese, evidentemente commosso, le ha tributato un lungo applauso.

Ecco le parole di Marta.

Sono qui per raccontarvi le storie di tre bambini. Il primo è Donato, che nacque nel Duecento in una situazione di povertà. A quell’epoca le famiglie abbandonavano i figli malati, perché non avevano i mezzi per curarli e per paura che contagiassero gli altri. Per noi tutto questo è assurdo: oggi abbiamo la consapevolezza che tutti i bambini devono essere protetti.

La seconda storia è quella di Oliver Twist, che tutti conoscete. Durante la rivoluzione industriale, quando migliaia di bambini erano impiegati nelle fabbriche con turni massacranti, la Gran Bretagna decise di vietare il lavoro minorile (ma solo per i bambini sotto i 9 anni) nel 1883.

Queste prime due storie dimostrano l’evoluzione della nostra società. La tutela dei bambini non è sempre stata scontata come lo è oggi: è stata una conquista storica. In passato, per esempio, i bambini non venivano educati dai loro genitori, ma da altre persone. Una tappa fondamentale fu il secondo dopoguerra: dopo la seconda guerra mondiale, infatti, si rese necessario tutelare i bambini, molti dei quali erano rimasti orfani.

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, ratificata nel 1989, afferma che tutti i bambini devono essere amati e protetti, che tutti i bambini sono uguali e che non devono essere discriminati. Afferma, inoltre, che devono avere un nome e una nazionalità.

La terza storia è quella di Ruben, nato il 3 agosto del 2015. Per alcuni mesi Ruben non ha potuto godere di tutti i suoi diritti: non ha avuto un documento di identità, né l’assistenza sanitaria. Non è stato possibile assegnargli un pediatra, e inoltre è rimasto bloccato in terra spagnola.

Ruben è nato a Barcellona da una donna italiana ed è quindi italiano. Daniela ed io viviamo in Spagna da 7 anni. Ci siamo conosciute, frequentate e innamorate. Dopo qualche anno abbiamo deciso di avere un figlio. Una scelta non facile, ma ci siamo informate per bene e abbiamo fatto ricorso all’inseminazione artificiale in una struttura pubblica spagnola.

Durante la gravidanza di Daniela, abbiamo deciso di sposarci per garantire a nostro figlio pieni diritti. Alla nascita, Ruben è stato registrato presso il Comune di Barcellona con i nostri due cognomi. La trascrizione in Italia – obbligatoria perché Ruben è italiano – non è stata possibile. L’ostacolo è stato il secondo cognome, il mio. È quindi iniziata la nostra battaglia: il certificato di nascita di Ruben, che gli riconosceva due madri legali, è stato trascritto all’Anagrafe di Napoli e poi parzialmente annullato venti giorni dopo.

Oggi io non ho diritti e doveri verso Ruben, e lui non può godere di pieni diritti. Non posso, per esempio, accompagnarlo a scuola e – se si ammalasse – il medico curante non sarebbe tenuto a parlarmi della sua situazione sanitaria.

Sono qui per parlare di diritti dei bambini. Dobbiamo tutelare tutti i bambini – come Donato, Oliver e Ruben. La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia afferma che tutti i bambini devono essere tutelati senza alcuna eccezione o discriminazione.

Il nostro compito è quindi di garantire piene tutele e diritti a tutti i bambini: italiani e stranieri, ricchi e poveri, e anche ai figli delle coppie omogenitoriali.

Il caso di Ruben dimostra quanto grave e insostenibile sia, per le famiglie omogenitoriali, il mancato riconoscimento da parte del nostro Paese e quali pesanti ripercussioni esso abbia sulle vite quotidiane di migliaia di persone.

La speranza è che questo sia davvero l’ultimo Natale senza diritti per le famiglie omogenitoriali italiane e per i loro figli, e che nel 2016 la politica intervenga finalmente a colmare il vuoto legislativo che le penalizza.

Reflussi di coscienza vi augura buone feste e vi dà appuntamento a gennaio!

