Calcio e omofobia: si fa ancora troppo poco

Era da tempo che cercavo un pretesto per parlarvi di calcio. E la campagna di Paddy Power contro l’omofobia mi ha dato lo spunto per una riflessione più ampia.

Giunta alla sua seconda edizione, l’iniziativa dell’agenzia di scommesse on line ha lo scopo di sensibilizzare tifosi, atleti e media riguardo al problema dell’omofobia, ancora troppo diffusa nel nostro Paese e in particolare nello sport. Anche quest’anno Paddy Power ha scelto di farlo con un gesto simbolico, un gesto semplice come quello di allacciarsi le stringhe degli scarpini. In collaborazione con Arcigay, Arcilesbica e Figc, ha quindi distribuito alle squadre professionistiche, e non solo, migliaia di stringhe arcobaleno da sfoggiare durante le partite. Il tag su Twitter è #allacciamoli.

nainggolan_orizz

I testimonial di quest’anno sono stati il centrocampista della Roma Radja Nainggolan e il difensore della Juve e della Nazionale Giorgio Chiellini: entrambi ci hanno messo la faccia, facendosi ritrarre con le stringhe arcobaleno ai piedi e condividendo foto e messaggi sui loro profili social, seguiti da migliaia di tifosi. Il loro esempio è stato poi seguito da altri calciatori, atleti di altri sport e anche da alcuni giornalisti sportivi. Scarsa, invece, l’adesione da parte delle società di calcio: guardando alle condivisioni su Twitter, solo 8 squadre di Serie A su 20 hanno sostenuto l’iniziativa (accanto alle più titolate Milan e Roma, anche Cesena, Empoli, Genoa, Samp, Udinese e Verona). Le altre 12 non hanno dedicato neanche un tweet alla lotta contro l’omofobia. Tra le assenti ingiustificate troviamo alcune delle squadre più seguite d’Italia: Juventus, Inter, Napoli, Fiorentina e Lazio. E si sa, più è grande la tua influenza, più grandi sono (o dovrebbero essere) le tue responsabilità.

La domanda scomoda è: per quale motivo molte società – per altro spesso attive contro il razzismo – non hanno sentito la necessità di sostenere una campagna contro l’omofobia? Per disinteresse, per semplice dimenticanza? O per non infastidire alcuni settori della tifoseria orientati a destra?

Quale che sia la risposta, siamo ben lontani dall’impegno dei club della Premier League. Guardare, per credere, questo video che ha come protagonisti alcuni calciatori dell’Arsenal.

Perché ho detto che l’omofobia è molto diffusa nello sport? Gli omosessuali sono tra il 5 e il 10% della popolazione. Ebbene, quanti calciatori dichiaratamente gay conoscete? Tranquilli, non è un calcolo difficile. Ricordo per la cronaca che il primo calciatore a fare pubblicamente coming out fu Justin Fashanu, nel 1990, e non fece una bella fine. Successe in Inghilterra, da noi non è mai accaduto. Attualmente nei campionati di calcio italiani non gioca neanche un gay dichiarato.

Uno dei claim della campagna dello scorso anno recitava infatti:

paddypower2014

Riuscite a immaginare le enormi pressioni a cui sono sottoposti i giovani (e meno giovani) calciatori gay? Riuscite a immaginare il dolore per dover nascondere una parte così importante della propria vita come la sfera affettiva? Riuscite a immaginare il terrore di essere scoperti e additati, e magari insultati pubblicamente dai tifosi in tutti gli stadi d’Italia?

Già, i tifosi. Come, per esempio, quelli del Cagliari, che l’anno scorso insultarono un giocatore della loro stessa squadra, Daniele Dessena, colpevole di aver semplicemente aderito alla campagna contro l’omofobia: “Pensa a giocare e fatti i cazzi tuoi”. Come a dire: non puoi togliermi il diritto di dare del frocio a un tifoso avversario. In fondo è la stessa logica delle Sentinelle in piedi, che rivendicano un malinteso diritto di espressione. E i messaggi omofobi sui social network non sono mancati neanche quest’anno: c’è persino chi ha tirato fuori l’immancabile “lobby gay”.

Occorre quindi partire proprio da loro, dai tifosi, ed educarli al rispetto per le diversità. Tutte le diversità, non soltanto quelle etniche e religiose. Estendendo il discorso, è necessario educare l’intera società italiana, cominciando ovviamente dalle scuole. Non è un caso che “frocio” sia l’insulto più frequente nelle scuole e negli stadi. Non solo il più frequente, ma anche quello avvertito come più infamante.

Le società di Serie A, in virtù del loro enorme bacino d’utenza, potrebbero svolgere un ruolo centrale nella lotta contro l’omofobia. Proprio come spesso già fanno contro il razzismo, sia con le campagne in collaborazione con Uefa e Figc, sia con video prodotti dalle singole squadre e rivolti ai propri tifosi.

Perché quindi non fare la stessa cosa anche contro l’omofobia, che è un tipo particolare di razzismo, ancora più difficile da contrastare perché spesso considerato meno grave e più socialmente accettabile? Quanto spesso ci sentiamo dire che “quella dell’omofobia è una falsa emergenza”, che “l’omofobia non esiste”? E magari a dirlo sono gli stessi che ci insultano per strada o che ci allontanano dai locali, o che semplicemente ci lanciano occhiate di disprezzo. Un messaggio chiaro e deciso contro l’omofobia da parte di Juve, Roma, Napoli, Inter, Milan (in rigoroso ordine di classifica) sarebbe un segno importante e avrebbe una grandissima risonanza mediatica.

E mi spingo oltre. Non si tratta solo di sporadiche campagne contro l’odio omofobico. In Inghilterra, per esempio, è assolutamente normale vedere sfilare al Pride, accanto alle associazioni LGBT, anche le delegazioni della polizia, dell’esercito, delle scuole, e persino delle squadre di calcio.

Nel 2012 il Liverpool è diventato il primo club di Premier League a partecipare a un Pride. E l’ha giustamente rivendicato con orgoglio.

liverpool_pride_2012

Riuscite a immaginare l’eco e la forza simbolica che avrebbe la presenza dei capitani Buffon e Glick al Pride di Torino, di Totti e Mauri al Pride di Roma, di Ranocchia e Montolivo a quello di Milano, di Hamsik a Napoli?

Un sogno utopico, mi rendo conto: potremmo accontentarci di una piccola delegazione di dirigenti, dipendenti e fan. Sono però convinta che le associazioni che organizzano i Pride sparsi per tutto lo Stivale dovrebbero cercare di ottenere il sostegno delle squadre di calcio, invitandole ufficialmente a partecipare ai Pride locali. La loro adesione sarebbe un segnale fortissimo, più forte di qualunque campagna contro l’omofobia.

Sarebbe un messaggio importante verso tutta la società, e anche un segno di inclusione verso di noi, tifosi LGBT, troppo spesso offesi e nel migliore dei casi ignorati da un mondo così chiuso e omofobo.

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Calcio e omofobia: si fa ancora troppo poco