Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT

Ultimamente ho scritto poco, per un senso di stanchezza e sconforto che forse mi perdonerete. E ne sono successe di cose nelle ultime settimane! Per recuperare almeno parzialmente, lasciatemi iniziare con una breve parentesi irlandese.

Nei giorni scorsi si è molto parlato dello storico referendum con cui la stragrande maggioranza degli irlandesi ha detto yes al matrimonio egualitario. L’Irlanda, che nella nostra testa – in modo automatico e forse un po’ stereotipato – associamo subito all’aggettivo “cattolicissima”, come se il sintagma fosse scolpito nel marmo, ci ha sorpresi tutti scoprendosi anche laica e democratica e diventando il primo paese al mondo a istituire il matrimonio egualitario per via referendaria. Il referendum ha avuto alcuni grandi meriti: 1) ha dimostrato chiaramente che su questi temi la società è molto più avanti della politica, 2) ha mostrato alla Chiesa che un cattolicesimo rispettoso dei diritti LGBT è possibile, 3) ha rilanciato il dibattito anche da noi, smascherando ulteriormente il ritardo dell’Italia e il gioco al ribasso di Renzi sulle unioni civili. Nonostante questi indubbi meriti, resto del parere che i diritti civili non debbano dipendere dalla pancia e dalle lune di una maggioranza di cittadini. Trovo anzi inquietante che una maggioranza sia legittimata a pronunciarsi sui diritti, e quindi sulla vita, di una minoranza. I diritti dovrebbero essere tutelati per via politica, non referendaria. Chiusa la parentesi irlandese.

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Stanchi e frustrati di dover festeggiare periodicamente l’approvazione del matrimonio egualitario all’estero, torniamo alle tristi vicende italiche. Eh sì, perché noi, per quanto si possa essere felici per gli amici irlandesi, ci saremmo anche un po’ rotti di festeggiare le conquiste civili degli altri: vogliamo uguali diritti qui, nel nostro paese! E invece qui siamo ancora al Medioevo, al vuoto legislativo, a un dibattito pubblico inquinato da stereotipi e insulti.

Come sapete, a maggio il ddl Cirinnà sulle unioni civili è approdato alla commissione Giustizia del Senato. Nel tentativo di ostacolarne l’iter, i catto-talebani di destra hanno presentato 4300 emendamenti, la maggior parte dei quali assurdi e pretestuosi. D’altra parte, quando non si hanno ragioni valide per negare i diritti a una minoranza, occorre lavorare di fantasia. Leggiamo, per esempio, uno dei tanti emendamenti presentati dal caro Giovanardi:

Sostituire il comma 1 con il seguente: «Due persone dello stesso sesso costituiscono un’amicizia civilmente rilevante quando dichiarano di voler (esclusivamente per interessi altamente meritevoli di riconoscimento da parte dell’ordinamento nazionale) fondare tale unione a mezzo reciproca raccomandata con ricevuta di ritorno in plico, ovvero a mezzo posta elettronica (eventualmente certificata) inviata per conoscenza all’Ufficiale di Stato Civile della residenza di entrambi i concubini».

All’indomani del referendum irlandese, molti esponenti della destra italica non hanno mancato di esprimere il loro illuminante commento. Giorgia Meloni: “”No al matrimonio tra persone dello stesso sesso: sarebbe una spesa enorme per lo Stato e una inaccettabile apertura alle adozioni gay”. Renato Brunetta“L’unico legame che deve essere destinatario delle risorse del welfare deve essere quello della famiglia”. Entrambi sembrano dimenticare che anche i cittadini omosessuali contribuiscono al welfare del paese, oltre che agli stipendi dei politici.

Una delle argomentazioni che sentiamo spesso ripetere dalla destra omofoba contro il matrimonio egualitario e le unioni civili è proprio di natura fiscale. Sostengono che le pensioni di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbero troppo per il sistema pensionistico italiano. Oltre a essere falso – e lo spiego oltre – questo ragionamento è anche profondamente scorretto da un punto di vista etico: i diritti civili sono una questione di uguaglianza sociale, e da un punto di vista etico è scorretto pretendere che siano proporzionali al loro costo per lo Stato. La loro concessione non può dipendere da una logica di convenienza economica (convenienza che, ovviamente, va a tutto vantaggio dello Stato e a discapito dei cittadini LGBT). In altre parole, i diritti civili non hanno prezzo.

Se io vi proponessi: “Aboliamo il diritto di matrimonio degli ebrei, perché le loro pensioni di reversibilità costano troppo!” – questa frase non vi farebbe rabbrividire? Applicando la stessa logica di convenienza economica, perché allora non negare il diritto di matrimonio agli etero visto che, per ovvie ragioni, le loro pensioni di reversibilità costano molto di più? Oppure ai corrotti, ai delinquenti, ai mafiosi: se dobbiamo farne una questione economica e non di uguaglianza, mettiamoci anche un pizzico di “meritocrazia”. E invece no: in Italia possono sposarsi tutti, anche i corrotti, gli evasori, gli assassini, i violentatori, i mafiosi. Ma gli omosessuali no.

A marzo, intervenendo nel distorto dibattito pubblico sulle unioni civili, Alfano l’ha sparata grossa: la pensione di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbe 40 miliardi di euro. Falso! Le pensioni di reversibilità delle sole coppie etero (che sono circa 14 milioni) ammontano infatti a 37,8 miliardi (dato del 2013). La cifra sparata da Alfano, quindi, non è assolutamente verosimile.

