Ragazze lesbiche cacciate da un locale: ecco com’è andata e come (non) è finita

Nelle scorse settimane molti dei miei contatti su Facebook hanno condiviso un mio status riguardo a una brutta storia di omofobia avvenuta a Milano nel novembre scorso: due ragazze lesbiche erano state cacciate da una nota balera milanese.

In questi giorni, a distanza di tre settimane, molti mi stanno chiedendo come sia andata a finire la vicenda.

Ebbene, ecco come è andata e come (non) è finita.

Un passo indietro. A novembre una coppia di ragazze che aveva l’unica colpa di baciarsi in pubblico viene presa a male parole, umiliata e invitata a uscire da un locale: “Queste cose fatele fuori, a me fanno schifo”, intima loro un dipendente. Le due ragazze non stavano eccedendo nelle effusioni, si stavano semplicemente baciando entro i limiti della decenza: questo va specificato per quelli che “dipende da come si baciavano”. Come se questi distinguo venissero mai applicati agli etero.

Il giorno dopo le due ragazze, profondamente umiliate e rattristate, mi contattano tramite un’amica comune per chiedermi un consiglio sul da farsi. Per prima cosa, le invito a denunciare il fatto alla polizia. Rifiutano: per mancanza di fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine, mi spiegano. E questo è stato forse un primo motivo di debolezza nella loro posizione. Non hanno voglia di dare spiegazioni, di rendere pubblica la loro umiliazione. Una reazione che non condivido, ma che è perfettamente legittima. Non insisto e non se ne fa nulla.

Ma quel che è accaduto è un fatto grave e umiliante, che mi brucia dentro e che – rifletto – dovrebbe essere reso pubblico e provocare una reazione indignata nell’intera comunità LGBT milanese.

Passano due mesi e a gennaio risento una delle due ragazze. Sembra aver preso sicurezza e sembra anche incazzata e finalmente decisa a reagire. Decidiamo insieme di pubblicare su Facebook dei post in cui raccontiamo l’accaduto e invitiamo amici e conoscenti a condividere il messaggio e a boicottare il locale. I post vengono subito condivisi da amici e amici di amici. Qualcuno suggerisce di organizzare un kiss-in, in poche ore l’indignazione monta negli animi. Siamo pronti a reagire all’offesa.

Allo stesso tempo, scrivo ad Arcigay Milano e invito la Consulta a contattare le due ragazze per ricostruire le dinamiche dell’accaduto e a condannare pubblicamente, tramite comunicato stampa, un fatto tanto grave per la nostra città. Arcigay prende tempo. Troppo tempo. Stiamo ancora aspettando.

Proprio così: a distanza di tre settimane non ho ancora ricevuto una risposta da parte della Consulta, e il comunicato di Arcigay non è mai uscito. Cos’è accaduto? Successivamente, una delle due ragazze mi spiegherà che l’associazione effettivamente le ha contattate per chiarire i fatti, ma che poi ha deciso di non intervenire. Dicono che, visto che il fatto è “vecchio” di tre mesi (non sapevo che l’omofobia avesse una prescrizione tanto breve!), non c’è più urgenza di intervenire: Arcigay preferisce evitare lo scontro e decide di non condannare pubblicamente il locale per l’errore di un singolo dipendente, riservandosi però per il futuro di organizzare qualcosa (qualcosa di non ben specificato) contro l’omofobia in generale, slegando quindi l’azione di risposta dal brutto fatto contingente.

Nel frattempo, però, mentre aspettiamo una risposta da Arcigay, i due post su Facebook continuano a essere condivisi e letti. Nei giorni successivi alla denuncia social, qualche cliente indignato scrive al locale e chiede spiegazioni. Ecco il secondo errore strategico: nonostante i miei ripetuti inviti, non sono state le due ragazze, e nemmeno Arcigay, a scrivere alla balera, ma altre persone.

Ed ecco la risposta del locale, ricevuta tramite messaggio privato da un ragazzo che aveva chiesto spiegazioni sull’accaduto.

