Imparare insegnando il proprio lavoro. Uno splendido week-end catanese

 

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Mentre gli studenti dell’Accademia sudano su un editing, la prof.ssa Fedezic

Lo scorso week-end ho tenuto due lezioni di editoria scolastica all’Accademia delle Editorie di Catania. Dieci ore di lezione, inframmezzate da una generosa dose di arancini, granite e brioche.

È stata una bellissima esperienza, utile e arricchente anche per me, oltre che (mi auguro) per gli studenti. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con una classe molto attenta e partecipe: tante domande sui vari aspetti di questo particolare settore dell’editoria e sulle figure professionali coinvolte, ottime riflessioni sulle implicazioni del nostro lavoro nell’insegnamento a scuola. Vederli così interessati è stato davvero bello, mi ha dato il senso di quello che stavo facendo.

Insegnare significa non solo cercare di trasmettere un insieme di conoscenze e competenze ma anche confrontarsi con altri, mettersi in discussione, vedere le cose da una prospettiva diversa. Se poi l’oggetto dell’insegnamento è il tuo stesso lavoro, hai la preziosa opportunità di spezzare gli automatismi acquisiti che segui ogni giorno senza farti troppe domande, di fermarti a riflettere sul tuo ruolo e sul tuo modo di lavorare (che non è l’unico possibile e non è necessariamente il migliore), di sistematizzare le nozioni e le competenze che hai maturato nel corso degli anni.

Ho anche potuto apprezzare le differenze tra la Fedezic insegnante di oggi e quella di 4 anni fa che si presentò per la prima volta all’Accademia delle Editorie. Nel corso di questi 4 anni sono cresciuta, ho maturato esperienza non solo nel mio lavoro ma anche nella comunicazione con gli studenti: gli incontri nelle scuole medie e superiori insieme al Gruppo Scuola di Arcigay Milano mi hanno insegnato tantissimo.

Momenti come quello di Catania, all’insegna del confronto e della condivisione, mi danno la conferma che siamo il risultato dell’intreccio di tutte le esperienze che viviamo, e che tutto quello che ho fatto negli ultimi anni ha avuto e ha un senso: il percorso professionale, l’attività di volontariato in Arcigay, le amicizie e le relazioni che ho coltivato. Tout se tient.

Non mi resta che ringraziare i promotori dell’Accademia delle Editorie per l’ospitalità e l’ottima organizzazione e rivolgere un grande in bocca al lupo alle studentesse e agli studenti che hanno partecipato alle lezioni per il loro futuro professionale.

Infine, grazie di cuore alle colleghe e ai colleghi che mi hanno fornito i materiali da mostrare in classe come esempi e per le prove di editing. Il nostro è sempre un lavoro di squadra: dentro e fuori dalle redazioni.

Imparare insegnando il proprio lavoro. Uno splendido week-end catanese

Migliori libri, fumetti, film e serie TV 2016: il mio 10+1

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Un essere umano adulto può sopravvivere fino a 15 giorni giorni senza cibo e circa una settimana senz’acqua. Ma quanto può sopravvivere senza sentirsi raccontare storie?

Prima di partire sgommando verso il 2017, ripercorriamo brevemente le storie più belle dell’anno che sta per concludersi.

Il 2016 è stato l’anno in cui ho letto meno libri in tutta la mia vita: 23, secondo l’impietoso calcolatore di aNobii. Di questi, quasi la metà sono fumetti abbastanza brevi, solo 10 i romanzi – e pochi di un certo respiro.

Se la predilezione per la forma breve è una preferenza personale che mi porto dietro da sempre (e che probabilmente si è fatta più netta negli ultimi anni), questi numeri bassi trovano ragione non solo nella mia stanchezza serale dopo 8 ore passate a editare libri scolastici, ma soprattutto nel profondo cambiamento che ha subito negli ultimi anni il nostro modo di leggere. E, più in generale, nei cambiamenti che hanno investito le nostre scelte su come impiegare il tempo libero. Film, serie TV di qualità, videogiochi sempre più improntati sulla narrazione, il tripudio di link, articoli e video di cui traboccano i social fanno una crescente concorrenza al libro e riducono il tempo dedicato alla lettura “tradizionale”. Ma la verità è che non leggiamo meno, leggiamo in modo diverso: leggiamo cose molto più varie, forse addirittura leggiamo più che in passato, ma lo facciamo molto spesso in modo frammentario e superficiale, passando dopo poche righe da un link all’altro, da un testo all’altro (e uso la parola testo nel suo significato più vasto: anche un video lo è).