Altre volte, invece, gli oppositori del matrimonio egualitario tendono a sminuire i pochi dati esistenti riguardo alle coppie omosex conviventi in Italia, affermando che la questione riguarderebbe solo poche persone: ne conseguirebbe, quindi, che i diritti LGBT non possono essere una priorità per la politica italiana. Alfano e i suoi sodali si mettano d’accordo una buona volta: siamo troppi o siamo troppo pochi?

Ma torniamo alla questione delle pensioni di reversibilità. Quante sono, in Italia, le coppie omosessuali conviventi? Non lo sappiamo di preciso, perché molti ancora preferiscono non dichiararsi nei censimenti. Secondo l’Istat, nel 2011 le coppie conviventi dello stesso sesso erano solo 7513. Un dato certamente sottostimato.

Per fare una stima di quanto potrebbero costare le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali, è necessario quindi operare delle proporzioni a partire dai dati di paesi che hanno una struttura demografica simile alla nostra. È quanto ha fatto un’indagine di Termometropolitico.it, pubblicata a gennaio, che purtroppo – come spesso succede – non ha avuto eco sui media italiani.

Calcolando la stessa proporzione francese, ovvero di 1,331 coppie ogni 1000 abitanti, da noi ce ne dovrebbero esere circa 78 mila quindi più dieci volte la proporzione attuale.

Se attualmente a fronte di 14 milioni di coppie [eterosessuali] si produce un esborso per lo Stato di 37,8 miliardi annui, aggiungendone altre 78 mila si dovrebbero calcolare proporzionalmente 210 milioni di € in più, sempre annui.

Si tratta di un costo esiguo effettivamente, e si devono considerare altri fattori:

i matrimoni stanno diminuendo, vi saranno quindi sempre meno vedovi e vedove;

l’età media si alza, e quella degli uomini più di quella delle donne, chi rimarrà vedovo lo farà più tardi e vi rimarrà per meno tempo;

– le coppie gay essendo costituite da persone dello steso sesso non sarebbero comunque influenzate dal gap di vita media tra i coniugi, quindi una durata anche qui minore della vedovanza.

Sono considerazioni che portano a credere che se vi deve essere una correzione ai dati sulla reversibilità sia per etero sia per gay per il futuro è comunque più probabile sia al ribasso.

Qualche settimana fa, in occasione dell’inizio della discussione parlamentare sul ddl Cirinnà, il sito articolo29.it ha pubblicato un’indagine dell’INPS sulle pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali.

Nello studio dell’INPS si rileva, difatti, come nel primo anno di entrata in vigore della legge, 2016, l’onere per lo Stato sarebbe pari a soli 100.000 euro, che diverrebbero 500.000 nel 2017 sino a raggiungere i 6 milioni di euro nel 2025. Dunque importi assolutamente risibili per il bilancio dello Stato.
L’INPS ha calcolato tali oneri con riferimento non al numero di coppie gay e lesbiche stimate in Italia dall’Istat (che sarebbero solo 7.500, cifra ritenuta sottostimata), ma approssimandosi al numero di coppie che hanno celebrato unioni civili in Germania nel primo decennio dall’entrata vigore dell’analoga legge i i vigente (ben 35.000 unioni civili). Si tratta, peraltro, di una previsione probabilmente eccessiva se si tiene conto che quel paese ha una volta e mezza gli abitanti dell’Italia.

I due studi non giungono agli stessi risultati, ma dimostrano che la spesa pubblica per le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali sarebbe esigua, ben lontana dalle cifre sbandierate come uno spauracchio dalla destra.

È ormai evidente come l’argomentazione della destra riguardo ai costi per lo Stato sia falsa e strumentale. L’augurio è che nella discussione parlamentare sul ddl Cirinnà tali menzogne vengano sbugiardate e ignorate.

Se vogliamo diventare un paese civile, è necessario che il dibattito pubblico non venga inquinato da sparate “alla Alfano” e che sia i politici sia i media la smettano di dare risalto ad affermazioni infondate e pretestuose. C’è quindi da chiedersi come mai i grandi quotidiani e le TV sistematicamente non diano notizia degli studi che abbiamo appena citato, né di dati significativi provenienti da paesi a noi vicini (come per esempio la Francia, di cui abbiamo parlato un mesetto fa).

Da ultimo, occorre sottolineare come l’Unione europea si sia già espressa sulla questione delle pensioni di reversibilità, affermando che un istituto giuridico (matrimonio o unione civile) che regolamenti e tuteli le coppie e che non preveda l’estensione delle pensioni di reversibilità anche alle coppie omosex sia da considerare discriminatorio. Nel ddl Cirinnà, quindi, non è possibile espungere il diritto alla pensione di reversibilità: parafrasando il nostro premier, “ce lo chiede l’Europa” (peccato che in materia di diritti LGBT Matteo Renzi si guardi bene dal sottolinearlo).

La ragione per cui Ilga Europe, nel suo ultimo rapporto, ha posizionato l’Italia in fondo alla classifica dei paesi più civili in materia di diritti LGBT (persino al di sotto di alcuni paesi dell’Est) è proprio questa: il totale vuoto normativo in materia di matrimoni e unioni civili. Per non parlare della mancanza di una legge seria contro l’omofobia (e il ddl Scalfarotto, che giace ancora in Parlamento, non lo è). È ben triste dover constatare che oggi, nel 2015, cinque secoli dopo la fine del Medioevo, in materia di diritti e rispetto per le persone LGBT l’Italia si trovi più vicina a paesi in cui l’omosessualità è reato piuttosto che a quelli che, insieme al nostro, hanno fondato e alimentato il progetto europeista.