 

 

Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

Come faccio a spiegarlo a mio figlio? Così

Tra le tante pseudo-argomentazioni degli allarmisti no-gender, tra le tante farneticazioni portate a sostegno del loro presunto diritto a discriminare, c’è anche il grande must: “Sono contro le unioni gay perché… come faccio a spiegarlo a mio figlio?”

A parte che, se non sei capace di spiegare a tuo figlio una cosa semplice e universale come l’amore, stai dimostrando di non essere un gran che come genitore, generalmente i bambini (sì, anche i tuoi) si rivelano molto più avanti di voi adulti omofobi. Semplicemente non fanno una piega. Fanno domande, certo. Sono bambini e i bambini fanno tante domande, chiedono tanti perché. Ma se quelle domande innocenti ti fanno paura il problema sei tu. Il problema è la tua omofobia. E il tanto sbandierato “diritto di educare i figli secondo i propri principi” (che di solito sottende un terrorizzato ripudio dell’inesistente “teoria del gender”) non significa avere il diritto di farne dei piccoli omofobi a vostra immagine e somiglianza.

E allora, come potete fare a spiegare ai vostri figli che sì, anche due uomini o due donne possono amarsi? Bastano poche semplici parole.

Stamattina il disegnatore Matteo Bussola, sulla sua pagina Facebook, ce ne ha dato un bellissimo esempio.

Stamattina, mentre andavamo a scuola in auto, Ginevra mi ha chiesto dell’amore.
“Papà”, ha detto cogliendomi di sorpresa, “ma due donne possono sposarsi?”
Prima di rispondere ci ho pensato molto bene, avrei tanto voluto che al mio posto ci fosse la mamma.
“No”, le ho detto per non mentirle, “nel nostro paese no, però possono volersi bene e vivere insieme.”
“Come te e la mamma?”, ha detto.
“Sì”, ho detto.
“Ma perché non possono sposarsi?”, ha detto.
“È un discorso difficile, Ginevra”, ho detto. “In certi paesi possono, da noi ancora no.”
“A Sant’Ambrogio possono?”, ha detto.
“No, Ginevra, non intendevo paesi paesi”, ho detto, “intendevo stati come l’Italia.”
“Ma io a Sant’Ambrogio ho visto due ragazze che si baciavano”, ha detto.
“Non c’è niente di male, Ginevra”, ho detto, “tutti se si vogliono molto bene possono baciarsi.”
“Anche i maschi?”, ha detto.
“Se si vogliono tanto bene, sì”, ho detto.
Ha fatto una pausa che pareva una rincorsa.
“Papà”, ha detto, “ma quando si sposano due donne come fanno a volersi bene?”
“Come fanno tutte le persone del mondo”, ho detto. “Col cuore.”
“Dentro al cuore c’è il bene?”, ha detto.
“Dentro al cuore c’è tutto”, ho detto.
“Perché?”, ha detto.
“Perché il cuore è come un grande armadio, Ginevra”, ho detto. “Ci sono dentro prima di tutto le persone che hai scelto, poi c’è il ripiano dei baci, i cassetti degli abbracci, gli appendini degli sguardi, gli scaffali del male e quelli del bene. Tutto.”
“Melania ha il cassetto dei lecconi sulla faccia!”, ha detto.
“Vero”, ho detto ridendo.
“Papà”, ha detto.
“Cosa?”, ho detto.
“Nei cuori ci sono anche l’amore, vero?”, ha detto.
“Sì, ma non si dice ci sono, Ginevra”, ho detto. “Si dice c’è, l’amore è singolare.”
“Non è vero!”, ha detto seria. “L’amore sono tanti.”
Mi sono zittito e non l’ho corretta più, perché l’amore sono tanti anche secondo me.
Che peccato che ci siano persone che non lo capiscono, ho pensato.

Proprio così, piccola Ginevra. L’amore sono tanti. E non c’è da averne paura.

Love is love

Come faccio a spiegarlo a mio figlio? Così