Ci dispiace tantissimo ricevere questo messaggio e dover rispondere a chi in questi giorni sta chiedendo di boicottarci perchè avremmo allontanato due ragazze che si baciavano. Ci dispiace, perchè chi ci conosce sa quanto amore e quanta fatica mettiamo nella nostra amata balera, che nasce come un luogo di incontro per tutti, senza nessuna discriminazione! A volte ci è capitato di chiedere a qualcuno di star calmo: al bambino troppo vivace, a chi balla anche quando la musica è finita o a chi piace troppo il nostro vino e se a volte non siamo stati troppo gentili ci scusiamo, è stata solo stanchezza.
Mai e poi mai ci permetteremmo di allontanare delle persone dal nostro locale solo perché sono gay. C’è stato un grande fraintendimento e le persone interessate sono state invitate a maggiori spiegazioni da parte nostra e felici di averle di nuovo tra noi per chiarimenti. È davvero doloroso passare per persone che non siamo.

Non si può certo dire che siano delle scuse. Anzi. È una risposta paracula che sembra quasi un’ammissione di colpa. Prima si dice che il fatto non sussiste, poi lo si accosta con malafede ad altri esempi di clienti fastidiosi (bambini vivaci, avventori alticci): ma allora, questo fatto è accaduto o no? E perché mai due ragazze che si baciano dovrebbero essere fastidiose? Per quale motivo un dipendente del locale dovrebbe sentirsi legittimato a intervenire? Non ci risulta nemmeno che le due siano state contattate per un confronto sull’accaduto.

Ovviamente, a questo punto, è la parola delle due ragazze contro quella dei gestori. Sappiamo quanto sia difficile provare atti umilianti reiterati, per esempio il bullismo e il mobbing: immaginate quanto sia difficile fornire le prove di un singolo atto discriminatorio durato in tutto pochi minuti.

Mancando il sostegno di Arcigay, le due ragazze si sentono sole e doppiamente umiliate. I propositi battaglieri si spengono in un mare di delusione nei confronti della più grande associazione LGBT di Milano. L’indignazione sui social, col passare dei giorni, si smonta come una maionese impazzita. Ma quando il singolo cittadino non si sente abbastanza forte e non vuole – o non può – metterci la faccia, dovrebbero essere proprio le associazioni a farlo al posto suo.

E quindi finisce così, con un nulla di fatto.

A me restano amarezza e delusione, ma anche una lezione importante. Ai miei occhi è ormai palese l’inadeguatezza dell’intervento di Arcigay in casi come quello che ho descritto. La presenza di un’associazione sul territorio non può limitarsi agli eventi programmati, che siano il Pride o gli incontri nelle scuole. Occorre anche saper affrontare le circostanze impreviste: e questo vale sia per gli attacchi della destra, che troppo spesso vengono lasciati passare senza una ferma risposta, sia – a maggior ragione – per i casi di discriminazione in cui le stesse vittime bussano alla tua porta in cerca di sostegno.

Quali sono i motivi di questa inadeguatezza? Eccessiva burocratizzazione dei meccanismi decisionali, enorme lentezza nel prendere posizione, ritardi ed errori nella comunicazione pubblica.

Non è un caso che negli ultimi mesi, in un periodo in cui la comunità LGBT si trova costantemente sotto attacco da parte della destra cattolica, il vuoto di azione e di rappresentanza lasciato dalle associazioni LGBT “tradizionali” sia stato riempito, per lo meno a livello locale, da un gruppo attivo e propositivo come i Sentinelli di Milano, nati a ottobre come reazione al fenomeno delle Sentinelle in piedi.

Sono già tre le azioni organizzate dai Sentinelli nell’ultimo mese: il presidio contro il convegno omofobo di Regione Lombardia (a cui si sono poi accodate tutte le altre associazioni), il presidio del 7 febbraio contro Forza Nuova che volantinava in pieno centro le sue menzogne sul “gender” e il flash-mob in programma per San Valentino, poi rimandato a causa del cattivo tempo. Ben vengano quindi i gruppi che si formano spontaneamente dal basso, che si dimostrano più agili e “sul pezzo” rispetto alle associazioni tradizionali. Ma queste ultime dovrebbero riprendere il loro ruolo e riflettere sulle dinamiche interne che le muovono.

Non so come andrà avanti la mia storia d’amore e disamore con Arcigay, se continuerà o meno con profitto reciproco (resto pur sempre una volontaria del Gruppo Scuola, non a caso la sezione di Arcigay più attiva e propositiva nel contesto milanese). Di certo sono molto delusa da com’è stata gestita – o meglio, non gestita – questa vicenda.