I cittadini LGBT pagano le stesse tasse dei cittadini eterosessuali, contribuendo non solo ai lauti stipendi dei politici ma anche alle pensioni di reversibilità e agli sgravi fiscali riservati soltanto alle coppie etero (le stesse coppie etero che si separano sempre di più e si sposano in chiesa sempre meno, a dimostrazione – se ce ne fosse ancora bisogno – di come la famiglia cambi nel corso del tempo). Allo stesso tempo, i cittadini LGBT sono privati di diritti civili fondamentali, la concessione dei quali non lederebbe nessuno e anzi permetterebbe alle coppie omosessuali di vivere con maggiore serenità e molti meno patemi.

Eppure la base su cui si fonda – o si dovrebbe fondare – la nostra Repubblica laica e democratica è: uguali diritti, uguali doveri. Un po’ provocatoriamente – ma solo fino a un certo punto – potremmo dire: Abbiamo meno diritti? Ebbene, allora pagheremo meno tasse. Semplice e lineare.

Perché mai dovremmo continuare a contribuire alla res publica nella stessa misura dei cittadini etero, se lo Stato ci riconosce meno diritti? In fondo, se siamo considerati “diversi” e se tale diversità può giustificare una palese differenza di trattamento, allora che lo sia in tutti gli aspetti del vivere comune. Considerarci “uguali” solo quando fa comodo allo Stato, cioè quando c’è da incassare le nostre tasse, è solo una nuova e subdola forma di sfruttamento.

Uguali diritti, uguali doveri, dicevamo. Ma per noi cittadini LGBT la bilancia dei diritti e dei doveri pende nettamente dalla parte di questi ultimi. Forse è davvero il momento di riequilibrare i due bracci della bilancia: semplicemente smettendo di pagare le tasse a uno Stato omofobo. Forse l’unico modo per farsi sentire è adottare una strenua disobbedienza fiscale, vale a dire boicottare uno Stato che ci nega diritti fondamentali. Proprio come abbiamo fatto prima con Barilla e poi con D&G.

Vi lascio con questa provocazione. Per fortuna tra poco arriva il Pride!

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Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT

Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette

A due anni dall’introduzione del matrimonio egualitario in Francia, due articoli apparsi di recente sulla stampa d’Oltralpe ci aiutano a farci un’idea dei numeri e delle conseguenze sociali della legge.

È un peccato che la stampa italiana non li abbia ripresi e commentati: troppo impegnata a dare spazio alle parole di papa Francesco sul fantomatico gender, oppure a copia-incollare testi della Manif pour tous spacciandoli per approfondimenti, finisce per farsi scappare le vere notizie, i dati obiettivi che ci permettono di leggere correttamente la società che cambia.

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Rassicuriamo subito gli omofobi di casa nostra: all’indomani del mariage pour tous (23 aprile 2013) la Francia non è stata flagellata né da guerre civili, né da epidemie, né da invasioni di cavallette. E le famiglie eterosessuali godono di perfetta salute. I cataclismi paventati dalla destra cattolica più di due anni fa non si sono ovviamente verificati.

Cominciamo dal bilancio offerto da Le Monde.

Tra maggio 2013 e dicembre 2014 sono stati celebrati 17.500 matrimoni same-sex: 7.500 nel 2013, 10.000 nel 2014 (il 4% dei matrimoni civili del 2014). Il boom del primo anno e mezzo è dovuto anche al fatto che molte coppie omosessuali di lungo corso attendevano da tempo di poter sancire la propria unione.

E infatti, tra i vari dati, trovo interessante questo. Età media delle coppie gay convolate a nozze: 50 anni. Età media delle coppie lesbiche: 43. Età media delle coppie etero: 32 per gli uomini, 30 per le donne. Un netto scarto che rende bene l’idea di quanto fosse stata lunga e frustrante l’attesa delle coppie omosessuali francesi prima di vedersi riconosciuto questo diritto civile fondamentale. C’è da commuoversi al pensiero della gioia e del senso di liberazione che devono aver accompagnato i primi matrimoni egualitari. Poi il pensiero corre alla nostra di attesa, ancora ben lungi dal termine, e la gioia si tramuta in tristezza.

Nel periodo in esame sono anche diminuiti i Pacs: segno che questo istituto (introdotto nel lontano 1999) era considerato di “serie B” da molte coppie omosessuali, che vi accedevano in mancanza del diritto di sposarsi. Faute de mieux, in mancanza di meglio… come dicono i francesi.

Un altro dato interessante: le coppie omosessuali si sposano per lo più nelle grandi città (23% contro il 9% delle coppie etero). A quanto pare la provincia francese non è ancora abbastanza ospitale per i cittadini LGBT.

Sono 6.000 i comuni francesi che hanno celebrato almeno un matrimonio omosessuale. E, nonostante le minacce iniziali da parte dei soliti crociati, i casi di sindaci che hanno cercato di impedire le nozze si contano sulle dita di una mano (anche perché la pena per i sindaci dissidenti consiste in ben 5 anni di reclusione e 75.000 € di multa).

Nessun dato, invece, sui divorzi di coppie gay e lesbiche, anche se sembra che le prime richieste siano già arrivate davanti ai tribunali.

Fin qui, i freddi numeri. Ma che cosa è cambiato a livello polito e sociale dopo l’introduzione del mariage pour tous? Ce lo spiega un articolo apparso su L’Obs, che titola ironicamente: “Due anni di matrimonio egualitario in Francia: un bilancio terrificante“.

Niente cavallette, né epidemie, né guerre civili, dicevamo. Semplicemente, com’è accaduto in tutti i Paesi che hanno adottato il matrimonio egualitario, l’omofobia è diminuita. Oggi i francesi favorevoli al matrimonio per tutti sono la netta maggioranza: secondo L’Obs, il 68%. E anche tra gli elettori dell’UMP la maggioranza si esprime a favore (58%). Non solo: persino nel Front National (il partito di estrema destra di Marine Lepen) ci sono deputati dichiaratamente gay.

