Le trite menzogne dei nuovi paladini della libertà

liberta di espressione

Mentre il mondo occidentale si interroga sulla salvaguardia dei valori democratici e della laicità delle istituzioni dopo gli attentati di Parigi, in Italia assistiamo al solito teatrino dell’ipocrisia. I catto-leghisti si scoprono paladini di Charlie Hebdo e con il pretesto della libertà di espressione, anzi manipolandola a proprio uso e consumo, cercano di mettere a tacere chi è diverso da loro: musulmani, immigrati, omosessuali.
Proprio in questi giorni la querelle sul convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia ci ha dato modo di ascoltare per l’ennesima volta le menzogne che la destra bigotta va ripetendo sulla comunità LGBT. Distorsioni della realtà operate in mala fede da parte dei politici e diffuse dai media al popolo bue.
Passiamone in rassegna alcune tra le più recenti e cerchiamo di fare chiarezza.

La teoria del gender

Già da diversi mesi i bigotti stanno agitando questo spauracchio.Ma la teoria del gender non esiste: si tratta di un orribile ibrido linguistico inventato ad hoc per infangare l’operato delle associazioni LGBT nelle scuole, distorcendo vergognosamente la realtà. Vi basterà una breve ricerca su Internet per rendervene conto: gli unici a parlare di “teoria del gender” sono siti cattolici e di destra, mentre gli articoli di altre fonti sono tutti volti a smascherare questo falso ideologico. Forse i nostri ignorantissimi bigotti si confondono con i gender studies che nacquero negli anni ’70 in ambito sociologico, politico, antropologico, letterario? Peccato che fossero tutt’altra cosa!

L’accusa dei catto-leghisti è chiara: voi gay andate nelle scuole per convertire gli adolescenti. La verità è ben diversa. A differenza dei bigotti, gay e lesbiche sanno benissimo che non è possibile cambiare l’orientamento sessuale di una persona: e anche se fosse possibile, non è affatto questo lo scopo degli incontri LGBT nelle scuole. Le associazioni LGBT che operano nelle scuole, per esempio il Gruppo Scuola di Arcigay Milano di cui faccio parte da qualche anno, non svolgono “lezioni di teoria del gender”, come si è permessa di dire l’assessora lombarda Cristina Cappellini durante la conferenza stampa in cui è stato presentato il famoso convegno sulla famiglia tradizionale. Addirittura la nostra eroina ha affermato che lo scopo di tali lezioni sarebbe quello di “annullare le identità sessuali”. Farneticazioni di una persona che non conosce l’argomento di cui parla e che anzi tenta in ogni modo di distorcerlo e strumentalizzarlo.

Di cosa parlano quindi i volontari LGBT nelle scuole?

Di bullismo (omofobico, ma non solo), di rispetto per le diversità, di stereotipi (non soltanto sui gay: i nostri studenti sono troppo spesso imbevuti di stereotipi sulle donne), di pregiudizi e discriminazioni. Non si intende quindi “cancellare le differenze tra i sessi”: si fanno anzi riflettere i ragazzi e le ragazze sulle differenze di trattamento che ancora oggi, purtroppo, la nostra società riserva ai maschi e alle femmine. Si riflette, quindi, sulle norme sociali che determinano uno status di privilegio per i maschi a discapito delle femmine. Rispondiamo inoltre alle domande dei ragazzi sulla sessualità e sulle malattie sessualmente trasmissibili: e siamo contenti e fieri di farlo, visto che i nostri adolescenti sono tra i più ignoranti in Europa riguardo alle tematiche sessuali. Organizziamo anche incontri specifici sull’Omocausto, un argomento troppo spesso taciuto nelle nostre scuole.

Che cosa vi fa paura, quindi, di questi incontri? Cosa mai potremmo insegnare agli adolescenti se non il rispetto verso tutte le differenze e l’importanza della parità tra i sessi?

