Strage di Orlando: un penoso day after

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Mi è ancora difficile trovare le parole per commentare quanto successo a Orlando, anche se lo shock e la paura stanno pian piano scemando col passare delle ore. La notizia ci è stata data ieri pomeriggio, proprio sul finire del week-end formativo del Gruppo Scuola di Arcigay Milano. Era stato un week-end di gioia e condivisione, in cui avevamo programmato le attività del prossimo anno nelle scuole. È stato un fulmine a ciel sereno. I numeri drammatici della strage, seguiti in serata dalla notizia dell’uomo armato arrestato mentre si dirigeva al Pride di Los Angeles, ci hanno terrorizzati. La sensazione, angosciante, era quella di essere – anche a migliaia di chilometri di distanza – sotto attacco e inermi di fronte alla violenza. Fortunatamente in quel momento non eravamo da soli. Eravamo tutti insieme, e il sostegno che ci siamo dati l’un l’altro è stato fondamentale per trovare la forza di reagire. Un abbraccio, una parola, una spalla su cui piangere, un amico che ti invita a cena perché non è proprio il momento di stare da soli, non questa domenica sera.

All’indomani dell’attentato, c’è che minimizza (tanto erano tutti gay), c’è chi addirittura esulta per la strage di froci (l’odio per gli omosessuali è una di quelle cose che riescono a mettere d’accordo i fondamentalisti cristiani e quelli islamici), c’è chi strumentalizza quanto accaduto (Adinolfi, che pochi mesi fa aveva auspicato l’uso dei fucili contro i matrimoni omosessuali, ora esprime una pelosa solidarietà alla comunità LGBT; lo stesso papa Francesco, che si è sempre opposto alla moratoria ONU contro la pena di morte per il “reato” di omosessualità, si dice addolorato). C’è addirittura chi individua la causa della strage in un bacio tra due gay – immagino che anche la sera del Bataclan ci fossero stati innumerevoli baci, sia etero sia omosex, quindi forse è l’atto del bacio in sé che deve essere vietato, e non la diffusione dell’odio e delle armi.

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I messaggi di cordoglio dei politici italiani sono sembrati messaggi di circostanza: freddi e scritti solo per senso del dovere. E, soprattutto, la maggior parte dei nostri politici ha evitato accuratamente di ricordare che le vittime erano omosessuali. Si è parlato genericamente di “fratelli americani”. Una delle poche a rivolgersi direttamente alla comunità LGBT è stata Laura Boldrini. Il Movimento 5 Stelle, addirittura, non ha sentito alcun bisogno di condannare l’attentato: non un tweet, non una dichiarazione.

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All’estero, intanto, le iniziative simboliche a sostegno della comunità LGBT americana si moltiplicano. Diversi monumenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, sono stati illuminati con i colori arcobaleno oppure sono stati spenti in segno di lutto. In Italia, al momento, nessun sindaco ha avanzato proposte simili. Anzi, c’è quasi da temere che Regione Lombardia faccia comparire sul Pirellone l’esultante scritta “-50!”.

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E i media? Il confronto con la copertura mediatica degli attentati di Parigi è inevitabile e lampante. Dopo il 13 novembre 2015, fiumi di dirette TV, ore e ore di approdondimenti per quello che veniva definito un attacco ai nostri valori. E l’attentato al Pulse di Orlando, invece, non lo è? Uccidere 50 persone in un locale gay – un luogo che simboleggia la libertà sessuale di cui godiamo nella nostra società – non è un attacco ai nostri valori? Anche i toni con cui è stata riportata la notizia sono molto diversi da quelli usati per Parigi: oggi non c’è lo stesso senso di tragedia e lutto, non c’è lo stesso pathos. Non c’è nemmeno la caccia alla lacrima facile dello spettatore/lettore, il che non è certo un male in sé, ma è un chiaro indicatore del diverso atteggiamento nei confronti delle due notizie. Non si cerca di parlare al cuore e allo stomaco dello spettatore, di coinvolgerlo e farlo immedesimare, forse perché si presume che lo spettatore medio sia etero e quindi distaccato e fondamentalmente disinteressato (per fortuna ne conosco pochi di etero così!). Si presume, forse, che il lettore pensi: “A me non potrebbe mai succedere una cosa del genere, perché non potrei mai trovarmi in un locale come il Pulse”. L’esatto contrario di quanto accaduto per gli attentati di Parigi, dove l’immedesimazione e l’empatia erano massime proprio perché l’Is aveva colpito i luoghi di svago di tutti. L’attentato di Orlando, invece, non è narrato e di conseguenza non è vissuto come un attacco al nostro stile di vita. Semmai allo stile di vita dei gay.