Non solo i diritti LGBT non sono più in discussione, ma non sembrano nemmeno più oggetto di dibattito pubblico e politico: tant’è vero che a inizio aprile l’Assemblea Nazionale ha votato quasi all’unanimità un emendamento che vieta l’esclusione delle persone omosessuali dalla donazione del sangue. Nell’occasione, non c’è stata alcuna levata di scudi da parte degli omofobi cattolici, niente toni accesi, nessuna minaccia di boicottare la legge.

Il matrimonio egualitario e i diritti LGBT non fanno più clamore, e sono anzi entrati negli usi e costumi del popolo francese. Come le baguettes.

Ma c’è anche un’ultima conseguenza positiva che procede – indirettamente – dall’introduzione del matrimonio egualitario. Tutti quei loschi personaggi che due anni fa si erano conquistati i riflettori facendosi portavoce di un cattolicesimo estremista e bigotto, che capeggiavano la crociata contro i diritti LGBT, e che pronosticavano flagelli biblici se fosse stata approvata la legge, oggi sono scomparsi dalla scena politica francese. Immaginate come sarebbe bello se i vari Adinolfi, Miriano & co. la smettessero per una buona volta di berciare menzogne sul gender e sui diritti LGBT?

La lotta per i diritti umani e civili non è terminata, ma il mariage pour tous ha rappresentato in Francia un importante passo avanti verso la piena attuazione dei valori fondanti della République: libertà, uguaglianza e fratellanza.

Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette

Il 25 aprile è anche arcobaleno

Vivo a Milano, città medaglia al valor militare per la guerra di Liberazione, da quasi 6 anni e nei primi di questi troppe volte, durante le celebrazioni di piazza del 25 aprile, ho dovuto constatare l’assenza (o la scarsissima visibilità) delle associazioni LGBT. Certo, molti attivisti del movimento hanno sempre partecipato al corteo a titolo personale, ma per lo più senza mostrare alcun simbolo di appartenenza a questa o quella associazione. Negli anni passati le bandiere LGBT in piazza erano poche e sparute, quasi mai numerose e distintamente visibili.

Qualcosa ha iniziato a cambiare lo scorso anno, quando un folto gruppo di volontari del Gruppo Scuola di Arcigay partecipò al corteo con bandiere arcobaleno e volantini.

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Il Gruppo Scuola di Arcigay Milano al corteo del 25 aprile del 2014.

Quest’anno sarà diverso. Sia i Sentinelli di Milano sia Arcigay hanno annunciato la loro presenza, che sarà senz’altro numerosa e ben visibile lungo il corteo. Quest’anno più che mai, dopo lunghi mesi di attacchi e menzogne contro la comunità LGBT, è importantissimo esserci ed essere visibili: non solo in quanto cittadini ma anche in quanto cittadini omosessuali o transessuali.

Il 25 aprile si celebra la Liberazione dal nazifascismo. Come è noto, tra le vittime dei totalitarismi ci furono anche molti omosessuali e transessuali, che per di più dopo la fine della guerra non ricevettero alcun tipo di risarcimento né di riconoscimento ufficiale. In molti casi, dopo l’apertura dei lager, gli omosessuali là internati vennero semplicemente traslati nelle prigioni dei rispettivi Paesi. Anche la storiografia e l’insegnamento scolastico hanno preferito ignorare per decenni le vittime LGBT.

Per approfondire l’argomento, vi consiglio questo libro: Circolo Pink, Le ragioni di un silenzio, Ombre corte, 2002.

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In Italia il fascismo non introdusse leggi repressive ad hoc contro gli omosessuali. Sembra che Mussolini, alla proposta da parte di un gerarca di introdurre una legge contro i comportamenti contro natura, rispose che non ce n’era bisogno perché “in Italia sono tutti maschi”. I veri maschi italiani, fascisti e virili, non soffrivano di certe perversioni. Quella, semmai, era roba da inglesi effeminati. La repressione però ci fu, anche in assenza di dispositivi di legge specifici. Il confino (emarginazione fisica) e lo scandalo (emarginazione sociale) che colpivano gli omosessuali e le loro famiglie erano forse, agli occhi di Mussolini, più che sufficienti per estirpare il vizio dall’Italia fascista. Senza per questo dover mai ammettere la sua esistenza con una legge ad hoc.

Sul confino degli omosessuali durante la dittatura fascista, c’è un bel graphic novel: De Santis e Colaone, In Italia sono tutti maschi, Kappa Edizioni, 2010.

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Sul piano sociale la repressione degli omosessuali fu delegata implicitamente a un altro organo di controllo della società, che aveva occhi e orecchie sparsi in tutti i comuni del Paese, anche in quelli più piccoli e remoti. Un controllo capillare delle coscienze, una sorta di Panopticon perenne, in grado di inculcare idee omofobe nella gente (esattamente come oggi) e di punire le devianze facendo scoppiare lo scandalo. Sì, stiamo parlando della Chiesa cattolica.

Un ultimo consiglio di lettura che vi lascio per prepararsi al 25 aprile è il bel libro di Paolo Pedote, Storia dell’omofobia, Odoya, 2011. In particolare i capitoli 6 e 7: “Triangoli rosa e triangoli neri”, “Terra di infanti”.

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Ancora oggi, a distanza di 70 anni dalla Liberazione, il nostro Paese ci nega diritti e tutele fondamentali. Per di più, nell’ultimo anno la comunità LGBT è stata sotto costante attacco da parte della destra cattolica.

Riappropriamoci quindi di un giorno che è anche nostro. Facciamoci sentire, partecipiamo, reclamiamo quei diritti che ancora oggi ci vengono negati in modo del tutto arbitrario e ideologico.