Ma non vi tedierò con un’analisi socioculturale o psicologica – su questo tema altri hanno scritto molto meglio di come potrei fare io ora – e verrò al dunque.

Visti sia la scarso numero di libri letti sia la grande qualità di narrazioni di altri linguaggi, quest’anno, al posto della tradizionale classifica dei 10 migliori libri, vi regalo la lista delle 10 storie (+ una) che ho amato di più nel corso del 2016. Romanzi, fumetti, film e serie TV: forme e linguaggi diversi per narrazioni ugualmente belle, arricchenti ed emozionanti.

NB: per forza di cose, dovendo mischiare forme artistiche diverse, questa non è una classifica, anche se al primo posto ho voluto mettere il grande amore sbocciato nel 2016. Il caso vuole che sia l’unico libro uscito prima del biennio 2015-2016, segno che quest’anno, per una buona volta, ho letto e visto opere molto recenti (per il tipo di lettrice/spettatrice che sono, non è per nulla scontato).

 

Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me, Einaudi, prima ed. 1998, Super ET 2013

Da tempo non mi capitava di leggere un autore in grado di analizzare l’animo umano con tale esattezza, poesia e profondità.

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È solo la fine del mondo, Xavier Dolan, Lucky Red, Canada-Francia, 2016

Un pugno in pieno volto. Un viaggio poetico e tremendo dentro la famiglia. Ovviamente disfunzionale. E in più questa volta Dolan può contare su un cast di valore internazionale.

 

Zerocalcare, Kobane calling, Bao Publishing, 2016

L’opera della maturità. Da far leggere a chi straparla di Siria, Turchia e Isis.

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Stranger Things, stag. 1, Matt e Ross Duffer, Netflix, USA, 2016

Quando il citazionismo ti fa bello. Ma non c’è solo questo, c’è soprattutto una bella storia kingiana de paura e di amicizia.

 

La pazza gioia, Paolo Virzì, 01 Distribution, Italia, 2016

Delicato, commovente e divertente. Bello da… impazzire.

 

Giulio Macaione, Basilicò, Bao Publishing, 2016

Un’altra opera che ha per tema la famiglia. Cucina e affetti in salsa siciliana. Giulio Macaione è un autore da tenere d’occhio!

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Black Mirror, stag. 3, Charlie Brooker, Netflix, 2016

Una serie geniale e molto ben realizzata, che analizza l’impatto delle nuove tecnologie sulla nostra vita e tocca temi importanti: le relazioni umane, la memoria, il fine vita, il giudizio degli altri in quel grande Panopticon che sono i social network. Ogni episodio è autoconclusivo e scollegato narrativamente dagli altri.

 

Kent Haruf, Benedizione, NNEditore, 2015

Anche qui il tema principale è la famiglia. Più in generale, le relazioni umane in una piccola cittadina americana abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme (ricordate la vecchia storia del capro espiatorio?). La scrittura è delicata e incisiva, degna di un classico contemporaneo. NN è una casa editrice da seguire con attenzione: ha pochi anni di vita ma già un catalogo di tutto rispetto. E, a giudicare da questo libro che ho appena chiuso, una grandissima capacità nel valorizzare i prodotti editoriali.

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Westworld, stag. 1, Jonathan Nolan, Lisa Joy, HBO, 2016

Meglio di mille trattati di narratologia!

 

Il caso Spotlight, Thomas McCarthy, Bim, USA, 2015

Il film racconta l’indagine giornalistica del Boston Globe che permise di scoprire numerosi casi di pedofilia avvenuti nelle parrocchie americane e coperti dalla Chiesa. Un film davvero molto importante, oltre che ben fatto e ben recitato. Da vedere.

 

Bonus track per i francofoni tra voi: Zidrou, Jordi Lafebre, Les beaux étés, Dargaud, 2015-2016 (2 volumi)

Gli anni ’60 e ’70, le vacanze estive di una famiglia francese, la provincia, il mare, la musica, la nostalgia.

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Ricapitolando: 2 romanzi, 3 film, 3 serie TV, 2 fumetti (+1). Ce n’è per tutti i gusti, in questo mix che mi sembra ben rispecchiare i miei tanti interessi.

Sì, più la riguardo, più penso che sia questo il modo giusto per mettere in fila le storie che mi hanno appassionata nel corso dell’ultimo anno. Senza fare classifiche e mischiando linguaggi diversi, ormai sempre più interconnessi.