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Ragazze lesbiche cacciate da un locale: ecco com’è andata e come (non) è finita

10 pensieri su “Ragazze lesbiche cacciate da un locale: ecco com’è andata e come (non) è finita

  1. giulia ha detto:

    ciao fede, condivido quasi appieno le tue riflessioni, soprattutto i tuoi dubbi su una struttura paleolitica e burocratica come arcigay. L’associazionismo e’ immobile quasi fosse un sindacato. Sai bene come sia critica nei confronti di tale struttura che si proclama ‘partecipativa e inclusiva’ quando non e’ altro che una massa di ingranaggi poco oliati -facile commentare negativamente dall’esterno senza aver mai fatto nulla, mi si dira’: al momento non sono nella situazione fisica e metafisica di potere fare qualcosa, risponderei io.

    Seconda osservazione: a fronte del messaggio riportato, avrei fatto da mediatore tra l’esercizio e le ragazze. Se c’e’ stato un fraintendimento, sono sicura che il dirigente sara’ piu’ che felice di offrire una birra in nome dell’ammmmmore alle due ragazze. Stretta di mano, foto su facebook, pubblicita’ positiva a lui, animi pacificati a noi. Non tutto deve finire in tragedia. A volte trovare un compromesso e’ la strada migliore.

  2. Grazie, Giulia. Tre settimane fa non me la sono sentita di fare da mediatore, perché io sono una singola volontaria e non rappresento Arcigay. Speravo che intervenisse l’associazione. Ora che l’immobilismo di Arcigay è palese, proverò a estendere alle ragazze la tua proposta, che mi sembra alquanto sensata. Non so però se ci sia disponibilità da parte loro, l’ultima volta le ho sentite molto sconfortate.

  3. ALEX ha detto:

    Storia assurda, e in buona parte per colpa delle ragazze. Non sopporto, davvero NON SOPPORTO, quelle coppie gay che di fronte alla prepotenza di un DIPENDENTE che pretende di cacciarle per un semplice bacio, chinano la testa e se ne vanno senza nemmeno chiedere di parlare con un reponsabile. Tutto quello che viene dopo, verrebbe da dire, le due ragazze se lo sono meritato. Per esempio, parlando con un responsabile avrebbero avuto modo di verificare subito, la sera stessa, se corrisponde al vero la politica anti-discriminatoria del locale in questione e se è vero che si è trattato di un “fraintendimento”. Assurdo, se davvero quello che raccontano è vero, avere rifiutato non dico di denunciare (tra l’altro mi pare una idiozia perchè sinceramente non credo ci sia nulla di penalmente rilevante), ma addirittura non aver nemmeno sensibilizzato subito l’Arcigay (e anche qui sarebbe caduta una presunta giustificazione, quella dell’Arcigay, “ormai sono passati tre mesi”). E’ così “sgangherata” e male organizzata la linea scelta dalle ragazze che viene persino il dubbio che le cose non siano andate come raccontano loro. Quando capitano episodi di questo tipo DATEVI UNA SVEGLIATA e tirate fuori le palle, altro che abbandonare il locale solo perchè un bacio dà fastidio a un cameriere o a uno sguattero! E se insistono a volervi cacciare per un motivo così assurdo, CHIAMATE I CARABINIERI! I gestori ci penseranno due volte prima di insistere, e comunque se alla fine vi manderanno via lo stesso (alla fine in un locale privato è difficile impedire del tutto al titolare di selezionale i clienti), avrete in ogni caso seminato un casino di cui si pentiranno. Ma andarsene come cani bastonati per non aver fatto nulla, NO! SVEGLIATEVI!!
    A questo punto tra l’altro l’unico modo di verificare qual è la politica del locale è che ci vadano altre coppie gay e si bacino, naturalmente ben dentro i limiti della decenza e che sia un semplice bacio anche solo accennato, insomma molto meno di quello che fanno ogni giorno mille e mille coppie etero.