L’appuntamento con il gruppo di Arcigay Milano è per sabato 25 aprile, alle ore 14 davanti al Planetario (Corso Venezia 57 – M Porta Venezia).

Il 25 aprile è anche arcobaleno

Le sentinelle in piedi e il nostro diritto alla rabbia

Milano, una domenica di aprile. Una soleggiata piazza Sempione fa da cornice al mio primo incontro ravvicinato con le sentinelle in piedi. In precedenza me n’ero ben guardata, per evitare di farmi il sangue amaro. Questa volta voglio vedere, capire, cercare di parlarci, guardarli in faccia. Chissà se avranno il coraggio di guardare negli occhi le persone che stanno insultando? – mi chiedo.

Le sentinelle manifestano nel loro solito format: in piedi, in silenzio, fingendo di leggere un libro (è risaputo che la gente credulona e ignorante tende a rifugiarsi in un’unica verità e in un unico libro). Manifestano per una malintesa libertà di espressione, per un perverso diritto di offendere noi persone LGBT e le nostre famiglie, di sostenere falsità antiscientifiche sul matrimonio e sulla crescita dei figli.

Noi, dall’altra parte dell’Arco della Pace, manifestiamo per il nostro diritto a essere noi stessi e ad amare chi ci pare. Manifestiamo per rispondere alle loro falsità sul ddl Scalfarotto (come già spiegato qui, una legge tutt’altro che liberticida, e che anzi non punisce le affermazioni omofobe in campi delicati come la politica e l’educazione).

La contro-manifestazione è organizzata da due gruppi: il collettivo Le Lucciole, con l’evento “Limoni duri contro le sentinelle in piedi” e i Pastafariani con “Tagliatelle sotto l’Arco“. Due modalità diverse, un unico obiettivo.

Netto e significativo il contrasto tra le due metà della piazza. Da una parte dell’Arco, musica, cori, colori, baci, ironia. Dall’altra, un silenzio di morte. Il silenzio che alberga nel vuoto cosmico dei loro cervelli fermi al Medioevo.

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Fin da subito, appena arrivata in piazza Sempione, sento che dentro di me il sentimento prevalente è la rabbia. Rabbia e indignazione per una manifestazione – quella delle sentinelle – che mi offende come essere umano, prima ancora che come cittadina lesbica. È gravissimo che nel 2015 un gruppo di fanatici si permetta di manifestare in piazza contro una minoranza – tra l’altro priva di diritti e tutele. Evidentemente la storia non ha insegnato nulla. Come può essere legittimo affermare il proprio diritto di offendere una minoranza? Fin dove si può spingere la libertà di espressione? L’insulto e la menzogna antiscientifica sono libertà di espressione?

Come me, molte altre persone sono animate dall’indignazione, dall’esasperazione. Lo leggo negli occhi della gente. Non c’è più solo voglia di cantare e rispondere con ironia. C’è anche voglia di urlare, di sfogare la rabbia, che è cresciuta esponenzialmente in questi ultimi mesi di attacchi, calunnie e provocazioni contro la comunità LGBT.

Nonostante tutto, vogliamo fare un tentativo pacifico e provare a parlare con loro. Io e 4 amiche – specifico: ragazze sui 30, animate da intenti pacifici e armate solo dei nostri sorrisi educati – cerchiamo di avvicinarci alle sentinelle, ma un energumeno in borghese ci scaccia in malo modo. Le due manifestazioni devono rimanere ben separate per evitare tensioni. Li credevo più virili questi maschioni etero, invece si fanno intimorire da una bandiera arcobaleno. Facciamo quindi il giro largo, costeggiando la piazza, e ci ritroviamo di fronte alle sentinelle schierate. Davanti a quel triste spettacolo, restiamo senza parole. In piedi a un metro di distanza l’uno dall’altro, in silenzio, con un libro in mano. Non persone con cui dialogare, ma automi indottrinati. Fanno paura. Mi aspetto che da un momento all’altro inizino a marciare con il passo dell’oca.

Se questo capillare lavoro di indottrinamento e di incitamento all’odio andrà avanti, nel giro di pochi anni questi automi saranno pronti per passare dal silenzio ai fatti. Ai pestaggi e alle rappresaglie contro lesbiche, gay e trans. Per ora il lavoro sporco lo fanno altri: i fascisti di Forza Nuova, ma non solo. Anche comuni cittadini “normalmente omofobi”, accecati dagli stereotipi e incapaci di accettare le differenze. Che anzi davanti alle differenze non riescono a trovare altra risposta se non la discriminazione e la violenza. Come quel padre padovano che proprio pochi giorni fa ha ucciso la figlia lesbica. Gruppi come le sentinelle e guru dell’omofobia come Adinolfi e Miriano, continuando a negare la necessità di una legge contro l’omofobia, si rendono complici, se non addirittura mandanti, di questi crimini.

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Non persone con cui dialogare, ma automi indottrinati.

Fanno paura, fanno tristezza, ma noi tentiamo lo stesso un gesto distensivo, di pace. Io e una mia amica ci mettiamo a distribuire margherite alle sentinelle. Passiamo per un corridoio tra una fila e l’altra, porgiamo a ognuno una margherita accompagnandola con una frase del tipo “L’amore è bello in tutte le sue forme“. Una banalità, forse, ma non abbiamo tempo per il copywriting. Qualcuno accetta il fiore senza tradire la minima reazione, altri – forse non capendo del tutto il senso delle nostre parole? – abbozzano un sorriso. L’unica a rifiutare il fiore è una signora di mezza età: con un gesto sdegnoso e un ghigno di disprezzo, getta a terra la mia margherita. Sospiro e passo oltre, ma mi prudono le mani. La mia amica procede più veloce e raggiunge il presidio LGBT. Io vengo raggiunta da una portavoce delle sentinelle. Cerca di interrompere il mio margheritaggio rivolgendomi la parola in modo insistente. Inizialmente la ignoro, ma quando ho finito tutte le margherite mi volto verso di lei. Finalmente! Il mio primo incontro ravvicinato con una sentinella in piedi! Chissà quali illuminanti orizzonti mi aprirà?