 

Veniamo ai buoni propositi per il 2017:

  • Recuperare una serie che mi ero ripromessa per il 2016 (e che continuerà l’anno prossimo!): Sense8, stag. 1, Lana e Lily Wachowski, Netflix, 2015. Conto di godermelo al più presto in un paio di secchiate!
  • Leggere finalmente Ernesto Sábato e Roberto Bolaño.
  • Recuperare qualche classicone dell’Ottocento: Il conte di Montecristo, Père Goriot, L’uomo che ride…

 

Vi auguro uno splendido 2017. Che sia ricco di storie belle da raccontare e farsi raccontare!

Migliori libri, fumetti, film e serie TV 2016: il mio 10+1

Dopo il referendum costituzionale: le responsabilità di Renzi e la ricostruzione della sinistra

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Oggi tocca sentire frasi come “Chi ha votato No ha fatto cadere il governo!”, “Sarete contenti!”, “Rimpiangerete Renzi!”. A metà tra il rancore politico e la profezia di fra’ Cristoforo.

Non è così. Non ho votato per far cadere il governo, ho votato contro una riforma costituzionale fatta male, che ci saremmo tenuti per decenni. A far cadere il governo è stato lo stesso Renzi, che aveva scelto consapevolmente di personalizzare il referendum sulla riforma costituzionale. Che tale avrebbe dovuto rimanere. In un referendum il cittadino ha il sacrosanto diritto di esprimere la sua opinione solo e soltanto sulla questione in esame senza dover sottostare a ricatti politici, per una buona volta. È scorretto verso gli elettori, oltre che miope dal punto di vista strategico (e si è visto), mettere i cittadini nella condizione di dover esprimere un voto politico anziché dare un parere sul merito della questione. Per i voti (e i ricatti) politici ci sono le elezioni politiche, che Renzi a suo tempo non aveva affrontato. Inutile e dannoso volerlo fare ora. Dannoso per tutti, perché la caduta di un governo non è mai una cosa positiva. E no, ora non sto certo esultando.

Per quanto riguarda il rimpiangere o meno Renzi, dipenderà ovviamente da chi salirà al governo dopo di lui. Mi fa orrore l’eventualità di un governo di destra, leghista e populista. Ma se così sarà, anche quella responsabilità andrà addebitata sul conto di Renzi, travolto dal suo personalismo. Una volta perso il referendum, non aveva alternative alle dimissioni: o si dimetteva o perdeva la faccia e prestava il fianco a chi – come lui, ma dalla parte avversa – aveva cavalcato la sovrapposizione tra il referendum e il voto politico (con la differenza che all’opposizione di destra faceva molto comodo questa personalizzazione del referendum: non aveva nulla da perdere e tutto da guadagnare).

Renzi ha chiuso il suo governo con un gesto che nessun altro, nella recente storia politica italiana, aveva mai avuto il coraggio di compiere: le dimissioni. Ma più che un gesto nobile è stato un beau geste dovuto, proprio perché non aveva alternative. Si era messo all’angolo lui stesso. Gli riconosco l’onestà e la coerenza con cui ha accettato il verdetto e si è assunto le sue responsabilità, ma non basta per riabilitare ai miei occhi il suo governo. Un governo che ha fatto cattive leggi in tutti gli ambiti che più mi stavano a cuore: il Jobs Act, la Buona scuola, le unioni civili. Un governo che ha fatto tutto ciò che un governo di sinistra non dovrebbe fare.

Oggi si apre l’ennesima crisi politica degli ultimi anni – altra responsabilità che va ascritta al premier uscente – e Renzi chiede di tornare alle urne con la stessa legge elettorale che fino a ieri diceva di voler cambiare prima di subito. Questo sarebbe il vostro grande statista?

A tutti noi fa paura l’idea di un governo leghista e populista. E allora rimbocchiamoci le maniche fin d’ora per ricostruire una vera sinistra, che da troppo tempo manca alla politica di questo paese. Per troppi anni ci è toccato votare ed essere governati senza sentirci rappresentati da nessuno, per troppi anni siamo stati messi nella condizione di dover scegliere tra partiti minoritari che sarebbero rimasti fuori dal Parlamento e il classico “minore dei mali”. Per troppi anni abbiamo dovuto constatare il progressivo scollamento tra la sinistra e il cosiddetto Paese reale, fino ad avere un Partito Democratico (in coalizione con Alfano, va detto) che di sinistra ha fatto poco o nulla. Dopo la Brexit e Trump la deriva populista sembra inarrestabile. E invece no: in Austria i verdi di Van der Bellen hanno dato una bella mazzata all’estrema destra di Hofer.