  4. Ciao Alex, condivido molto di quello che scrivi perché personalmente, se mi fossi trovata in quella situazione, avrei reagito con più determinazione la sera stessa e anche nei giorni successivi. Purtroppo però non siamo fatti tutti uguali, e posso capire che un’umiliazione assolutamente inaspettata lasci interdetti e sconfortati. Non tutti abbiamo la stessa forza e prontezza nel reagire. Quando il singolo non è in grado di reagire, dovrebbero pensarci o le autorità (che però in questo caso non sono state chiamate) o le associazioni. È un po’ come quando i sindacati, totalmente impreparati ad affrontare le difficoltà dei precari, la fanno semplice e dicono loro “beh, fate causa al datore di lavoro”. Che suona un po’ come “armatevi e partite”. Condivido invece in toto l’importanza di rivolgersi subito alle forze dell’ordine: sarebbe stato un segno forte di consapevolezza dei propri diritti, e sarebbe stata una bella lezione per il futuro per i gestori del locale.

    1. giulia ha detto:

      scusate ma che succede se denunci alle forze dell’ordine? io chiamo e dico:
      “Buona sera, parlo con il centro polizia di viale tibaldi? Si guardi, volevo denunciare che mi hanno allontato da un locale perche’ ho baciato la mia ragazza.. Si ha capito bene sono anche io una donna” e loro cosa mi rispondono? quali mezzi legali possiede la polizia per prendere in oggetto tale denuncia? Che succede poi? (E’ ignoranza mia eh)

      1. ALEX ha detto:

        Forse mi sono spiegato male… non ho detto di chiamare DOPO i Carabinieri. Ho detto che se ti vogliono cacciare dal locale per una ragione così stupida, siccome non possono metterti le mani addosso, o chiamano loro i Carabinieri oppure li chiami tu, naturalmente senza lasciare il locale. E se ti buttano fuori con la violenza prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, ancora meglio perchè in quel caso sì che ci sarebbe un reato (violenza privata), e se come probabile ci sono testimoni (per esempio amici della coppia gay discriminata), i gestori si metterebbero davvero nei guai e dubito che vogliano farlo. Insomma, il modo per non farsi cacciare da un locale per una motivazione così assurda secondo me c’è…

  5. Da un punto di vista legale non ti so dire che cosa succede poi, ma io il tentativo l’avrei fatto. Anche solo per fare pressione ai gestori. Il problema è a monte, visto che non abbiamo ancora una legge contro l’omofobia.

    1. giulia ha detto:

      io non l’avrei mai fatto. gia’ ti hanno trattato di merda nel locale, farti ridere pure dietro dalla polizia anche no. Non e’ facile denunciare alle autorita’ quando c’e’ un fatto concreto come una minaccia verbale o fisica (ricordo l’esperienza di alcuni ragazzi in Studenti BESt Bocconi) , figuriamoci quando il fatto non sussiste nemmeno per la legge.

      1. ALEX ha detto:

        Va bene, allora fatti pure umiliare… guarda che sarebbero semmai LORO, i gestori del locale, a fare una figuraccia pretendendo la cacciata della coppia gay per una motivazione senza senso e che di certo non è reato. Io semplicemente direi “non me ne vado, se volete buttarmi fuori chiamate la polizia”, poi starei a vedere che succede :-))

      2. giulia ha detto:

        ehi, non ho detto che non avrei reagito. Non mi sarei certamente fatta buttare fuori, o comunque avrei mobilitato una massa di amici in arcigay.

        in ogni caso vorrei dire che non e’ affatto facile reagire, perche’ comunque fa male, e non a tutti scattano gli stessi meccanismi. se non si e’ sufficientemente sicuri di se’, se non si ha ancora completato un percorso di presa di coscienza di se’ (si finisce mai?), questi episodi insinuano anche un senso di colpa (sbagliatissimo, di’ quello che vuoi, ma capita) che paralizza ogni capacita’ di reazione. E’ facile dire fai questo fai quello. La me di oggi agirebbe in un certo modo, ma so che la me di anni fa non avrebbe mai avuto questo coraggio. Ed e’ qui che il ruolo delle associazioni e’ cruciale, a far vedere che se come individuo non ce la fai ancora, la tua identita’ e sfera personale e’ protetta dal gruppo. Per questo motivo fin dall’inizio ho sostenuto che non fosse necessario che le ragazze ci mettessero la faccia. Auspicabile, ma non necessario.

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