Mi chiede per la ventesima volta come mi chiamo, mi chiede perché sono lì.

– Dimmelo tu perché siete qui voi.
– Non hai sentito il discorso iniziale? Se vuoi puoi fermarti a sentire il discorso che faremo alla fine. [A quanto pare le sentinelle, non essendo in grado di sostenere un dialogo, preferiscono i discorsi di indottrinamento di massa.]
– No, non l’ho sentito. Non puoi spiegarmelo tu?
– Se vuoi mi fermo a parlare con te alla fine della veglia. [Loro la chiamano “veglia”, come se fosse morto qualcuno: e in effetti pochi giorni fa è morta una ragazza lesbica, per mano del padre, ma a loro non frega nulla di queste morti.]
– Preferirei che me lo spiegassi adesso in due parole. [Cos’è tutta questa ritrosia a spiegare le ragioni di una manifestazione? Mi puzza.]
– Noi non crediamo nelle categorie come invece fate voi.
– Ah, allora sei queer? [Ovviamente la nostra sentinella non sa nemmeno cosa voglia dire “queer”. E infatti…]
– No, sono Raffaella.
– E quindi prossimamente farete manifestazioni anche contro il diritto di matrimonio per i neri? [La provoco, ma ancora una volta non capisce: fa un’espressione stranita e…]
– No, noi non siamo contro nessuno…

Purtroppo non mi sarà concesso sentire dalla sua voce le ragioni per cui sono scesi in piazza a “vegliare” e volantinare falsità sul ddl Scalfarotto. Anzi, del ddl la ragazza non fa menzione. Strano, perché è citato fin dalla prima riga dei loro volantini: sembra anzi proprio quello il pretesto per la loro pagliacciata anti-gay. Perché allora prenderla così alla larga e fare tutto quello sproloquio sulle categorie? Se non sei in grado di spiegarmi in meno di un minuto perché stai manifestando, i casi sono tre: o non è chiaro nemmeno a te, o hai problemi con la lingua italiana, o stai cercando di intortarmi. Veniamo interrotte dall’energumeno in borghese. Mi volto indietro e vedo che i manifestanti LGBT hanno attraversato l’Arco e sono passati dall’altra parte della piazza. La polizia si sta schierando con scudi e caschi a protezione delle sentinelle. Pochi secondi e avrò la strada sbarrata. Pianto là la mia Raffaella e corro a raggiungere gli altri un attimo prima che la piazza venga tagliata a metà dal cordone della polizia.

Il presidio LGBT inizia la contestazione vera e propria contro le sentinelle: cori e baci contro l’omofobia. Qualcuno ha anche portato degli sgabelli di legno, come risposta ironica alle sentinelle in piedi. “Vergogna! Vergogna! Vergogna!”, gridiamo scandendo le parole. “Sen-ti-nel-le-non-vi-vo-glia-mo!”, urliamo ancora. “Chi non salta sentinella è!”, e saltiamo tutti insieme. Per me e per tante altre persone presenti è liberatorio sfogare la rabbia e l’indignazione verso chi ci offende quotidianamente. Negli ultimi mesi l’atmosfera si è fatta pesante, le frequenti dichiarazioni della Chiesa e dei sodali di Adinolfi contro la comunità LGBT hanno alzato la tensione, la nostra esasperazione è sempre più grande.

Ed è proprio per questo che la sera, tornata a casa, mi cadono le braccia quando leggo i commenti su Facebook di chi invece si dissocia dalla nostra contro-manifestazione. In particolare, I sentinelli di Milano e i Pastafariani. Avrebbero preferito che la manifestazione rimanesse nei binari dell’ironia, senza sfociare nelle urla e negli sfottò contro le sentinelle.

Ma gridare “vergogna” alle sentinelle non equivale a un insulto. E anche se fosse, dove starebbe il problema? Davvero dobbiamo farci scrupoli se urliamo cori contro gente che ci offende quotidianamente, che nega i nostri diritti e la nostra dignità? Gente capace di affermare senza pudore: “io i gay li ammazzerei tutti” (commento di una sentinella, ascoltato e riportato da un amico che aveva provato ad avvicinarsi). Le associazioni non possono ignorare la rabbia e l’esasperazione della comunità LGBT. Attenzione: non sto dicendo che debbano cavalcarle (quello sarebbe il tipico comportamento della destra xenofoba e ultra-cattolica, che fomenta e strumentalizza il malcontento della gente per diffondere l’odio). Devono farsene carico per incanalarle nelle manifestazioni, per fare sempre più pressione sulla società e sul governo.

Siamo nel 2015 e a diritti LGBT stiamo ancora a zero: non è più (solo) il momento dell’ironia, è il momento (anche) della rabbia.

Le sentinelle in piedi e il nostro diritto alla rabbia

Sui temi LGBT qualsiasi opinione è lecita?