Segno che c’è ancora spazio per la buona politica.

Dopo il referendum costituzionale: le responsabilità di Renzi e la ricostruzione della sinistra

Adotta anche tu un piccolo Pride

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Varese, Milano, Madrid.

Questi i miei Pride del 2016. E se gli ultimi due non hanno certo bisogno di presentazioni (quello di Milano è il Pride della mia città e ve ne ho parlato più volte lo scorso anno; quello di Madrid, con quasi 2 milioni di partecipanti, è il più grande d’Europa), meno scontata è la scelta di Varese.

Credo sia fondamentale sostenere i Pride che si svolgono nelle città medio-piccole. Significa dare un segno di vicinanza e solidarietà alle comunità LGBT locali, che si trovano a vivere in realtà spesso chiuse e omofobe. Significa contribuire, almeno per un giorno, alla visibilità delle persone LGBT di quella città, sfidando gli sguardi giudicanti di chi continua a non capire. E visibilità, come sappiamo bene, è la parola chiave per la rivendicazione dei diritti civili. Non è un caso che il messaggio politico del Varese Pride sia (R)esistiamo.

Sono nata a Lecco (48.000 abitanti, una lunga e pervasiva tradizione leghista e ciellina, neanche un cinema sopravvissuto alla crisi delle sale: giusto per dare due pennellate sulla situazione politica, sociale e culturale) e so bene quanto sia difficile, per una persona LGBT, vivere la propria giovinezza in un contesto simile. Bene che ti vada, passerai quelli che dovrebbero essere gli anni della spensieratezza nel silenzio, nascondendo la tua identità e i tuoi sentimenti, spesso anche alle persone che ti sono più vicine. Nella peggiore delle ipotesi, se sceglierai di fare coming out, o se ti faranno outing, è altamente probabile che verrai preso in giro, emarginato, forse anche bullizzato. Ti sentirai un marziano, per anni penserai di essere l’unico fatto così. Fortunatamente, oggi, la situazione è meno cupa rispetto a quella che ho conosciuto io ai miei tempi (oddio, mi sento vecchia!). Da qualche anno le cose stanno cambiando, nascono luoghi di incontro e occasioni di condivisione per le persone LGBT, e l’associazione Renzo e Lucio sta facendo un ottimo lavoro per quanto riguarda la sensibilizzazione della cittadinanza. Penso e spero che sia così anche per altre realtà di provincia. Ma la strada da fare è ancora lunga. Al Nord come al Sud.

Il Pride di quest’anno è il primo per la città di Varese. Una città tradizionalmente di destra, in cui la vita per le persone LGBT non è facile. Per darvi un’idea delle tante difficoltà che gli organizzatori devono affrontare, vi sintetizzo solo l’ultima: a tre giorni dal corteo, la Questura ha modificato il percorso in modo tale che non passi dal centro. Inoltre ha modificato la piazza finale da piazza Monte Grappa a piazza Ragazzi del ’99, che è un parcheggio chiuso, a causa della presenza della sede di un partito politico (a quanto pare la Lega) in Corso Matteotti. Il mesaggio è chiaro: fatevi pure il vostro Pride, ma senza farvi vedere dalla brava gente.

Per queste ragioni ho deciso di partecipare al Pride di Varese. E vi invito tutti ad adottare (almeno) un “piccolo Pride” ogni anno. Ora e negli anni a venire.

Qui il calendario di Onda Pride 2016. Il corteo di Pavia è già passato (11 giugno), ma sono ancora molti i piccoli Pride che aspettano il vostro sostegno!

 

Adotta anche tu un piccolo Pride

Strage di Orlando: un penoso day after

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Mi è ancora difficile trovare le parole per commentare quanto successo a Orlando, anche se lo shock e la paura stanno pian piano scemando col passare delle ore. La notizia ci è stata data ieri pomeriggio, proprio sul finire del week-end formativo del Gruppo Scuola di Arcigay Milano. Era stato un week-end di gioia e condivisione, in cui avevamo programmato le attività del prossimo anno nelle scuole. È stato un fulmine a ciel sereno. I numeri drammatici della strage, seguiti in serata dalla notizia dell’uomo armato arrestato mentre si dirigeva al Pride di Los Angeles, ci hanno terrorizzati. La sensazione, angosciante, era quella di essere – anche a migliaia di chilometri di distanza – sotto attacco e inermi di fronte alla violenza. Fortunatamente in quel momento non eravamo da soli. Eravamo tutti insieme, e il sostegno che ci siamo dati l’un l’altro è stato fondamentale per trovare la forza di reagire. Un abbraccio, una parola, una spalla su cui piangere, un amico che ti invita a cena perché non è proprio il momento di stare da soli, non questa domenica sera.