Se l’indignazione a corrente alternata dei media occidentali non fa ormai più notizia, c’è da rilevare che anche la risposta della cittadinanza è ben diversa rispetto a quella osservata all’indomani degli attentati parigini. Basta fare un giro sui social per tastare con mano quanto questa tragedia non sia considerata “nostra” ma “loro”, cioè delle persone LGBT. E non si può dire, stavolta, che l’attentato abbia colpito un paese lontano da noi geograficamente e/o culturalmente (“Perché allora non mettete la bandiera siriana nei vostri profili?”, veniva chiesto polemicamente mesi fa a chi aveva postato il tricolore francese). L’attentato ha colpito la comunità LGBT americana, nel cuore dell’Occidente, e rappresenta la più grave strage a mano armata nella storia degli USA. E allora perché quest’indifferenza? Forse perché le vittime erano tutte omosessuali?

Scarsi, per non dire nulli, i messaggi di cordoglio e solidarietà da parte di intellettuali, artisti, esponenti del cinema e dello spettacolo, sportivi, associazioni di vario tipo.

Le uniche a far sentire la propria voce, esprimendo solidarietà alle vittime e condanna per l’orribile violenza, sono state le associazioni LGBT. Le uniche, tra l’altro, a organizzare fiaccolate e presidi per ricordare le vittime. Nel novembre 2015, invece, le manifestazioni di vicinanza al popolo francese si erano moltiplicate lungo tutto lo Stivale, organizzate da associazioni, scuole, istituzioni di vario tipo. Questa volta no, questa volta il lutto è solo della comunità LGBT. Sottintendendo che le vittime omosessuali non meritano nemmeno un minuto di silenzio.

Tutto questo – l’indifferenza di alcuni media e di molti cittadini, gli insulti e le strumentalizzazioni – non fa che acuire il senso di solitudine e accerchiamento di noi persone LGBT. Ma la solitudine è pericolosa, perché ti fa venire i pensieri peggiori: gettare la spugna, cedere alla disperazione, smettere di lottare.

Per questo è fondamentale restare uniti. Proprio ora che ci sembra di essere soli contro l’universo mondo. Scenderemo in strada già da stasera (a Milano il presidio organizzato da Arcigay si terrà dalle ore 20 in Largo Donegani), continueremo a reclamare i diritti civili che ci spettano, continueremo ad amare e a lottare con ancora più forza e visibilità. Uniti.

Strage di Orlando: un penoso day after

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo

Stop bullying

Il caso e gli incastri scolastici hanno voluto che proprio ieri, a distanza di 3 anni dal suicidio del ragazzo con i pantaloni rosa, tenessimo un incontro del Gruppo Scuola di Arcigay Milano in due classi terze di scuola media.

Negli ultimi giorni ho pensato molto a questa coincidenza, pur non parlandone con gli studenti: non era il caso di appesantire l’atmosfera serena e gioviale in classe affrontando un tema angosciante come il suicidio. Tanto più che l’incontro di ieri non verteva sul bullismo, ma su altri argomenti correlati. Insieme agli studenti, infatti, abbiamo discusso di inclusione ed esclusione, di stereotipi e pregiudizi, della differenza tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale. In modo che non confondano più questi tre piani e che abbiano le parole giuste e neutre per parlarne, per evitare aggettivi pericolosi che nascondono giudizi di valore, per esempio il binomio normale-anormale. I nostri tredicenni hanno fatto domande, hanno espresso liberamente i loro pensieri, hanno discusso con noi e tra loro.

Sono passati 3 anni dal suicidio di Andrea. E in questi 3 anni gli atti di bullismo a scuola, le aggressioni omofobe per strada, i suicidi di adolescenti lasciati colpevolmente soli da parte degli adulti non sono certo scomparsi. Anzi.

Ricordo su due piedi, per il solo 2015: una ragazza lesbica uccisa dal padre, aggressioni omofobe a Torino, Genova, Polignano. A fine settembre, nel siracusano, un ragazzo di 16 anni si è tolto la vita.

Anche in questo caso alcuni dicono che fosse gay, altri no. Ma non è questo il punto. L’omofobia può farti male lo stesso, che tu sia gay o solo percepito come tale. E se non ti senti sostenuto da qualcuno, in primis genitori e insegnanti, se non hai le spalle abbastanza larghe (e 16 anni è molto probabile che tu non le abbia ancora), l’omofobia può stritolarti. Il punto non è il tuo orientamento sessuale.