In un articolo apparso oggi su Avvenire, il comico Giacomo Poretti – ormai facente parte di quella schiera di vip che si rifà una vita e un’immagine sbandierando la propria conversione all’ultracattolicesimo – dice la sua sull’omogenitorialità. Di questi tempi, se vuoi farti pubblicità davanti a un pubblico conservatore e cattolico, non c’è niente di meglio che sparare idiozie sui temi LGBT, e poco importa se nello stesso articolo dimostri di non saperne nulla: i tuoi lettori bigotti ne sanno meno di te. Anzi, pendono dalle tue labbra, si bevono le tue affermazioni melense, false e antiscientifiche sulla famiglia e non brillano certo per senso critico (qualche mese fa uno studio di Cognitive Science ha dimostrato che i bambini esposti alla religione hanno maggiori difficoltà a distinguere tra realtà e finzione).

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Ne è uscito uno sketch comico che non fa ridere per nulla. Il bravo catechista Poretti, infatti, non solo ripropone la solita sfilza di stereotipi e falsità sulla necessità di avere un padre e una madre (come se essere eterosessuali fosse una condizione necessaria e sufficiente per essere buoni genitori), ma si lancia anche in un ardito e offensivo paragone tra omogenitorialità e OGM. Facendo quindi confusione – non si sa se volutamente o meno – fra tecniche che non hanno nulla in comune: da una parte la manipolazione genetica, dall’altra l’inseminazione artificiale e la gestazione per altri. Temi di cui il comico dimostra di non sapere nulla.

Il gran finale Poretti lo dedica a un altro spauracchio che agita gli animi dei cattolici: la scomparsa del padre. E immagina la possibile domanda da parte di un figlio: “Papi, ma quando si sposano due uomini, a chi tocca buttare la spazzatura?” Eccolo, il vero terrore dei cattolici: la ridiscussione dei ruoli – che loro vorrebbero immutabili, scolpiti nella pietra: la madre lava, stira, cucina, fa la spesa, va ai colloqui con gli insegnanti e il padre si limita a buttare la spazzatura –, l’evoluzione dei rapporti tra uomo e donna, la ridefinizione di ciò che è maschile e di ciò che è femminile (ancora oggi, nella nostra Italia maschilista, il ferro da stiro e il mattarello sono oggetti tipicamente femminili, lo stetoscopio e il pallone da calcio sono oggetti maschili: e così, secondo loro, dev’essere in saecula saeculorum). Agitando lo spettro della scomparsa del padre, non fanno altro che ribadire la sottomissione della madre. Qualcuno dovrebbe spiegare a Poretti, Miriano e compagnia pregante che all’interno delle coppie omosessuali la divisione dei compiti, che per forza di cose non dipende dal sesso biologico, risulta di solito più equa e armonica perché maggiormente corrispondente alle competenze e alle prefenze di ciascun partner. Invece di dipingerci come il diavolo, forse potrebbero prenderci a esempio. Sia mai che imparino qualcosa di utile per rinsaldare l’armonia all’interno delle loro famiglie “tradizionali”.

Ma dall’alto di cosa Giacomo Poretti mette bocca sulle famiglie omogenitoriali? Non ci risulta che abbia una specializzazione in bioetica né in psicologia dell’infanzia né tanto meno in diritti civili.

La cosa purtroppo non ci stupisce. Viviamo in un Paese in cui a comici, calciatori, stilisti viene chiesto di esprimersi su temi che evidentemente non conoscono. Come quando a Cassano, in un’intervista, fu chiesto di dire la sua sulla presenza di calciatori gay in Nazionale. E cosa mai ci si può aspettare che dica Cassano sui “froci”?

Sembra che in Italia sui temi LGBT qualsiasi opinione sia lecita, che ognuno possa mettere bocca sull’esistenza e sui diritti altrui. Ma se fossimo noi lesbiche e gay a dirvi come dovete vivere, scopare o educare i vostri figli?

Sui temi LGBT qualsiasi opinione è lecita?

Riflessioni alcoliche del sabato sera

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Sabato sera sono andata a ballare in un locale gay di Varese. Appena arrivata, mentre mi facevo largo tra la folla, mi sono resa conto che c’erano un sacco di etero, erano quasi la maggioranza. Poco male, sotto l’arcobaleno c’è spazio per tutti.

Dopo un primo momento di sorpresa, ho pensato:

Ma non c’è proprio un cazzo da fare il sabato sera per gli etero della cattolicissima Varese?

No, a parte gli scherzi:

Tutti questi etero che vengono alle nostre feste non potrebbero iniziare a concederci qualche diritto?

Amici etero, è facile essere friendly il sabato sera con un mojito in mano, siatelo anche in cabina elettorale e nella vita di tutti i giorni.

Riflessioni alcoliche del sabato sera

Calcio e omofobia: si fa ancora troppo poco

Era da tempo che cercavo un pretesto per parlarvi di calcio. E la campagna di Paddy Power contro l’omofobia mi ha dato lo spunto per una riflessione più ampia.

Giunta alla sua seconda edizione, l’iniziativa dell’agenzia di scommesse on line ha lo scopo di sensibilizzare tifosi, atleti e media riguardo al problema dell’omofobia, ancora troppo diffusa nel nostro Paese e in particolare nello sport. Anche quest’anno Paddy Power ha scelto di farlo con un gesto simbolico, un gesto semplice come quello di allacciarsi le stringhe degli scarpini. In collaborazione con Arcigay, Arcilesbica e Figc, ha quindi distribuito alle squadre professionistiche, e non solo, migliaia di stringhe arcobaleno da sfoggiare durante le partite. Il tag su Twitter è #allacciamoli.