All’indomani dell’attentato, c’è che minimizza (tanto erano tutti gay), c’è chi addirittura esulta per la strage di froci (l’odio per gli omosessuali è una di quelle cose che riescono a mettere d’accordo i fondamentalisti cristiani e quelli islamici), c’è chi strumentalizza quanto accaduto (Adinolfi, che pochi mesi fa aveva auspicato l’uso dei fucili contro i matrimoni omosessuali, ora esprime una pelosa solidarietà alla comunità LGBT; lo stesso papa Francesco, che si è sempre opposto alla moratoria ONU contro la pena di morte per il “reato” di omosessualità, si dice addolorato). C’è addirittura chi individua la causa della strage in un bacio tra due gay – immagino che anche la sera del Bataclan ci fossero stati innumerevoli baci, sia etero sia omosex, quindi forse è l’atto del bacio in sé che deve essere vietato, e non la diffusione dell’odio e delle armi.

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I messaggi di cordoglio dei politici italiani sono sembrati messaggi di circostanza: freddi e scritti solo per senso del dovere. E, soprattutto, la maggior parte dei nostri politici ha evitato accuratamente di ricordare che le vittime erano omosessuali. Si è parlato genericamente di “fratelli americani”. Una delle poche a rivolgersi direttamente alla comunità LGBT è stata Laura Boldrini. Il Movimento 5 Stelle, addirittura, non ha sentito alcun bisogno di condannare l’attentato: non un tweet, non una dichiarazione.

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All’estero, intanto, le iniziative simboliche a sostegno della comunità LGBT americana si moltiplicano. Diversi monumenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, sono stati illuminati con i colori arcobaleno oppure sono stati spenti in segno di lutto. In Italia, al momento, nessun sindaco ha avanzato proposte simili. Anzi, c’è quasi da temere che Regione Lombardia faccia comparire sul Pirellone l’esultante scritta “-50!”.

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E i media? Il confronto con la copertura mediatica degli attentati di Parigi è inevitabile e lampante. Dopo il 13 novembre 2015, fiumi di dirette TV, ore e ore di approdondimenti per quello che veniva definito un attacco ai nostri valori. E l’attentato al Pulse di Orlando, invece, non lo è? Uccidere 50 persone in un locale gay – un luogo che simboleggia la libertà sessuale di cui godiamo nella nostra società – non è un attacco ai nostri valori? Anche i toni con cui è stata riportata la notizia sono molto diversi da quelli usati per Parigi: oggi non c’è lo stesso senso di tragedia e lutto, non c’è lo stesso pathos. Non c’è nemmeno la caccia alla lacrima facile dello spettatore/lettore, il che non è certo un male in sé, ma è un chiaro indicatore del diverso atteggiamento nei confronti delle due notizie. Non si cerca di parlare al cuore e allo stomaco dello spettatore, di coinvolgerlo e farlo immedesimare, forse perché si presume che lo spettatore medio sia etero e quindi distaccato e fondamentalmente disinteressato (per fortuna ne conosco pochi di etero così!). Si presume, forse, che il lettore pensi: “A me non potrebbe mai succedere una cosa del genere, perché non potrei mai trovarmi in un locale come il Pulse”. L’esatto contrario di quanto accaduto per gli attentati di Parigi, dove l’immedesimazione e l’empatia erano massime proprio perché l’Is aveva colpito i luoghi di svago di tutti. L’attentato di Orlando, invece, non è narrato e di conseguenza non è vissuto come un attacco al nostro stile di vita. Semmai allo stile di vita dei gay.

Se l’indignazione a corrente alternata dei media occidentali non fa ormai più notizia, c’è da rilevare che anche la risposta della cittadinanza è ben diversa rispetto a quella osservata all’indomani degli attentati parigini. Basta fare un giro sui social per tastare con mano quanto questa tragedia non sia considerata “nostra” ma “loro”, cioè delle persone LGBT. E non si può dire, stavolta, che l’attentato abbia colpito un paese lontano da noi geograficamente e/o culturalmente (“Perché allora non mettete la bandiera siriana nei vostri profili?”, veniva chiesto polemicamente mesi fa a chi aveva postato il tricolore francese). L’attentato ha colpito la comunità LGBT americana, nel cuore dell’Occidente, e rappresenta la più grave strage a mano armata nella storia degli USA. E allora perché quest’indifferenza? Forse perché le vittime erano tutte omosessuali?