Qual è il punto lo spiega benissimo questo brano di Michela Marzano, tratto dal suo ultimo libro Papà, mamma e gender (Utet, 2015).

Vi lascio con le parole della filosofa romana, perché io non saprei dirlo meglio. E anche perché, dopo 4 ore filate in una scuola media, di parole ne ho già usate tante.

“Non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio!” Era scritto sulla lavagna della classe e si riferiva a Andrea. Un ragazzo romano che aveva appena quindici anni quando, il 20 novembre del 2012, si è suicidato, legandosi una sciarpa al collo dentro casa. A distanza di quasi tre anni, la Procura ha chiesto l’archiviazione del caso. Pare che nel dossier non ci fossero elementi corroboranti per incriminare gli insegnanti per omessa vigilanza, nonostante nessuno avesse parlato ai genitori di Andrea di quella famosa scritta. Pare che nessuno sapesse esattamente cosa fosse successo. Forse una pena d’amore. Forse altro. Fatto sta che qualcuno l’aveva veramente scritta quella frase. Quel “frocio” era veramente sulla lavagna. Quel “non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa” pure. E allora? Non è vero che Andrea amava il rosa e lo smalto per le unghie? Non è vero che aveva un atteggiamento e un aspetto ritenuti poco virili?

Ma, evidentemente, il problema è proprio questo. Fidarsi delle apparenze e giudicare. Pensare di sapere sempre tutto e illudersi di non essere mai dalla parte del torto. Dove sta scritto infatti che un bambino debba per forza amare l’azzurro e avere atteggiamenti virili? Da quando in qua i colori hanno un sesso e amare il rosa, per un ragazzo, sarebbe sinonimo di omosessualità?

In realtà non esiste alcun legame tra orientamento sessuale e sesso. E il fatto che si continui a credere che esista è la conseguenza della rigida codificazione dei ruoli di genere. Come se, per definizione, un uomo dovesse essere sempre aggressivo, violento e insensibile, lasciando alla donna caratteristiche come la gentilezza, l’empatia o la compassione. Mentre la differenza, rimettendo in discussione quello che si riconosce o che si pensa di sapere, continua a far paura. Proprio come nel caso di Andrea. Additato e sbeffeggiato solo perché non corrispondeva ai canoni della virilità.

Era omosessuale? Forse sì. Forse no. Il punto non è questo. Avrebbe anche potuto essere un ragazzo a disagio nel proprio corpo maschile e convinto di essere una donna. Oppure anche solo un ragazzo originale ed eccentrico.  La vera questione è che era trattato come un “frocio”. Quello che resta ancora oggi, in Italia più che altrove, l’insulto per eccellenza. Perché un uomo, un uomo vero, certe cose non le pensa. Un uomo, un uomo vero, non si comporta come una “femminuccia”.

I bambini e gli adolescenti possono essere crudeli, ormai lo sappiamo bene. Anche quando tutto comincia un po’ per gioco. Quando il bulletto di turno vuol sentirsi più forte degli altri e cerca di attirare l’attenzione generale prendendo in giro un compagno o una compagna. Quando gli amici lo seguono per divertirsi anche loro. Anche se poi le vittime delle angherie non si divertono affatto. Anzi. Pian piano si allontanano dal gruppo e si isolano. Perché nessuno le protegge. Nessuno interviene. Come se, nonostante tutti i discorsi sull’uguaglianza e contro le discriminazioni, gli adulti fossero ancora incapaci di capire che solo insegnando l’accettazione dell’alterità si possono proteggere veramente tutte e tutti. 

Quando si è piccoli, non ci si può ancora proteggere da soli. Non si hanno gli strumenti. Non se ne ha la capacità. Soprattutto se nessuno ci fa capire che non c’è niente di male a non essere come gli altri. Ma questo, appunto, è il compito degli adulti. Sono loro che dovrebbero decostruire gli stereotipi di genere, spiegare che l’orientamento sessuale non dipende dal sesso e insegnare che ci sono tanti modi diversi per diventare uomini o donne. 

E ora provate ancora a dirci che quello che facciamo nelle scuole è sbagliato. Provate ancora a dirci che insegnare il rispetto per tutti è scandaloso, è “gender”, confonde le idee ai giovani. Noi siamo convinti, invece, che sia il modo migliore per chiarir loro le idee su tanti argomenti e per far sì che in futuro questi atti di bullismo e suicidi di adolescenti non si verifichino mai più.

Portare avanti il nostro impegno nell’educazione dei giovani è il modo migliore per ricordare Andrea, Alessia, Aleandro. E tanti altri come loro, morti di omofobia.

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo