In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa, 3 anni dopo

Stop bullying

Il caso e gli incastri scolastici hanno voluto che proprio ieri, a distanza di 3 anni dal suicidio del ragazzo con i pantaloni rosa, tenessimo un incontro del Gruppo Scuola di Arcigay Milano in due classi terze di scuola media.

Negli ultimi giorni ho pensato molto a questa coincidenza, pur non parlandone con gli studenti: non era il caso di appesantire l’atmosfera serena e gioviale in classe affrontando un tema angosciante come il suicidio. Tanto più che l’incontro di ieri non verteva sul bullismo, ma su altri argomenti correlati. Insieme agli studenti, infatti, abbiamo discusso di inclusione ed esclusione, di stereotipi e pregiudizi, della differenza tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale. In modo che non confondano più questi tre piani e che abbiano le parole giuste e neutre per parlarne, per evitare aggettivi pericolosi che nascondono giudizi di valore, per esempio il binomio normale-anormale. I nostri tredicenni hanno fatto domande, hanno espresso liberamente i loro pensieri, hanno discusso con noi e tra loro.

Sono passati 3 anni dal suicidio di Andrea. E in questi 3 anni gli atti di bullismo a scuola, le aggressioni omofobe per strada, i suicidi di adolescenti lasciati colpevolmente soli da parte degli adulti non sono certo scomparsi. Anzi.

Ricordo su due piedi, per il solo 2015: una ragazza lesbica uccisa dal padre, aggressioni omofobe a Torino, Genova, Polignano. A fine settembre, nel siracusano, un ragazzo di 16 anni si è tolto la vita.

Anche in questo caso alcuni dicono che fosse gay, altri no. Ma non è questo il punto. L’omofobia può farti male lo stesso, che tu sia gay o solo percepito come tale. E se non ti senti sostenuto da qualcuno, in primis genitori e insegnanti, se non hai le spalle abbastanza larghe (e 16 anni è molto probabile che tu non le abbia ancora), l’omofobia può stritolarti. Il punto non è il tuo orientamento sessuale.

Qual è il punto lo spiega benissimo questo brano di Michela Marzano, tratto dal suo ultimo libro Papà, mamma e gender (Utet, 2015).

Vi lascio con le parole della filosofa romana, perché io non saprei dirlo meglio. E anche perché, dopo 4 ore filate in una scuola media, di parole ne ho già usate tante.

“Non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio!” Era scritto sulla lavagna della classe e si riferiva a Andrea. Un ragazzo romano che aveva appena quindici anni quando, il 20 novembre del 2012, si è suicidato, legandosi una sciarpa al collo dentro casa. A distanza di quasi tre anni, la Procura ha chiesto l’archiviazione del caso. Pare che nel dossier non ci fossero elementi corroboranti per incriminare gli insegnanti per omessa vigilanza, nonostante nessuno avesse parlato ai genitori di Andrea di quella famosa scritta. Pare che nessuno sapesse esattamente cosa fosse successo. Forse una pena d’amore. Forse altro. Fatto sta che qualcuno l’aveva veramente scritta quella frase. Quel “frocio” era veramente sulla lavagna. Quel “non fidatevi del ragazzo con i pantaloni rosa” pure. E allora? Non è vero che Andrea amava il rosa e lo smalto per le unghie? Non è vero che aveva un atteggiamento e un aspetto ritenuti poco virili?

Ma, evidentemente, il problema è proprio questo. Fidarsi delle apparenze e giudicare. Pensare di sapere sempre tutto e illudersi di non essere mai dalla parte del torto. Dove sta scritto infatti che un bambino debba per forza amare l’azzurro e avere atteggiamenti virili? Da quando in qua i colori hanno un sesso e amare il rosa, per un ragazzo, sarebbe sinonimo di omosessualità?

In realtà non esiste alcun legame tra orientamento sessuale e sesso. E il fatto che si continui a credere che esista è la conseguenza della rigida codificazione dei ruoli di genere. Come se, per definizione, un uomo dovesse essere sempre aggressivo, violento e insensibile, lasciando alla donna caratteristiche come la gentilezza, l’empatia o la compassione. Mentre la differenza, rimettendo in discussione quello che si riconosce o che si pensa di sapere, continua a far paura. Proprio come nel caso di Andrea. Additato e sbeffeggiato solo perché non corrispondeva ai canoni della virilità.

Era omosessuale? Forse sì. Forse no. Il punto non è questo. Avrebbe anche potuto essere un ragazzo a disagio nel proprio corpo maschile e convinto di essere una donna. Oppure anche solo un ragazzo originale ed eccentrico.  La vera questione è che era trattato come un “frocio”. Quello che resta ancora oggi, in Italia più che altrove, l’insulto per eccellenza. Perché un uomo, un uomo vero, certe cose non le pensa. Un uomo, un uomo vero, non si comporta come una “femminuccia”.

I bambini e gli adolescenti possono essere crudeli, ormai lo sappiamo bene. Anche quando tutto comincia un po’ per gioco. Quando il bulletto di turno vuol sentirsi più forte degli altri e cerca di attirare l’attenzione generale prendendo in giro un compagno o una compagna. Quando gli amici lo seguono per divertirsi anche loro. Anche se poi le vittime delle angherie non si divertono affatto. Anzi. Pian piano si allontanano dal gruppo e si isolano. Perché nessuno le protegge. Nessuno interviene. Come se, nonostante tutti i discorsi sull’uguaglianza e contro le discriminazioni, gli adulti fossero ancora incapaci di capire che solo insegnando l’accettazione dell’alterità si possono proteggere veramente tutte e tutti. 

Quando si è piccoli, non ci si può ancora proteggere da soli. Non si hanno gli strumenti. Non se ne ha la capacità. Soprattutto se nessuno ci fa capire che non c’è niente di male a non essere come gli altri. Ma questo, appunto, è il compito degli adulti. Sono loro che dovrebbero decostruire gli stereotipi di genere, spiegare che l’orientamento sessuale non dipende dal sesso e insegnare che ci sono tanti modi diversi per diventare uomini o donne. 

E ora provate ancora a dirci che quello che facciamo nelle scuole è sbagliato. Provate ancora a dirci che insegnare il rispetto per tutti è scandaloso, è “gender”, confonde le idee ai giovani. Noi siamo convinti, invece, che sia il modo migliore per chiarir loro le idee su tanti argomenti e per far sì che in futuro questi atti di bullismo e suicidi di adolescenti non si verifichino mai più.

Portare avanti il nostro impegno nell’educazione dei giovani è il modo migliore per ricordare Andrea, Alessia, Aleandro. E tanti altri come loro, morti di omofobia.

In ricordo del ragazzo coi pantaloni rosa

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