Vi ricordate l’ondata di laboratori multiculturali, a volte un po’ buonisti e naïf, che negli anni ’90 spuntavano come funghi nelle nostre scuole? Io me li ricordo, ero alle medie. Al di là del buonismo e delle semplificazioni (si parlava di “cultura africana” in barba all’infinità di etnie che popolano quel vastissimo continente), qual era lo scopo di quegli incontri? Prepararci alla convivenza pacifica tra diversi, insegnarci a cogliere l’umanità di ognuno al di là delle apparenti differenze. Non so dire se tali laboratori abbiano funzionato: ho qualche dubbio, vista la quantità di cerebrolesi xenofobi che ci sono in giro. Ma nessuno oggi si sognerebbe di vietare un incontro sull’integrazione e sul multiculturalismo della nostra società, né di difendere una presunta libertà di espressione quando essa sfocia nel razzismo. Lo stesso vorremmo che capissero i bigotti, che continuano a distorcere la realtà dei fatti e a gridare allo scandalo per degli incontri a scuola che sono tutt’altro che scandalosi.

Il ddl Scalfarotto sull’omotransfobia limita la libertà di espressione

È stato proprio questo il pretesto per la nascita delle Sentinelle in piedi. Eh sì, perché a questa gente sta molto a cuore la libertà di espressione. Ma solo la sua, quando si tratta di insultare immigrati e gay.

E comunque non è proprio questo il caso, potete smetterla di preoccuparvi. Il ddl Scalfarotto, che tra l’altro è ancora fermo alla Camera, non introduce un reato di opinione: chi si schiera contro il matrimonio egualitario non rischia il carcere, come invece paventano i soliti bigotti dal naso lungo. L’emendamento Verini, infatti, spiega che le norme della legge Mancino sono norme penali che non riguardano i conflitti sulle opinioni.

La cosa grave, però, è che il ddl Scalfarotto sembra legittimare l’omotransfobia in alcuni ambiti: “non costituiscono atti di discriminazione le condotte delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto”. Come dire: se insulti un gay da solo la legge ti punisce, se invece lo fai all’interno di un’organizzazione, la legge chiude un occhio. Una vera manna per tutti quei personaggi che devono la loro notorietà non ai propri meriti politici bensì alle proprie reiterate esternazioni omofobe.

Si tratta quindi di un disegno di legge confuso, che nel tentativo di salvare capra e cavoli ha finito per attirarsi le critiche di tutti: della comunità LGBT, che non si vede abbastanza tutelata, e dei nostri incontentabili catto-leghisti, che temono di vedersi negato il “diritto di insulto”.

I gay non vogliono sposarsi

Questa fa proprio ridere. E perché mai allora sprechiamo tutte quelle energie e quella voce a ogni Pride, a ogni manifestazione, per chiedere uguali diritti, compresi il diritto al matrimonio e all’adozione? Massimiliano Romeo dovrà almeno spiegarci quali e quanti gay conosce, per poter generalizzare la sua affermazione a tutti.

E avanti così. Se non trovi argomentazioni valide e vere per negare i diritti a una parte della cittadinanza, vai di fantasia!

Chiudo con un invito a partecipare al presidio contro il convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia con lo scippo del logo di Expo 2015. Qualche giorno fa il segretario del Bureau international des expositions, Vicente Gonzalez Loscertales, ha condannato l’uso del logo Expo in relazione a un evento omofobo e discriminatorio, usando parole forti e parlando perfino di “abuso”. Ma Maroni non ci sente: il logo del prestigioso evento internazionale è ancora là, a certificare la colossale figuraccia del nostro Paese.

L’appuntamento è per sabato 17 gennaio, alle 14, in piazza Einaudi, Milano. Purtroppo la Questura, per ragioni imperscrutabili, ha spostato la manifestazione da piazza Città di Lombardia, dove sorge il palazzo della Regione, a piazza Einaudi, più nascosta. Ma noi saremo tantissimi, riempiremo la piazza e le vie circostanti. Pacifici sì, ma incazzati e determinati!

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