Scarsi, per non dire nulli, i messaggi di cordoglio e solidarietà da parte di intellettuali, artisti, esponenti del cinema e dello spettacolo, sportivi, associazioni di vario tipo.

Le uniche a far sentire la propria voce, esprimendo solidarietà alle vittime e condanna per l’orribile violenza, sono state le associazioni LGBT. Le uniche, tra l’altro, a organizzare fiaccolate e presidi per ricordare le vittime. Nel novembre 2015, invece, le manifestazioni di vicinanza al popolo francese si erano moltiplicate lungo tutto lo Stivale, organizzate da associazioni, scuole, istituzioni di vario tipo. Questa volta no, questa volta il lutto è solo della comunità LGBT. Sottintendendo che le vittime omosessuali non meritano nemmeno un minuto di silenzio.

Tutto questo – l’indifferenza di alcuni media e di molti cittadini, gli insulti e le strumentalizzazioni – non fa che acuire il senso di solitudine e accerchiamento di noi persone LGBT. Ma la solitudine è pericolosa, perché ti fa venire i pensieri peggiori: gettare la spugna, cedere alla disperazione, smettere di lottare.

Per questo è fondamentale restare uniti. Proprio ora che ci sembra di essere soli contro l’universo mondo. Scenderemo in strada già da stasera (a Milano il presidio organizzato da Arcigay si terrà dalle ore 20 in Largo Donegani), continueremo a reclamare i diritti civili che ci spettano, continueremo ad amare e a lottare con ancora più forza e visibilità. Uniti.

Strage di Orlando: un penoso day after

La scatola nera

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Ogni volta che la cronaca riporta la notizia di un incidente aereo, resto affascinata dall’affannosa ricerca della scatola nera. Forse anche per quel nome misterioso, “scatola nera”: cosa ci sarà dentro? L’oggetto diviene quasi un Graal dei giorni nostri.

Come tutti sapete, la scatola nera è quell’aggeggio in grado di rivelarci che cosa è andato storto, qual è stato il guasto o l’errore umano che ha portato allo schianto.

E tutte le volte penso che sarebbe bello poter trovare la scatola nera per ogni amore finito e in generale per ogni rapporto umano deteriorato.

– Amore, dove hai messo la scatola nera? Dobbiamo ritrovarla!
– Prova a vedere nel cassetto dei calzini.

Ma no, questa scena immaginata non è verosimile. Perché quando cerchi la scatola nera di un amore finito, già non c’è più nessuno accanto a te a cui chiedere dove sia. Devi trovartela da solo. Com’è giusto.

Ed è un cazzo di lavoro.

La scatola nera

Unioni civili: una vittoria (tardiva) a metà

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Milano, 30 aprile 2016: la Festa delle Famiglie organizzata da Famiglie Arcobaleno. Foto di Alice Redaelli.

Con 20 anni di ritardo e dopo un decennio di rinvii e negoziazioni al ribasso, conditi da una buona dose di insulti e menzogne da parte della destra cattolica, l’Italia sta finalmente per approvare uno straccio di legge sulle unioni civili. Una legge tardiva e monca della stepchild adoption. La montagna ha partorito il topolino.

“Non è più possibile rinviare tutto”, dice Renzi festeggiando in un post l’ormai prossima approvazione del ddl Cirinnà. I diritti dei nostri figli, però, sì. Li hanno rinviati di nuovo a data da destinarsi. E conoscendo i tempi e l’ipocrisia della politica italiana, quella data è ancora molto lontana.

Questa legge è una vittoria a metà. Un punto di partenza, certo. Meglio di nulla, certo (piutost che negot l’è mej piutost, come si dice dalle mie parti). E tuttavia non può non restare l’amaro in bocca per una legge che sancisce ufficialmente una discriminazione.

Non ci fermeremo finché non otterremo la vera uguaglianza. Da domani (ri)comincia la lotta per il matrimonio egualitario.

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Il post con cui Matteo Renzi ha festeggiato (preventivamente) l’approvazione del ddl Cirinnà.

 

Unioni civili: una vittoria (tardiva) a metà