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I testimonial di quest’anno sono stati il centrocampista della Roma Radja Nainggolan e il difensore della Juve e della Nazionale Giorgio Chiellini: entrambi ci hanno messo la faccia, facendosi ritrarre con le stringhe arcobaleno ai piedi e condividendo foto e messaggi sui loro profili social, seguiti da migliaia di tifosi. Il loro esempio è stato poi seguito da altri calciatori, atleti di altri sport e anche da alcuni giornalisti sportivi. Scarsa, invece, l’adesione da parte delle società di calcio: guardando alle condivisioni su Twitter, solo 8 squadre di Serie A su 20 hanno sostenuto l’iniziativa (accanto alle più titolate Milan e Roma, anche Cesena, Empoli, Genoa, Samp, Udinese e Verona). Le altre 12 non hanno dedicato neanche un tweet alla lotta contro l’omofobia. Tra le assenti ingiustificate troviamo alcune delle squadre più seguite d’Italia: Juventus, Inter, Napoli, Fiorentina e Lazio. E si sa, più è grande la tua influenza, più grandi sono (o dovrebbero essere) le tue responsabilità.

La domanda scomoda è: per quale motivo molte società – per altro spesso attive contro il razzismo – non hanno sentito la necessità di sostenere una campagna contro l’omofobia? Per disinteresse, per semplice dimenticanza? O per non infastidire alcuni settori della tifoseria orientati a destra?

Quale che sia la risposta, siamo ben lontani dall’impegno dei club della Premier League. Guardare, per credere, questo video che ha come protagonisti alcuni calciatori dell’Arsenal.

Perché ho detto che l’omofobia è molto diffusa nello sport? Gli omosessuali sono tra il 5 e il 10% della popolazione. Ebbene, quanti calciatori dichiaratamente gay conoscete? Tranquilli, non è un calcolo difficile. Ricordo per la cronaca che il primo calciatore a fare pubblicamente coming out fu Justin Fashanu, nel 1990, e non fece una bella fine. Successe in Inghilterra, da noi non è mai accaduto. Attualmente nei campionati di calcio italiani non gioca neanche un gay dichiarato.

Uno dei claim della campagna dello scorso anno recitava infatti:

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Riuscite a immaginare le enormi pressioni a cui sono sottoposti i giovani (e meno giovani) calciatori gay? Riuscite a immaginare il dolore per dover nascondere una parte così importante della propria vita come la sfera affettiva? Riuscite a immaginare il terrore di essere scoperti e additati, e magari insultati pubblicamente dai tifosi in tutti gli stadi d’Italia?

Già, i tifosi. Come, per esempio, quelli del Cagliari, che l’anno scorso insultarono un giocatore della loro stessa squadra, Daniele Dessena, colpevole di aver semplicemente aderito alla campagna contro l’omofobia: “Pensa a giocare e fatti i cazzi tuoi”. Come a dire: non puoi togliermi il diritto di dare del frocio a un tifoso avversario. In fondo è la stessa logica delle Sentinelle in piedi, che rivendicano un malinteso diritto di espressione. E i messaggi omofobi sui social network non sono mancati neanche quest’anno: c’è persino chi ha tirato fuori l’immancabile “lobby gay”.

Occorre quindi partire proprio da loro, dai tifosi, ed educarli al rispetto per le diversità. Tutte le diversità, non soltanto quelle etniche e religiose. Estendendo il discorso, è necessario educare l’intera società italiana, cominciando ovviamente dalle scuole. Non è un caso che “frocio” sia l’insulto più frequente nelle scuole e negli stadi. Non solo il più frequente, ma anche quello avvertito come più infamante.

Le società di Serie A, in virtù del loro enorme bacino d’utenza, potrebbero svolgere un ruolo centrale nella lotta contro l’omofobia. Proprio come spesso già fanno contro il razzismo, sia con le campagne in collaborazione con Uefa e Figc, sia con video prodotti dalle singole squadre e rivolti ai propri tifosi.

Perché quindi non fare la stessa cosa anche contro l’omofobia, che è un tipo particolare di razzismo, ancora più difficile da contrastare perché spesso considerato meno grave e più socialmente accettabile? Quanto spesso ci sentiamo dire che “quella dell’omofobia è una falsa emergenza”, che “l’omofobia non esiste”? E magari a dirlo sono gli stessi che ci insultano per strada o che ci allontanano dai locali, o che semplicemente ci lanciano occhiate di disprezzo. Un messaggio chiaro e deciso contro l’omofobia da parte di Juve, Roma, Napoli, Inter, Milan (in rigoroso ordine di classifica) sarebbe un segno importante e avrebbe una grandissima risonanza mediatica.

E mi spingo oltre. Non si tratta solo di sporadiche campagne contro l’odio omofobico. In Inghilterra, per esempio, è assolutamente normale vedere sfilare al Pride, accanto alle associazioni LGBT, anche le delegazioni della polizia, dell’esercito, delle scuole, e persino delle squadre di calcio.

Nel 2012 il Liverpool è diventato il primo club di Premier League a partecipare a un Pride. E l’ha giustamente rivendicato con orgoglio.

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Riuscite a immaginare l’eco e la forza simbolica che avrebbe la presenza dei capitani Buffon e Glick al Pride di Torino, di Totti e Mauri al Pride di Roma, di Ranocchia e Montolivo a quello di Milano, di Hamsik a Napoli?

Un sogno utopico, mi rendo conto: potremmo accontentarci di una piccola delegazione di dirigenti, dipendenti e fan. Sono però convinta che le associazioni che organizzano i Pride sparsi per tutto lo Stivale dovrebbero cercare di ottenere il sostegno delle squadre di calcio, invitandole ufficialmente a partecipare ai Pride locali. La loro adesione sarebbe un segnale fortissimo, più forte di qualunque campagna contro l’omofobia.

Sarebbe un messaggio importante verso tutta la società, e anche un segno di inclusione verso di noi, tifosi LGBT, troppo spesso offesi e nel migliore dei casi ignorati da un mondo così chiuso e omofobo.

Calcio e omofobia: si fa ancora troppo poco